LA RECENSIONE
Siamo tutti composti di sabbia e ci possiamo sgretolare in ogni momento
un professore in gita
una cittadina battuta dal vento che sembra disabitata
sabbia che si insinua nelle scarpe, nei vestiti, sotto la pelle
una donna che accetta di ospitarlo
La passività e la rassegnazione sono i fondamenti di questo romanzo,e entrambe sono ben intessute nella trama, inizialmente assurda, che prende a mano a mano la direzione di un incubo, poi di un sogno, poi di una fantasia
e il lettore attraversa tutte le fasi, senza mai capire se l'ambivalenza che emerge è il risultato di un calcolo da parte dell'autore o un effetto collaterale delle differenze culturali con un paese mai così lontano come da quando lo guardi attraverso la sabbia in volo che ti entra negli occhi e ti costringe a tenerli socchiusi...
Anna Maria Pelella
DALL'INTRODUZIONE AL LIBRO DI GIAN CARLO CALZA:
Ningen sabaku, deserto di umanità, è il termine che i giapponesi usano per indicate Tôkyô. Questa spaventosa e affascinante megalopoli inghiotte ogni anni molte migliaia di persone che svaniscono nel nulla come ombre. Sarebbe stato difficile concepire un’espressione più appropriata di questa. «Giungla d’asfalto» si addice senz’altro alle grandi concentrazioni urbane statunitensi dove la violenza manifesta la sua brutalità in modo palese. Ma Tôkyô è diversa. È una città vastissima e intricata, estesa e complessa oltre ogni limite logicamente accettabile dalla mente umana. La ragione rifiuta di rendersi cosciente della sua vastità e si limita a registrarne quantitativamente le dimensioni. Eppure anche queste sfuggono nell’indefinito sul cui orizzonte possono tutt’al più apparire ora qua ora là ingannevoli e sempre mutevoli miraggi.
In nessun’altra metropoli del mondo si vede un brulichio di umanità come a Tôkyô. Il forestiero, e anche un giapponese che venga da fuori, rimane scosso e sconcertato di fronte a questo fenomeno che gli appare inconcepibile e disumano per il suo eccesso di umanità. Un’umanità densa, articolata in infinite unità, grandi o piccole, ciascuna presa dal ritmo spasmodico della propria affermazione per la sopravvivenza. Le vicende umane vi si sviluppano ed esauriscono con un ritmo la cui legge tende a sfuggirci come la sabbia fra le dita della mano che si sforza di afferrarla e tenerla stretta.
Abe s’è immerso totalmente in questo «deserto di umanità» per scoprirne la vita sotterranea, per leggere al di là delle forme che vi s’imprimono per un attimo, subito cancellate dal vento, il respiro dell’anima del suo paese. Il paragone con l’altro grande scrittore nipponico recentemente scomparso, Mishima Yukio, non può essere evitato. Entrambi abitanti del ningen sabaku rappresentano momenti diversi in cui si manifestano i due aspetti dell’eterna contraddittorietà dello spirito nipponico.
LEGGI IL LIBRO
una cittadina battuta dal vento che sembra disabitata
sabbia che si insinua nelle scarpe, nei vestiti, sotto la pelle
una donna che accetta di ospitarlo
La passività e la rassegnazione sono i fondamenti di questo romanzo,e entrambe sono ben intessute nella trama, inizialmente assurda, che prende a mano a mano la direzione di un incubo, poi di un sogno, poi di una fantasia
e il lettore attraversa tutte le fasi, senza mai capire se l'ambivalenza che emerge è il risultato di un calcolo da parte dell'autore o un effetto collaterale delle differenze culturali con un paese mai così lontano come da quando lo guardi attraverso la sabbia in volo che ti entra negli occhi e ti costringe a tenerli socchiusi...
Anna Maria Pelella
DALL'INTRODUZIONE AL LIBRO DI GIAN CARLO CALZA:
Ningen sabaku, deserto di umanità, è il termine che i giapponesi usano per indicate Tôkyô. Questa spaventosa e affascinante megalopoli inghiotte ogni anni molte migliaia di persone che svaniscono nel nulla come ombre. Sarebbe stato difficile concepire un’espressione più appropriata di questa. «Giungla d’asfalto» si addice senz’altro alle grandi concentrazioni urbane statunitensi dove la violenza manifesta la sua brutalità in modo palese. Ma Tôkyô è diversa. È una città vastissima e intricata, estesa e complessa oltre ogni limite logicamente accettabile dalla mente umana. La ragione rifiuta di rendersi cosciente della sua vastità e si limita a registrarne quantitativamente le dimensioni. Eppure anche queste sfuggono nell’indefinito sul cui orizzonte possono tutt’al più apparire ora qua ora là ingannevoli e sempre mutevoli miraggi.
In nessun’altra metropoli del mondo si vede un brulichio di umanità come a Tôkyô. Il forestiero, e anche un giapponese che venga da fuori, rimane scosso e sconcertato di fronte a questo fenomeno che gli appare inconcepibile e disumano per il suo eccesso di umanità. Un’umanità densa, articolata in infinite unità, grandi o piccole, ciascuna presa dal ritmo spasmodico della propria affermazione per la sopravvivenza. Le vicende umane vi si sviluppano ed esauriscono con un ritmo la cui legge tende a sfuggirci come la sabbia fra le dita della mano che si sforza di afferrarla e tenerla stretta.
Abe s’è immerso totalmente in questo «deserto di umanità» per scoprirne la vita sotterranea, per leggere al di là delle forme che vi s’imprimono per un attimo, subito cancellate dal vento, il respiro dell’anima del suo paese. Il paragone con l’altro grande scrittore nipponico recentemente scomparso, Mishima Yukio, non può essere evitato. Entrambi abitanti del ningen sabaku rappresentano momenti diversi in cui si manifestano i due aspetti dell’eterna contraddittorietà dello spirito nipponico.
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