sabato 8 dicembre 2012

La tristezza del petto di pollo nipponico (intervista a Giulio Motta)


un romanzo di Giulio Motta

Sullo sfondo di una Tokyo scossa dalle vicende dell’11 marzo 2011, Giulio ci accompagna nella metropoli nipponica, dove nell’arco di una sola nottata scopriamo ciò che si prova a vivere così lontani dalla propria amata famiglia italica, alle prese con una serie di esilaranti stramberie che solo il Giappone può offrire.
Questi sono alcuni degli ingredienti: l’incontro con un gaijin, il fascino delle ragazze giapponesi, il girovagare per vari locali, tra cui una nostrana pizzeria napoletana e un locale SM, il Bunga Bunga ormai famoso in tutto il mondo e l’amicizia italiana che non ti abbandona mai.
Una sfida per ritrovare se stessi, una decisione sofferta e difficile da prendere…


Giulio vive e lavora a Tokyo, è sposato con una ragazza giapponese e questo è il suo primo romanzo. Abbiamo avuto l’occasione di fargli qualche domanda sull’esperienza di vita nipponica e sul suo libro. Ecco le sue risposte.


Leggendo il libro ci si rende conto che è molto autobiografico, sono tutte esperienze vissute in prima persona o hai voluto “romanzare” un po’ le avventure?
L'avventura è un po' romanzata, certo. Alcune cose sono vere al 100%, spesso anche i nomi delle persone. Per esempio, se mi si domanda come ho conosciuto mia moglie Asami, rispondo esattamente come scritto nel libro. In altre parti mi sono preso più libertà per ottenere una narrazione più incalzante, ma non c'è nulla di inventato di sana pianta. Il viaggio notturno del protagonista si può seguire metro per metro camminando per Tokyo.

Nella tua permanenza in Giappone, qual è stata la cosa più difficile da affrontare, e quale invece ti ha permesso di sentire meno la mancanza dell’Italia?

Uno degli ostacoli maggiori è sicuramente la lingua. Se non si ha una preparazione classica (studi universitari) o una certa predisposizione, è molto difficile imparare bene il giapponese. E più si va avanti con gli anni e più la situazione peggiora. Ciò che invece mi ha fatto mancare di meno l'Italia direi che è stata proprio l'Italia stessa. Mi manca la cultura e mi mancano le persone italiane, ma non l'Italia come nazione.

In Giappone la figura del gaijin per gli occhi giapponesi è molto particolare, a riguardo hai vissuto qualche esperienza che ti ha colpito?

A Tokyo i gaijin non sono poi così rari: nonostante non si passi inosservati, specialmente dove vivo io un po' fuori dal centro, i giapponesi provano a ignorarti un po' come fanno fra di loro. Solo i bambini ti guardano con autentica curiosità. Fra conoscenti, una delle cose più divertenti è quando i giapponesi provano ad associarti forzatamente a una star hollywoodiana solo perché sei occidentale. Così, apparentemente, agli occhi nipponici io sono un sosia di Bruce Willis, anche se ad accomunarci sono solo gli occhi chiari e la calvizie.

Quali sono i tuoi scrittori giapponesi preferiti?

Devo ammettere che la letteratura è uno degli aspetti della cultura giapponese a cui non mi sono ancora avvicinato. Se posso rispondere con un autore di manga, dico Rumiko Takahashi. Maison Ikkoku rimane uno dei miei manga preferiti, con situazioni e personaggi indimenticabili.

Nel romanzo si parla spesso dei cartoni animati giapponesi, ce n’è uno che ti è rimasto particolarmente a cuore?

Si può dire che sono cresciuto a pane e cartoni animati. Difficile sceglierne uno solo. Sono a tutt'oggi ossessionato da Neon Genesis Evangelion, anche se il terzo film di Rebuild of Evangelion mi ha lasciato un po' perplesso. Spero ancora che il capitolo finale della saga metta le cose a posto, ma a questo punto sono abbastanza sfiduciato.

Cosa consigli a chi sogna di vivere nel Paese del Sol Levante?

Consiglio di ricordare che l'arte e la cultura di un popolo possono correre parallele, ma non sono omologhe l'una dell'altra. Ovvero, se ti piacciono gli anime non vuol dire che ti piacciano i giapponesi. Sotto il profilo pratico, consiglio, se possibile, di venire qui a vivere per qualche anno: è un'esperienza unica. Ma il Giappone è una terra ostica e gran parte degli italiani che ho conosciuto non mette radici nel Sol Levante e presto riparte, anche se non sempre per tornare in Italia.

Per saperne di più e per acquistare il libro di Giulio, clicca qui:

http://pollonipponico.blogspot.it/

2 commenti:

  1. Decisamente inedita la figura di un italiano che vive in Giappone, dice di non conoscere la letteratura giapponese, ma si dà alla narrativa per descrivere quel paese. Un romanziere può essere un analfabeta letterario? Si può scrivere di un paese ignorando come questo paese si autorappresenta nella sua narrativa? Rappresentazione e autorappresentazione nello specchio narrativo sono cose così slegate? A sentire Giulio Motta sì, ma non si può non nutrire qualche dubbio. Se non altro sulla pienezza di questa esperienza in terra straniera.

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    1. Mi permetto di dissentire alla sua affermazione Pierfranco, che fa trapelare un esageratamente accentuato accademismo del commento stesso. "Scrivere di un paese" non significa necessariamente riferirsi e prendere come punto più autentico per comunicare e trasmettere delle emozioni, appunto in un romanzo autobiografico come questo, lo specchio narrativo/letterario. Inoltre il suo commento sarebbe più adatto ad un professore che corregge un tema di saggistica. Ridurre quello che una persona vera tenta di narrare con parole sue, stati d'animo e sfoghi, giudicando che la pienezza dell'esperienza possa essere parziale mi sembra decisamente inadeguato.
      Poi magari lei insegna giapponese ai giapponesi, io questo non lo posso sapere...

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