domenica 6 maggio 2012

La Storia di Genji - Speciale

Il «classico tra i classici» della letteratura giapponese, La Storia di Genji (Genji Monogatari) di Murasaki Shikibu, per la prima volta tradotto in italiano dallo wabun, il giapponese antico parlato dalla nobiltà dell'epoca, nella nuova edizione curata da Maria Teresa Orsi.

Il giorno avanzava e cosí egli l’accompagnò fino alla porta scorrevole. Dentro e fuori, si udiva il rumore della casa che si risvegliava e al momento di lasciarsi, quando chiuse la porta con il cuore stretto, fu proprio come se una barriera venisse a separarli. Dopo aver indossato l’abito informale di Corte, si fermò per qualche tempo accanto alla ringhiera che dava verso sud. Le grate lungo il lato occidentale erano state rialzate in tutta fretta: con ogni probabilità le donne della casa lo stavano spiando, e di certo qualcuna avrà provato un brivido di emozione osservando la sua figura che si intravedeva appena al di sopra dei bassi pannelli divisori posti all’interno della veranda.La luna che si attardava ancora nel cielo appariva chiara, nonostante la sua luce ormai debole, e rendeva l’alba ancora piú bella. Il cielo indifferente poteva apparire, a seconda di chi lo guardava, complice o ostile.
Murasaki Shikibu, La storia di Genji.



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Il Genji monogatari viene spesso indicato come il primo esempio di romanzo psicologico. Se simili attribuzioni suonano sempre alquanto arbitrarie, leggendolo non si può evitare di avvertire quanto si proceda in profondità nello scandagliare l’animo umano e come il quadro che ne deriva sembri spesso in sintonia con il modo di sentire di oggi. Da questo punto di vista, esso merita a buon diritto il titolo di classico della letteratura universale, sebbene solo di recente, in pratica poco piú di cento anni, sia entrato nell’orizzonte culturale occidentale e abbia preso a influenzarlo. La sua modernità risiede nella precisa volontà dell’autrice di non limitarsi a presentare intrecci tali da attirare l’attenzione e distrarre dalle pene quotidiane, ma anche – lo fa dire esplicitamente al protagonista in una conversazione, all’interno del venticinquesimo capitolo, Lucciole, che può essere vista come una sorta di summa estetica – di trasmettere sensazione e sentimenti nella convinzione che altri possano e debbano condividerli.
Dall'Introduzione di Maria Teresa Orsi
 
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È un libro così bello, così complesso, così ramificato, che debbo scusarmi con i miei lettori: qualsiasi cosa possa dire della Storia di Genji, sarà crudelmente elusiva e insufficiente. Non posso che raccomandarne la lettura come potrei raccomandare quella del Sogno della camera rossa o dell’Evgenij Onegin o di Guerra e pace.
Pietro Citati, Corriere della Sera
 
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La vita della nobiltà nel Giappone feudale, i molti amori del principe Genji «lo splendente», l'arte, la musica, la fortuna e le disgrazie inaspettate, l'eleganza e l'atmosfera malinconica di un mondo affascinante e impalpabile.

Accolta a corte per la sua fama di donna colta e amante della letteratura, Murasaki Shikibu, dama dell'entourage dell'imperatrice Shoshi e discendente della potente famiglia Fujiwara, compone il Genji monogatari all’inizio dell’anno mille e lo termina alla fine del decennio.

Concepita come intrattenimento per la parte femminile dell’aristocrazia e accolta sin dal principio con grande interesse, l’opera di Murasaki è ormai il «classico tra i classici» della letteratura giapponese, il modello cui si sarebbe fatto ricorso continuamente nei secoli successivi.

Straordinariamente complesso e stratificato, La storia di Genji si è prestato, specie negli ultimi decenni, a infinite letture, da quelle di stampo psicoanalitico ad altre che ne hanno evidenziato di volta in volta l’aspetto religioso, folklorico, politico, sociale, storico. Certo è che quest’opera presenta tratti singolarmente moderni, come il finale «aperto», o la prosa fatta di periodi ampi che, per il modo in cui la voce narrante si sovrappone a quella dei personaggi, appare un’insospettabile anticipazione dello stream of conciousness.
Protagonista del romanzo, Genji lo Splendente è di una bellezza quasi femminea, e anche il suo carattere è dolce, lontano anni luce dal prototipo occidentale del seduttore. «Se ama le donne, - scrive Pietro Citati nella sua recensione sul Corriere della Sera -, non lo fa mai con eccesso, ma piuttosto con una tenerissima compassione. Le ama perché vede riflessa in loro una parte di se stesso; l’effimero, il fragile, il vano, il fuggiasco».

La sua presenza diventa nell'opera l’elemento che collega i numerosi personaggi femminili, che, come scrive la curatrice nell’ampia introduzione al volume, sono «tutti diversi e tutti descritti con straordinaria maestria, la cui personalità viene a costituire all’interno del romanzo un catalogo di eccezionale profondità: orgogliose e riservate, timide fino alla passività, materne e rassicuranti, immature e fragili, gelose e insicure, patetiche e anacronistiche, consapevoli della precarietà e della debolezza della posizione femminile».

Sono, queste donne, incarnazione di una sensualità mai esposta e dunque ancora più irresistibile: una sensualità che non si esprime nell’esposizione del corpo ma nel fruscio delle vesti (meravigliosamente descritte da Murasaki), nelle sagome che si muovono oltre i paraventi, nei lineamenti fini esplorati al buio con il tatto o spiati attraverso una tenda appena scostata.

Al tema della bellezza (che è spesso androgina, quasi ultraterrena), si contrappone quello dell’aware, termine che ossessivamente ritorna nel testo e che assume di volta in volta il significato di emozione, commozione, malinconia, struggimento, fino a coincidere con la coscienza della inconsistenza della vita umana, della sua fugacità. «Da tutte le parti – scrive ancora Citati  – avanza la nostalgia, lo strazio, le lacrime, che bagnano le vaste maniche dei chimoni, e soprattutto l’immensa Malinconia, il cui nome viene ripetuto incessantemente, come se fosse l’unica sostanza del mondo immaginario e reale».

Pubblicato nei Millenni nel 1957, in una traduzione dall'inglese di Adriana Motti e più volte ristampato, il Genji monogatari appare oggi in una nuova edizione curata da Maria Teresa Orsi - docente di Lingua e letteratura giapponese prima all'Orientale di Napoli e poi alla Sapienza di Roma e già curatrice per Einaudi delle Fiabe giapponesi -, per la prima volta tradotto in italiano dal giapponese antico.
 
Ad accompagnare il testo, le splendide immagini realizzate del maestro tessitore Yamaguchi Itarō raccontano tutto lo splendore del mondo della Corte giapponese di epoca Heian, e impreziosiscono un volume unico, che restituisce la grandiosità di questo capolavoro della letteratura medievale.

dal sito dell'editore Einaudi

1 commento:

  1. è davvero un'opera straordinaria! soprattutto ciò che mi colpisce è il piacere nel leggerla e la sua modernità/universalità, qualità infinitamente superiore alla maggior parte dei best-sellers d'oggi...

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