di Costantino Ceoldo
Arhat è un termine buddhista indiano che viene
generalmente tradotto come il “risvegliato” e riferito ai seguaci del Buddha.
E’ anche però il titolo onorifico che viene riservato ai più grandi tra i
maestri di kung-fu Shaolin della Cina.
Chi pratica arti marziali sicuramente sa quanto il
kung-fu sia diffuso non solo in Oriente ma anche in Occidente, complice la
voglia di novità, il cinema, la curiosità per l’esotico.
Nel mio vagabondare erratico dal Giappone dei
samurai alla Cina dei monaci guerrieri, ho conosciuto il maestro Pietro
Biasucci, quasi mio compaesano. Nel suo primo libro, intitolato non a caso L’eredità dell’Arhat, Biasucci racconta
di sé e del suo cammino nel mondo del kung-fu, dalle palestre italiane fino
alle accademie cinesi, dure e spietate, di Dengfeng, non lontane dal celebre
monastero di Shaolin. Parla, a volte con candore, parla e racconta anche dei
suoi insegnanti alcuni dei quali sembrano perfino usciti da un passato
cinematografico, incarnando essi l’ideale personaggio taoista del saggio,
presente nel mondo e al contempo distaccato da esso.
D) Pietro Biasucci,
sifu, ho letto che il monastero Shaolin è stato quasi quotato in Borsa. Come è
possibile che un luogo sacro di così grande ed antica tradizione abbia
rischiato di sperimentare una simile condizione?
R) Come scrivo anche
nel libro, in epoca moderna il monastero Shaolin ha vissuto un cambio di passo,
adattato ai tempi moderni. E’ diventato quindi un luogo di riferimento prima di
tutto anche per le fantasie degli Occidentali e nel momento in cui c’è stato un
recupero delle tradizioni da parte delle istituzioni ed il governo ha
verificato che l’Occidente era molto interessato alle arti marziali cinesi, il
monastero Shaolin, che era il luogo di riferimento, è stato volutamente fatto
diventare un centro nel quale riversare tutte le aspirazioni del mondo
Occidentale. Di pari passo, l’aspetto economico che sempre più andava
incrementandosi, ha trovato fondamento nel monastero stesso. Il monastero è
diventato quindi l’immagine, la proiezione, dell’idea del kung-fu sviluppando
nel mondo una serie di esibizioni e di eventi nei quali l’aspetto economico ha
sempre più dettato le sue regole.
D) Però il
monastero non è ancora quotato in borsa, giusto?
R) Effettivamente
no [risata]. Effettivamente no.
D) Lei è stato
dichiarato dai suoi maestri “monaco laico Shaolin”. Può spiegarci cosa
significa?
R) Ecco… “monaco laico”, nell’evoluzione del kung-fu
relativa ai tempi più moderni, quindi dagli anni ’50 in poi, è un titolo
onorifico per quei praticanti di kung-fu che hanno seguito un certo percorso:
la pratica marziale si scinde dalla pratica monastica ma naturalmente le due
pratiche subiscono sconfinamenti reciproci, essendo state unite per secoli e
l’idea “filosofica” del kung-fu viene mantenuta ancora oggi. Però, a tutti gli
effetti, il titolo è onorifico ed identifica un percorso marziale e non di
natura religiosa.
D) Quali sono i
suoi doveri di monaco laico ma anche le sue passioni, le sue emozioni nel suo
vivere quotidiano?
R) I miei doveri
sono prima di tutto verso il mio Maestro. Quindi nel cercare di creare continuità
rispetto il messaggio che lui ha tentato di portare avanti attraverso il suo
operato e la sua vita. E’ stata una fortuna, per me, quella di averlo
incontrato e che mi abbia reso partecipe di questo progetto. I miei doveri sono
quindi principalmente rivolti verso le sue volontà, con un’idea di
trasmissione, nella fattispecie qui in Italia. La pratica quotidiana è
sicuramente un dovere, relativo anche a pratiche di natura più interiore ed attinenti
alla respirazione: un allenamento che sia continuo e che mantenga un livello
costante nel tempo, che permetta un aumento delle conoscenze e della
consapevolezza di quello che si sta portando avanti. Una pratica regolare, che
mi permetta di essere sufficientemente preparato a mano a mano che la realtà
qui in Italia cambia, cambiando le persone con le quali vengo in contatto
nell’ambito del kung-fu.
D) Spiritualità e
tecniche di combattimento. Un occidentale potrebbe dire “il sacro e il
profano”. Sbaglia chi trova una contraddizione fra le due cose?
R) Questi è un
aspetto estremamente interessante e qui si arriva proprio all’origine di queste
discipline. La cosa che mi ha sempre affascinato è che le arti marziali in Cina
hanno raggiungo livelli di eccellenza a contatto con monasteri sia per quanto
riguarda le discipline esterne che quelle interne. Questo connubio tra sacro e
profano, che apparentemente stride, in realtà si regge su una connessione. Da
sempre chi si è occupato del senso della vita, quindi del significato della
morte, è stato il monaco ed il guerriero. Questo è anche il motivo per cui
nella cultura tradizionale cinese si è sviluppata molto anche la medicina
perché anche il medico si occupava della morte. Queste tre situazioni, messe
assieme, identificavano chi interagiva con il significato della vita e quindi
della morte.
D) E quindi
perché Lei si è avvicinato alle arti marziali e, in particolar modo, a quelle
cinesi?
R) Ho sempre
sentito una fortissima attrazione nei confronti di queste discipline. Faccio
fatica a trovare razionalmente una risposta. Fin da bambino ho sempre sentito
questa forte, fortissima attrazione anche nei confronti dell’approccio
filosofico e spirituale che hanno le arti marziali, nella fattispecie quelle cinesi: questa idea
di dare un significato al gesto di difendersi, capire come ottimizzare
determinate emozioni, determinate forze, per ottenere un equilibrio che è
collegato al combattimento ma è collegato poi anche alla vita.
D) Così alla fine
è arrivato al celebre monastero e alle scuole di Dengfeng, così dure, aspre, perfino
spietate nel loro essere selettive. Una lunga strada, non trova?
R) Sì. Sono
entrato in contatto con vari maestri prima di arrivare in Cina, ho viaggiato
molto e mi sono spostato molto e quando vi sono arrivato sono entrato in
contatto con questa verità nella pratica, con un regime di vita molto duro. Ho
sperimentato anche la difficoltà dell’integrazione all’interno di una realtà in
cui si pratica arti marziali, si può dire, per mera sopravvivenza, in funzione
proprio dell’estrazione economica di molti praticanti, degli sforzi che le
famiglie fanno affinché il figlio possa apprendere il kung-fu anche per
cambiare un po’ le sorti della famiglia stessa. Una condizione di vita
estremamente dura, accompagnata da un allenamento altrettanto duro.
D) E’ per questo
che nel libro lei ricorda che all’inizio si sentiva quasi un privilegiato ed
aveva dei dubbi sulla sua permanenza a Dengfeng?
R) Si, proprio
per questo. Prima di arrivare lì, la mia vita era quella di un perfetto
Occidentale. Probabilmente, anzi: sicuramente!, non mi rendevo conto di quello
a cui stavo andando incontro. Soprattutto lo facevo con un atteggiamento di un
certo tipo: per me era una questione di crescita personale, di comprensione,
mosso da una forma di arroganza che a volte spinge a determinate scelte, a
determinati percorsi. Quindi con questa cosa, come dire, che dovesse essere un
po’ scontato che ricevessi certi insegnamenti. Una volta arrivato lì, mi sono
reso conto che ci sono bambini di dieci anni che vivono in un regime di vita
estremamente duro, praticanti che son sottoposti veramente a difficoltà su
tutti i fronti. Tutto questo mi ha fatto riflettere ed ha ridimensionato il mio
atteggiamento verso le arti marziali e forse è stato l’insegnamento di vita più
grande che ho avuto.
D) E adesso come
vede le arti marziali?
R) Adesso le vedo
sicuramente in un modo diverso rispetto al passato. Generalizzare è sempre una
cosa da prendere con le pinze ma vedo che il mondo delle arti marziali è
costituito principalmente da persone che devono trovare uno sfogo, trovare un
significato ad una vita che è già in qualche modo compiuta, piena ed è una
ricerca relegata nell’ambito del tempo libero. L’atteggiamento invece di chi lo
fa con un istinto proprio di sopravvivenza, è completamente diverso perché
capovolge i valori: porta il significato dell’arte marziale in primis e quindi la vita viene vissuta
in funzione del significato dell’arte marziale.
D) In certi
ambienti si levano periodicamente voci su una presunta inefficacia delle arti
marziali cinesi, inficiate dalla loro stessa attenzione a pratiche salutiste.
Quale è la sua opinione al riguardo?
R) Partiamo dal
presupposto che generalizzare, come ho già detto, è sempre un po’ difficile.
Per come vengono praticate le arti marziali in Occidente, quando siamo già al
di fuori del contesto originale, a mio avviso questa critica trova fondamento.
Trova fondamento perché le arti marziali cinesi, per essere praticate con
efficacia, mantenendo l’aspetto filosofico e salutista che le rappresenta,
hanno bisogno di tante ore di lavoro quotidiano, hanno bisogno di una dedizione
costante, hanno bisogno veramente di un grande impegno. Vi sono aspetti che, se praticati con
costanza, portano ad una metabolizzazione della disciplina e ad una sua
comprensione da un piano più elevato e si capisce dove una cosa interagisce
nell’altra per creare completezza. Ma questo ha bisogno di tempo quindi la
parte salutista va sicuramente ad inficiare l’efficacia marziale se non c’è il
tempo adatto di sviluppo. D’altro canto, se consideriamo alcuni maestri cinesi,
chi di loro raggiunge l’eccellenza in questo tipo di discipline sviluppa
veramente delle doti che trascendono sostanzialmente i limiti umani.
D) Un’ultima domanda: quali consigli
si sente di dare a quei giovani che volessero seguire un percorso simile al
Suo?
R) Per quanto possa sembrare banale, cercare sempre che l’impegno, il
rigore, la disciplina, siano prima di tutto una forma mentale attraverso cui
vivere la vita. Questo permette di affidarsi ad un maestro che possa in qualche
modo aprire le porte di questa disciplina, o naturalmente anche di altre
discipline. Coltivare lo spirito di sacrificio conduce, come dicono i saggi in
Cina, ad abbandonare se stessi per apprendere gli insegnamenti di un maestro,
insegnamenti che a volte possono essere duri ed altre volte non perfettamente
collegati a quella che può essere l’dea dell’individuo preso singolarmente.
Abbandonarsi quindi all’insegnamento attraverso una forte disciplina ed una
convinzione che sfocia nella fiducia nel proprio maestro.
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Costantino Ceoldo
– Pravda freelance
Sito del Maestro Pietro Biasucci: http://www.tigrebianca.it/
File audio su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=S6FmGgKdVBM
Nota: la trascrizione
dell’intervista differisce leggermente dal parlato per motivi di semplicità di
lettura.
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