– Bestiacce, – con uno sforzo cercai di scacciare dalla mia mente le
immagini delle rane toro che affioravano insistenti, dopo aver visto il
programma su mia zia avevo sviluppato una specie di fobia verso gli
anfibi. – Vorresti metterti ad allevare quelle robe?
– Sul serio, non sto scherzando –. Represse il sorriso.
– Le rane non sono poi cosí spaventose, hanno anche degli antenati in
comune con gli uomini, – mi rispose. – I girini somigliano agli
spermatozoi e tra gli ovuli umani e le uova di rana non c’è alcuna
differenza. Hai mai visto un feto di tre mesi mummificato? Ha la coda,
come una rana al momento della metamorfosi.
La guardai sempre piú sconvolto.
Continuò la spiegazione come se recitasse a memoria: – Perché rana e neonato hanno lo stesso suono, «wa»? Perché il vagito di un bambino appena uscito dalla pancia della madre assomiglia
moltissimo al gracidare di una rana? Perché molte figurine dei bambini
di creta tengono una rana in braccio? Perché la progenitrice
dell’umanità si chiama Nüwa? Hanno lo stesso suono, ciò significa che la
nostra antenata era una rana, che gli uomini discendono dalle rane e
che la teoria che veniamo dalle scimmie è totalmente sbagliata.
Mo Yan, «Le rane»
***
Anche le rane hanno la voce di un premio Nobel. Perché un premio Nobel
può scegliere le rane per dare voce a uno dei temi che spaccano il cuore
del suo Paese. È così che Mo Yan, lo scrittore che l’anno scorso ha
regalato alla Cina un riconoscimento d’importanza epocale, è sceso nel
pantano avvelenato e doloroso della politica del figlio unico. E ha
affrontato la contraddizione fra la gioia del mettere al mondo un figlio
e l’obbrobrio degli aborti forzati, pratica che tuttora sopravvive là
dove la solerzia criminale dei funzionari locali ha la meglio sulle
direttive più moderate emanate a Pechino.
Marco Del Corona e Paolo Salom, «Corriere della Sera»
***
Mo Yan è un mostro. Ha divorato tutto: il romanzo occidentale, la
tradizione cinese, il teatro popolare, l'opera buffa...Per altri
scrittori potrebbe essere un rischio, ma non per lui: l'Accademia
svedese non si è sbagliata a premiarlo.
«Le Nouvel Observateur»
***
Wan Xin ha fatto nascere migliaia di bambini: tutte le donne che hanno partorito negli ultimi cinquant’anni nella regione di Gaomi, l’hanno fatto con lei.
Venerata come abile custode dei misteri della vita, Wan Xin diventa
membro del Partito comunista cinese nel 1955. Dieci anni dopo, il
Partito le chiede di mettere il suo talento al servizio del Governo, e
lei - per coerenza, per fedeltà, per debolezza forse - accetta: con
il programma di controllo delle nascite, Wan Xin si trasforma, da colei
che conduce alla vita, in colei che la vita la interrompe.
Da eroica dea della fertilità a boia inesorabile di migliaia di bambini
non nati, si dedica a questa nuova mansione con lo stesso zelo che
metteva nell’accogliere i primi vagiti dei neonati di Gaomi, e non
smette neppure quando il «programma» diventa violenza disumana e
indiscriminata.
Sarà il gracidare delle rane, in una notte spaventosa e rivelatoria di molti anni dopo, a farla vacillare:
quando la stretta del regime si allenta Wan Xin vede crollare gli
ideali con cui, per decenni, aveva messo a tacere la propria coscienza.
Ed è costretta a fare i conti con le proprie colpe.
A raccontarci la storia di Wan Xin è suo nipote Wan Zu – meglio
conosciuto come Girino. Affacciatosi al mondo con un piede, anziché con
la testa, Wan Zu è vivo solo grazie al talento della zia. E quel legame che si annoda nel momento della sua nascita sembra destinato a segnare la sua vita intera...
Con Le rane Mo Yan, Premio Nobel per la Letteratura 2012, affronta – forse per la prima volta nella storia della letteratura cinese - la questione dolente e controversa della politica demografica portata avanti dal regime, e lo fa costruendo un personaggio memorabile, una donna la cui vita è insieme epica e tragedia.
Lo spunto è autobiografico: come Girino, Mo Yan ha avuto una zia
che ha lavorato da ginecologa e ostetrica. «Tutti i miei romanzi, se mi
guardo alle spalle, sono stati ispirati da determinate figure, da
persone realmente esistite, - ha detto Mo Yan in un’intervista.
- Persone di per sé particolarmente ricche, dal carattere estremamente
complesso, che hanno vissuto esperienze affascinanti [...].Una persona
come la mia vera zia, in grado di far passare per le sue mani diecimila
bambini, dandogli il benvenuto al mondo, una persona come lei di per sé è
già un libro ricchissimo. Scrivere di un chirurgo come lei significa
naturalmente ripercorrere la storia delle nascite a partire dagli anni
Sessanta, in particolare toccare le alterne vicende legate al controllo
delle nascite. Tutto questo mia zia lo ha vissuto in prima persona.
Contemporaneamente ha compiuto anche molti interventi di aborto. Ho
semplicemente percepito che questa persona, una volta raggiunta la
vecchiaia, deve aver provato senza dubbio molti dolori e molte
contraddizioni».
Contraddizioni che Mo Yan mette in scena attraverso una complessa e perfetta struttura narrativa e un sovrapporsi raffinato di sottotrame, punti di vista, confessioni e omissioni.
Il risultato è un romanzo densissimo e sofferto, che ha richiesto molti
anni di lavoro e che rappresenta – ha confessato l’autore – anche una personalissima espiazione: lui stesso, senza la pianificazione delle nascite, sarebbe padre di due o tre figli.
Ma
avverte: «Anche se io scrivo partendo da vicende mie personali in
realtà racconto una generazione. Ho sempre pensato che la buona
letteratura dovrebbe permettere al lettore di ritrovare se stesso nelle
pagine che scorre, dovrebbe suscitare emozioni condivise. La buona
letteratura consente allo scrittore di raccontare il proprio mondo
emozionale e di esperienze. Allo stesso tempo, rappresentando le storie e
l’universo interiore delle persone comuni, è in grado di fondere
universalità e particolarità. Può darsi che lo scrittore non se ne renda
conto quando prende la penna in mano, ma è qualcosa che accade
comunque. Da sé», ha spiegato al Corriere.
Quel che è certo è che Mo Yan – che ha appena dato alle stampe il suo
nuovo libro in cui racconta del suo viaggio a Stoccolma per il
conferimento del Premio Nobel – si conferma portatore di uno
sguardo complesso e obliquo sul suo Paese, capace di rompere un tabù
dolorosissimo che ne ha segnato irrimediabilmente la storia.
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