un film di Kore-eda Hirokazu
dal 3 aprile al cinema
Una delicatezza e una dolcezza contagiose (Paolo Mereghetti - Il Corriere della Sera)
Nonomiya Ryota è un professionista di successo, un uomo che lavora sodo
ed è abituato a vincere. Un giorno, lui e la moglie Midori ricevono una
chiamata dall'ospedale di provincia dove sei anni prima è nato loro
figlio, Keita, e vengono a sapere che sono stati vittima di uno scambio
di neonati. Il piccolo Keita è in realtà il figlio biologico di un'altra
coppia, che sta crescendo il loro vero figlio, insieme a due
fratellini, in condizioni sociali più disagiate e con uno stile di vita
molto differente. Ryota si trova di fronte alla necessità di una
decisione terribile: scegliere il figlio naturale o il bambino che ha
cresciuto e amato per sei anni?
Il giapponese Kore-Eda conferma le qualità artistiche di cui ha sempre
dato prova con questa esplorazione splendidamente misurata di un dilemma
che mira dritto al cuore dell'uomo. Con la leggerezza della grande
scrittura, l'abilità di costruire un'architettura perfetta nel
bilanciare il peso di azioni e reazioni tra i due nuclei familiari
coinvolti (il regista ha affermato di essere partito con questo film per
un viaggio dentro se stesso, riconoscendosi nelle questioni personali
di Ryota, che nella finzione è appunto un architetto) e con un cast in
grado di conferire all'opera un valore aggiunto altissimo, Kore-Eda non
si lascia mai tentare dal richiamo del melodramma, che è nelle corde del
soggetto ma non nelle sue, e mantiene un registro contenuto ma attento
ai particolari e ai piccoli incidenti del vivere, nel quale le belle
idee sono silenziosamente numerose e nulla è mai di troppo. In
particolare, nonostante il film racconti la maturazione di Ryota
rispetto al suo essere padre, che passa forzatamente dal suo essere
stato figlio a sua volta di un certo padre, sorprende la verità con la
quale il regista coglie le reazioni dei due bambini, bloccati tra la
fiducia che ripongono nei genitori, la volontà di ottenere la loro
ammirazione e il disagio dell'incomprensione.
Non sono poche le barriere culturali che ci impediscono di non trovare
mostruoso il comportamento del protagonista o colpevolmente remissivo
quello della moglie, ma è il film stesso, probabilmente, ad accrescerli
leggermente nella prima parte (come fa d'altronde con la presentazione,
quasi in chiave di commedia, delle differenze di comportamento tra le
due famiglie) per poi superare le premesse e farsi toccante, nella
scoperta del sentimento. E non poteva che essere attraverso uno
strumento eminentemente visivo come una macchina fotografica, che Ryota
impara che è suo figlio, il suo sguardo e il suo amore, che fanno di lui
un padre, non un esercizio di volontà né il gruppo sanguigno.
Father and Son, infine, è anche e soprattutto una riflessione sul tempo, su ciò che crea, che divora, che può e non può mutare.
di Marianna Cappi (mymovies.it)
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