di Marco Del Corona
da La Lettura (Corriere della Sera) 03/06/2012
Lo scrittore Su Tong: nelle campagne la condizione femminile resta molto
pesante e in politica ci sono solo «quote rosa» per mascherare la
discriminazione sessuale
La Cina non è femmina. La Cina è maschio, e tale resterà. «Lungo la
costa orientale, nel Sud, nelle aree sviluppate, le donne non sono poi
così diverse da quelle occidentali. Ma nell’entroterra profondo le
cinesi restano le macchine da parto che sono sempre state». Legge del
figlio unico o meno, deroghe incluse (e ce ne sono parecchie), nulla è
cambiato.
«L’antropologia femminile rispecchia la geografia della Cina».
Su Tong ha saputo costruirsi la fama di autore capace di insinuare la
propria scrittura nell’animo delle donne, accreditandosi come narratore
«femminile». Cipria, Vite di donne e soprattutto Mogli e concubine,
trasformato in un film gelido e feroce da un magistrale Zhang Yimou che
oggi non è più così esatto, hanno una cifra che tuttavia non appanna lo
sguardo di Su. La seconda economia del mondo continua a restare un Paese
per uomini: «È impensabile — dice alla “Lettura” — una leader
femminile, in Cina. In Germania c’è Angela Merkel, in Brasile Dilma
Rousseff. Da noi le donne sono soltanto una quota. Niente illusioni».
Non sarà al prossimo cambio di leadership e neppure al giro dopo che la
Cina avvierà la sua rivoluzione di genere. «Non riesco a immaginare
quando possa emergere una donna che segni una svolta». In vista del
prossimo Politburo è stato fatto il nome di Liu Yandong, la donna più
alta in grado nella gerarchia comunista, di cui qualcuno ipotizza
l’ingresso nel comitato permanente. «Anche lei è una quota rosa. Nelle
città, fra sette o otto vicesindaci c’è sempre una donna messa lì per
non dare l’impressione che la discriminazione sessuale esista. Ma sulla
scena della politica non siamo in grado di capire chi valga: mancano gli
strumenti per farsi un’idea in questo campo. Non sappiamo giudicare il
merito delle donne in politica, mentre invece ormai con cantanti e
attrici siamo capaci. Ci vorrà tempo».
Su Tong, 48 anni e una figlia a Toronto, tiene la politica a distanza.
La sua casa lo conferma: una villa in un compound costosissimo alla
periferia di Nanchino, tutto vialetti in saliscendi, praticelli ben
tosati e piante neanche fossero curate da acconciatori, una specie di
sobborgo borghese statunitense ricreato in vitro. Su segue il tennis,
«uno sport più lento rispetto al calcio», ma amava il football al punto
da ricordare una spedizione «a San Siro con i miei amici scrittori Mo
Yan, Yu Hua e Wang Shuo a vedere un Milan-Atalanta. Era il 1999».
Non lo scuote neppure la storia di Gu Kailai, moglie dell’alto dirigente
comunista Bo Xilai caduto in disgrazia, accusata di aver fatto uccidere
un businessman britannico molto intimo. «La storia è piena di donne
rovinate. Di Bovary e affini. Ma gli scrittori hanno bisogno di
metabolizzare le vicende della politica. Questa di Gu non è una vicenda
su cui io scriverò. Lavoro a storie che solo io posso scrivere. E qui
non è così. Però è un gran film. Mi colpisce che i cinesi ignorino la
vita privata dei politici. Non sanno giudicarli. Bisogna essere capaci
di filtrare le informazioni, di interpretarle. Non mi interessano i
funzionari né sono invidioso di chi sta al potere: sono invidioso di chi
scrive meglio di me. Naturalmente non è che si possa starsene
completamente fuori, dalla politica. Ma qual è il tuo diritto di
commentare? Il vantaggio di stare a Nanchino è che è lontana sia da
Pechino, quindi dalla politica, sia da Shanghai, quindi dal
materialismo. Una vita distaccata. Il mio piccolo mondo».
Su Tong non è iscritto al Partito comunista, «e nemmeno a uno degli otto
partiti democratici»; è vicepresidente dell’Associazione degli
scrittori. A che serve? «A nulla». La moglie corregge sorridendo:
«Falso. Paga uno stipendio, fornisce la copertura sanitaria, qualche
volta ci dà un autista». In autunno il Partito comunista rinnoverà la
leadership. «Ogni tot di anni c’è un congresso. Una ripetizione. Il
futuro? Non sono né ottimista né pessimista. I cinesi hanno una gran
capacità di sopportare, chiedono pochissimo ai governanti. Una casa, un
lavoro, un’auto. Vola l’economia, immobile la politica. Ma l’Occidente
dev’essere paziente come siamo pazienti noi. Io stesso lo sono».
Ubbidiente, si definiva in una nota autobiografica di vent’anni fa: «Lo
sono ancora». Censurato? «Solo per una scena di sesso che poi hanno
tolto da Riso».
Un autore cresciuto abbeverandosi al Sogno della camera rossa, al Jing
Ping Mei, ai classici cinesi, ma conoscitore anche di Tolstoj e
Flaubert, Kafka e Faulkner, e del nostro Italo Calvino, si stupisce di
come accada in Cina «una cosa bizzarra» (dice così). «Tanti buoni libri
hanno saputo descrivere i cambiamenti nelle campagne. Ma una visione
d’insieme delle città non esiste. Molto strano. Manca un affresco
sociale alla Guerra e pace della Cina urbana contemporanea, una Commedia
umana alla Balzac. Vorrei provarci io, collegando i destini dei
personaggi ai cambiamenti del Paese. Come nel libro che completerò in
estate. Si svolge dalla fine degli anni Ottanta al 2000: tre personaggi
legati da uno stupro, la ragazza vittima, il colpevole che vive libero e
impunito, un innocente chiuso in galera per dieci anni, che uscendo
trova una Cina trasformata. Diviso in tre parti, racconta la storia da
tre punti di vista».
Freddo con la tecnologia («non che non mi piaccia, ma non capisco perché
la gente impazzisca per Weibo», il Twitter cinese), a Su non restano
che le donne. Che, nei suoi libri, sono capaci di ogni efferatezza: «Non
mi era mai piaciuto come le donne venivano descritte nei libri.
Prevalevano i protagonisti maschili perché gli scrittori ignoravano come
fossero le donne. Io cerco di scoprire le loro debolezze perché le
considero persone maiuscole, e per dare alle donne l’uguaglianza che
spetta loro, parto dal contrario, dai difetti, dalle debolezze. Ne hanno
come gli uomini. E sotto la mia penna sono tutti uguali».
Traduzione di
Emanuela Guercetti

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