La Repubblica, 22 Giugno 2012
È appena uscito per Einaudi il mega-romanzo La storia di
Genji, considerato in Giappone il classico dei classici, come
Shakespeare in Inghilterra o Dante da noi, e scritto all’inizio
dell’anno Mille – nell’epoca culturalmente fertilissima detta Heian –
dalla dama di corte Murasaki Shikibu.
Questo volume colossale (1.400 pagine), ora accessibile per la prima
volta integralmente in italiano, scorre lungo un fiume denso e
catturante di magie, riti galanti, senso della fiaba, sontuosi e
minuziosi affreschi di vita a corte, galleggiamenti lirici ed erotici,
intrecci sentimentali, sprazzi filosofici, culto totalizzante della
bellezza… Impossibile riassumere la pluralità di livelli comunicativi e
la vastità d’influssi di un capolavoro che nei secoli s’è mostrato in
grado di farsi assorbire sia dalla cultura “alta” giapponese che da
quella “bassa”, come un paradigma atemporale.
Il Genji
monogatari (dove il secondo termine vuol dire semplicemente “racconto”) è
stato tradotto per intero dalla nostra massima studiosa di letteratura
giapponese, Maria Teresa Orsi. Docente universitaria prima all’Orientale
di Napoli e poi alla Sapienza di Roma, e già traduttrice di testi
soprattutto classici, oltre che maestra dei migliori esperti italiani di
lingua giapponese (vedi Giorgio Amitrano, traduttore di Murakami), la
Orsi, che è innamorata di Tokyo, città in cui ha vissuto a più riprese
(la prima volta, subito dopo la laurea, per cinque anni consecutivi), si
è lanciata in questo gigantesco lavoro di traduzione con ossessività
devota e certosina. Lo scopo era restituire, attraverso i 54 capitoli
del romanzo (alcuni dei quali tagliati nelle altre traduzioni
occidentali), luci ed ombre dell’esistenza nobile e avventurosa di Genji
lo Splendente, appellativo che il protagonista, per virtù di avvenenza
fisica e di brillantezza d’ingegno, ha nell’opera che ne celebra le
gesta.
«La mia è stata una sfida durata dieci anni, e scandita da
molta pazienza e umiltà, oltre che da un controllo rigoroso e continuo
delle fonti. Avevo un obiettivo: essere il più fedele possibile
all’autrice», spiega la Orsi nel salotto della sua casa romana a
Monteverde, con le pareti foderate da libri giapponesi
e da scaffali
pieni zeppi di manga. Questa signora piemontese di asciutto charme
intellettuale è stata la prima accademica, al di fuori del Giappone, a
occuparsi analiticamente di fumetti giapponesi.
Com’è nata l’idea della nuova traduzione del Genji?
«Mi
pareva necessario proporre il romanzo nella sua interezza, e anche, per
quanto possibile, nella sua autenticità. L’unica traduzione italiana
finora disponibile, a cura di Adriana Motti e pubblicata nel ’57,
partiva dalla versione inglese fatta a cavallo tra gli anni Venti e
Trenta da Arthur Waley, un intellettuale del gruppo di Bloommato
sbury,
lo stesso di Virginia Woolf. Waley si sovrappose all’originale cercando
di far sì che il romanzo, così lontano dall’Europa, divenisse
accessibile al lettore occidentale, intervenendo su scelte strutturali e
di stile e operando numerosi tagli».
È stato arduo affrontare la lingua antica del libro?
«Ho
dovuto sciogliere i tanti nodi del lessico del giapponese parlato a
corte nel periodo Heian e dirimere un tessuto intricato di problemi
interpretativi. Per esempio s’intercalano spesso al testo frammenti in
versi. Sono citazioni di poesie che preesistevano al libro, e di volta
in volta, affinché risultassero comprensibili, andava rintracciata la
poesia da cui erano staconsorte
te estratte. I lettori dell’epoca
capivano subito quegli spezzoni, che erano parte della loro cultura
quotidiana, mentre noi, evidentemente, non possiamo farlo».
Un enigma del Genji è che nessuno dei personaggi viene chiamato per nome.
«Vero.
Gli uomini sono indicati in base al titolo o al rango nella gerarchia
di corte: gran ministro della sinistra, primo o secondo comandante, capo
della cancelleria… Le donne sono segnalate dal
“nome di servizio”:
Dama di quinto rango, Seconda Dama delle Stanze Interne… Ma può anche
comparirne una con un titolo che a rigore spetterebbe ai maschi
dell’aristocrazia, cioè preso dal padre o dal marito della donna in
questione… Di fronte ai tanti ostacoli, certe traduzioni, come quella
fatta negli anni Settanta dall’americano Edward Seidensticker, hanno
usato per i personaggi i soprannomi attribuiti dai lettori e poi dalla
critica in secoli successivi, spesso assenti dal testo. Esempio: la
prima moglie di Genji è nota in Giappone come Aoi no ue (la Signora
degli Aoi), nome che non c’è nell’originale, dove figura come la giovane
signora, o la figlia del ministro della sinistra, o la prima
di
Genji… Io ho voluto attenermi all’impostazione dell’autrice, senza usare
gli appellativi, con tutti i rischi che ciò comporta. Anche perché
talvolta, lungo la trama, ranghi e titoli cambiano nel progredire delle
carriere, il che complica ulteriormente la riconoscibilità dei
personaggi, di cui comunque offro un breve elenco
all’inizio di ogni capitolo».
A noi occidentali appare misteriosa e assurda questa scelta della scrittrice…
«All’epoca
indicare una persona col nome era scortese o di cattivo augurio. Si può
aggiungere che, nel corso di alcune cerimonie buddiste, costringere
un’entità malevola a dichiarare il proprio nome era un modo per
esorcizzarla. All’inizio del libro Genji è chiamato il Piccolo Principe,
e l’imperatore gli dà il cognome Genji solo quando decide di escluderlo
dalla successione imperiale».
L’affascinante protagonista avanza in un destino di fortune alterne circondato dalle donne: Genji è un libertino?
«No!
È un uomo che ama l’amore ed è un personaggio creativo e positivo. È la
negazione di Don Giovanni, il quale ha invece alle spalle un’educazione
cattolica ed è blasfemo e distruttivo. L’infedeltà di Genji non è una
sfida all’ordine etico e sociale, ma una dimensione immersa in un
contesto dove, ai vertici della corte, era ammessa la poligamia, con una
consorte principale e mogli secondarie. Non c’erano barriere morali da
abbattere, ma schemi da rispettare in base al decoro delle posizioni.
D’altra parte la capacità di amare, come raffinata sensualità, era parte
integrante della cultura aristocratica. L’esercizio dell’amore
rientrava nella concezione di assoluta eleganza che distingueva la vita a
corte. Nel
Genji
i codici dell’eleganza sono essenziali».
È dunque un libro di pure e sublimi formalità?
«È
molto di più. È un grandioso esempio di romanzo psicologico. Vi si
percorre un viaggio di profondità introspettiva sorprendentemente
moderna e di ricercatezza quasi proustiana. Inoltre è mirabile la lingua
dell’autrice Murasaki Shikibu, fluida e morbida. E il fatto che sia
donna emerge bene dalla sua straordinaria capacità di scandagliare i
caratteri femminili».
Come si fa a dedicare un decennio
della
propria vita a un progetto tanto vasto e impegnativo, in cui, alla fine
dei conti, chi traduce è ridotto spesso a un mero “dietro le quinte”
dell’opera, e a volte viene citato appena nelle recensioni?
«È stato
bellissimo potermi mettere al servizio del genio di Murasaki, anche se
sono stata assalita costantemente dai dubbi, proprio perché volevo
rispettare al massimo le sue intenzioni. La verità è che avrei voluto
lavorare al
Genji
dieci anni in più, per approfondire e comprendere ancor meglio la ricchezza del suo mondo ».
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