dal 1949 ad oggi
Seminare, coltivare e diffondere. I manifesti di propaganda politica hanno caratterizzato la storia della Repubblica Popolare Cinese fin dai suoi primordi
L’ICONOGRAFIA CINESE DAL 1949 fino ai giorni nostri
traccia i contorni e i pendolanti equilibri di un potere sociale
multiforme e mutevole che aggrega, assimila e fagocita. L’esercizio
seduttivo del potere rispetto ai gruppi sociali si concretizza proprio
nella fase di aggregazione e si consolida in quella di assimilazione.
Sviluppandosi attraverso il
modus operandi della propaganda
delle immagini. Forma significante capace di far vibrare le corde
emotive della collettività e instillarvi il significato razionale, il
contenuto ideologico, strumentale alla “fabbrica del consenso” e alla
stabilità delle relazioni tra la popolazione e le autorità.
La promozione del regime si realizza in primo luogo
invadendo l’autonomia della ragione critica individuale per asservirla
all’eteronomia della nuova coscienza nazionale collettiva. L’ideologia,
come
vis persuasoria, diviene strumento necessario per abbattere le barriere difensive dell’indipendenza del privato e per assicurarsi il consenso.
La diffusione dilagante di dazibao inneggianti
la rivoluzione socialista o dei precetti maoisti raccolti nel Libretto
Rosso (1964) alla vigilia della Rivoluzione Culturale hanno distinto la
propaganda politica tesa alla “strutturazione della conoscenza” e delle
coscienze in senso ideologico.
L’uso della propaganda iconografica è così
penetrante in quegli anni che la dottrina di Mao sostituisce ragione e
volontà, ergendosi a paradigma da cui estrapolare le regole
comportamentali da applicare nelle separate sfere della società e
stimolando risposte di tipo istintivo, la mobilitazione delle masse e la
trasformazione della società.
Stereotipizzazione, etichettatura, semplificazioni,
suggestioni e proiezioni o transfer emozionali sono solo alcune delle
tecniche propagandistiche celate nelle immagini abbozzate, nella scelta
dei colori e nei manifesti a grandi caratteri di epoca maoista.
Con l’avvio delle modernizzazioni denghiste
e la spinta propulsiva riformista e aperturista muta la dimensione
della comunicazione politica. Il linguaggio della propaganda della Nuova
Cina si svecchia, abbandona i febbricitanti slogan para-religiosi e
accoglie un codice formale di “parole virtuose” e propositive, tali da
favorire l’ottimismo e la fiducia nella crescita futura.
Quello rappresentato nei manifesti politici degli
ultimi sessant’anni è lo spirito rivoluzionario della Repubblica
Popolare Cinese, la storia della sua nascita e del suo sviluppo, delle
sue altalentanti accelerate e delle sue brusche frenate. Un Paese che
racconta sé stesso, seminando, coltivando e diffondendo la sua immagine
pubblica.
La
celebrazione del I anniversario della fondazione della RPC, di Su
Guojing (1950). Collezione: International Institute of Social History,
Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
Il 1 ottobre del 1949 nasce la RPC sotto l’egida del Partito
Comunista Cinese e del suo Gran Timoniere, Mao Zedong. Le forze
nazionaliste del Guomindang di Chang Kai-Shek sono sconfitte e messe in
fuga: è l’inizio della costruzione di una nuova società socialista. Nel
manifesto la popolazione festeggia l’anniversario della fondazione della
RPC come una festa di liberazione e celebra i due rivoluzionari Mao e
Sun Yat-Sen, il padre della patria.
Liberate
risolutamente Taiwan, salvate la popolazione taiwanese dalla loro
povertà! Di Hu Jinye (1955). Collezione: International Institute of
Social History, Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
La popolazione autoctona dell’isola di Formosa è stata
forzatamente repressa dalle forze nazionaliste del Guomindang migrate
nel 1945 e messe in fuga dall’avanguardia maoista. Il messaggio
propagandistico è lapalissiano e la tecnica è il transfer emotivo ed
empatico: mistificare la realtà per acquisire il consenso interno e
tracciare i contorni di una minaccia e di un nemico esterno. La RPC
rigetta l’esistenza di un’altra Cina (la Repubblica di Cina) oltre lo
Stretto e pertanto prospetta la migrazione dei nazionalisti a Taiwan
come un atto di occupazione coatto, lesivo dei diritti dei taiwanesi
locali.
L'industria
della patria si sviluppa a passi da gigante e spaventa l'Inghilterra
tanto che trema di paura! Di Qing Lingyun, Li Pingfan e Ping Ye (1958).
Collezione: International Institute of Social History, Amsterdam, and
Stefan R. Landsberger
È il manifesto del “Grande Balzo in Avanti”, il piano economico
maoista progettato e realizzato tra il 1958 e il 1960 allo scopo di
trasformare e modernizzare l’economia del Paese, incentivando
l’industrializzazione delle campagne, la costruzione di altoforni e la
produzione di metalli pesanti. Il riferimento nel manifesto è alla
competizione con l’Inghilterra, al primo posto nella produzione
dell’acciaio in quegli anni, primato che la RPC mira a scalzare.
L’obiettivo propagandistico è quello di galvanizzare le masse e
incentivarle al lavoro, sfruttando la carta dell’orgoglio nazionale e
risvegliando la diffidenza nei confronti dell’Inghilterra e le
umiliazioni inferte durante le guerre dell’oppio.
L’Oriente è rosso (1965). Collezione: International Institute of Social History, Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
“L’oriente è rosso, il sole sta sorgendo.
La Cina ha portato avanti Mao Tse-tung.
Lui lavora per il bene della gente.
Hurrah, Lui è il grande salvatore del popolo!
Il partito comunista è come il sole.
Dappertutto splende, è luminoso.
Dappertutto c’è un partito comunista,
Hurrah, lì il popolo è libero!”
L’Oriente è rosso era in origine una canzone popolare, poi è
stata riscritta negli anni Quaranta per inneggiare a Mao Zedong. È il
simbolo del culto maoista e della personalizzazione del potere.
Mao
e la rivoluzione mondiale (1960-1970). Collezione: International
Institute of Social History, Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
La politica estera maoista terzomondista negli anni della
Rivoluzione Culturale mira a ergere il sistema di governo e il
MaoZedong-pensiero come modello della rivoluzione mondiale e di
liberazione dalla morsa dell’imperialismo e del colonialismo capitalista
per i Paesi in via di sviluppo, marginalizzati nel sud del mondo.
Fuoco sul quartier generale! (1976). Collezione: International Institute of Social History, Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
Questo manifesto, realizzato prima della morte di Mao Zedong e
dell’arresto della “banda dei quattro”, ripropone uno sprazzo di memoria
della Rivoluzione Culturale, allo scopo di ravvivarne gli ultimi ardori
quasi ormai spenti. È rappresentato il dazibao a grandi caratteri
“Fuoco sul quartier generale” che ha incoraggiato le Guardie Rosse e la
fazione ultra-radicale del PCC ad accanirsi contro i “revisionisti” e
gli “imperialisti capitalisti” nascosti nei ruolo di dirigenza del
Partito.
Colpire
la banda dei quattro! Di Wang Baoguang (1978). Collezione:
International Institute of Social History, Amsterdam, and Stefan R.
Landsberger
È il crepuscolo dell’era maoista e della Rivoluzione Culturale,
la fine della “banda dei quattro” (四人帮, sì rén bāng) della vedova del
Gran Timoniere Jiang Qing, di Yao Wenyuan, Wang Hongwen e Zhang
Chunqiao, che avevano diretto seppure in retroguardia la lotta contro
“la vecchia società” e il “revisionismo in seno al PCC” delle Guardie
Rosse, fedeli al motto “distruggere per ricostruire”. L’attacco dei
quattro bambini che rappresentano il futuro del Paese alle caricature
dei membri della banda è il nodo sostanziale del messaggio
propagandistico negli anni della demaoizzazione e mira a suscitare la
disapprovazione e il distacco per quel passato troppo recente e troppo
doloroso.
Family
planning e la One Child Policy 1987 “Meno nascite, migliori nascite per
rinforzare lo sviluppo”. Collezione: International Institute of Social
History, Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
A partire dal 1984 la “politica del figlio unico” e il controllo
sistematico delle nascite divennero i caposaldi del programma di
modernizzazione e sviluppo del Paese. Raffreddare l’incalzante
incremento degli indici demografici, attraverso la diffusione di
contraccettivi nelle campagne accompagnata da una hard campaign di
aborti e sterilizzazioni forzati, è definito come una necessità urgente
per il progresso economico cinese. In questo caso il messaggio
popagandistico è stereotipato, volto a incuneare nelle coscienze il
modello di “famiglia armoniosa”, quella nucleare con un solo figlio.
Le
Zone Economiche Speciali e la politica “della porta aperta” di Sun Yi
(1987). Collezione: International Institute of Social History,
Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
Le modernizzazioni di Deng: le Zone Economiche Speciali e
l’Open-Door Policy. A partire dal 1978 Deng Xiaoping ha promosso
l’apertura del Paese verso l’esterno sotto il segno del rigido
gradualismo: prima con l’azione riformista il mercato nazionale è stato
aperto agli investimenti privati stranieri, poi con l’Open Door Policy
la RPC aprì le proprie porte di casa al commercio internazionale,
attraendo gli investitori con dazi doganali agevolati. È l’inizio della
modernizzazione cinese e il primo passo verso il ‘Miracolo Economico’.
Il
ritorno di Hong Kong, di Wu Xiangfeng (1997). Collezione: International
Institute of Social History, Amsterdam, and Stefan R. Landsberger
Il ritorno di Hong Kong alla sovranità cinese, anticipato dalla
Dichiarazione sino-britannica del 1984 e conforme al principio “uno
Stato, due sistemi”, si è realizzato il 1 luglio del 1997. Hong Kong,
come regione amministrativa speciale, ha diritto all’autonomia fiscale,
monetaria e doganale. Permangono per cinquanta anni le istituzioni
burocratiche e giudiziarie, ma la politica estera e di difesa è di
competenza di Pechino.
Stop
Sars! In times of SARS, hearts call for hearts (2003). Collezione:
International Institute of Social History, Amsterdam, and Stefan R.
Landsberger
Nel novembre 2002 scoppia l’epidemia della SARS (acronimo per
Severe Acute Respiratory Syndrome), una polmonite acuta, e la provincia
del Guangdong della RPC è il suo epicentro. Il manifesto ha una tripla
funzione: la prima è didascalica, allo scopo di informare e diffondere
l’utilizzo urgente delle mascherine per la tutela personale e
collettiva; il secondo scopo è quello di rassicurare, incoraggiare e
rasserenare gli animi, frenando la diffusione del panico e
disincentivando comportamenti irrazionali; la terza funzione è quella di
consolidare la percezione esterna e l’immagine del Paese a livello
internazionale come modello di efficienza, capace di disciplinare le
crisi (la autorità di Pechino erano state accusate di non aver dato in
tempo l’allarme), e di controllo (nulla sfugge al governo). Il messaggio
questa volta è scritto anche in inglese e si apre a un pubblico più
ampio, quello globale.
New
Beijing, Great Olympics - Beijing 2008 di Hao Xueli (2000). Collezione:
International Institute of Social History, Amsterdam, and Stefan R.
Landsberger
Beijing 2008 celebra il recupero della RPC di un posto al sole
nell’arena internazionale delle grandi potenze. È un nuovo inizio per
Pechino, a partire dall’evento Olimpico si costruisce una Nuova Cina e
si propone una nuova immagine del Paese come attore pacifico e
“responsible stakeholder”, perfettamente integrato nell’ordine
internazionale.
A cura di M. Dolores Cabras
tratto da The Post Internazionale
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