Un regista ormai scomparso e che amavo molto, Ichikawa Jun, ha girato un film dal titolo Zawa zawa Shimokitazawa.
È un film che ho guardato non so quante volte a casa dei miei, sola e a
notte fonda, quando cercavo il coraggio per trasferirmi a Shimokitazawa.
Volevo che il mio corpo assorbisse Shimokitazawa: solo allora mi sarei
sentita sicura.
Nel film c’è una scena in cui la pianista Fuzjko Hemming parla di quel
quartiere. Il suo racconto comincia nel momento in cui la si vede
camminare e fare spese al mercato di fronte alla stazione.
“Se alcune volte l’aspetto caotico di questo quartiere, costruito senza
alcun criterio, al solo fine di guadagnare spazio, appare gradevole, è
forse perché di fatto ricorda la parte bella dell’inconscio delle
persone, la loro disordinata scompostezza.
Un po’ come quando gli
uccelli mangiano i fiori, o un gatto salta dall’alto verso il basso con
un movimento perfetto. Partiamo sempre dal torbido, quando cominciamo
qualcosa di nuovo. Poi però arriva il momento in cui tutto inizia a
scorrere limpido, e in tranquillità prende a seguire il suo corso
naturale.”
Quando vidi quella scena per la prima volta ne fui toccata, pensai che
avesse ragione, e mi scese una lacrima. Da allora l’ho rivista molte
altre volte, l’ho imparata a memoria e ho raccolto tutto il coraggio di
cui avevo bisogno.
Quindi è questo il senso di pace che si prova quando qualcuno dice con chiarezza ciò che avevamo capito solo vagamente? pensai.
Il peso enorme degli avvenimenti che sino ad allora aveva vissuto
Fuzjko... grazie a loro le sue belle parole assumevano, nelle immagini
filmate, un significato così intenso, riuscivano a scuotere l’animo
delle persone, a infondere coraggio, ad aiutarle a restare in piedi.
Desiderai fortemente poter fare lo stesso, in modo diverso. Volevo
esercitare quella splendida magia a vantaggio di qualcuno che non fossi
io.
Nella notte, mentre pensavo a queste cose, il cuore si alleggeriva e
riuscivo finalmente a respirare a fondo. Probabilmente fu proprio
quello, alla fine, a sostenermi.
Lo stato di prostrazione che seguì la perdita di mio padre non fu per
niente violento. Il dolore che provavo somigliava a un pugno che il mio
corpo riceveva lentamente. Ogni volta mi accorgevo che penetrava un po’
più a fondo e cercavo in qualche modo di rialzare la testa. […]
Per saperne di più...

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