da La Lettura del Corriere della Sera, oggi in edicola
Scritto da: Marco Del Corona
Si preoccupano per lui. Ma il suo mestiere non è preoccuparsi. Un ministro tedesco era rimasto stupito dalle pagine fosche di Brothers,
dalla bulimia capitalistica di una Cina che Yu Hua racconta con
spietatezza grottesca, e temeva che lo scrittore finisse male. Niente.
Risposta di Yu: “I politici in Cina sono come ovunque nel mondo. Leggono
pochi libri…”. Dunque? “Il governo non mi apprezzava, però mi
tollerava. E vedendo come vanno le cose, continuerà a tollerarmi. Anche
se divento sempre più audace, la società va avanti”. Il codice binario
non si confà alla Cina. I confini netti, che pure esistono, a volte
tracciano scarti improvvisi, e così Yu Hua, che da “Torture” a Vivere! non si è (o ci ha) negato nulla delle sgradevolezze della sua patria, può spingersi ad agitare tabù e temi sensibili.
LIBRO Ha pubblicato una sorta di vademecum, La Cina in dieci parole.
Ma all’estero (in Italia da Feltrinelli, traduzione di Silvia Pozzi) e a
Taiwan, non nella Repubblica Popolare. “Popolo” “leader”, “rivoluzione”
e così via: chi tocca non è che muoia, ma si può scottare. Ancora una
volta, Yu non si preoccupa: “Le 10 parole che ho scelto – dice ora -
sono collegate alla storia e alla realtà cinesi. Passato e futuro. E se
questo libro non può uscire nel mio Paese è perché parlo della
Tienanmen”, il 4 giugno 1989, una data rimossa al punto che lo scrittore
l’ha ribattezzata “35 maggio”. “E’ anche la mia storia. Esperienza
indimenticabile. Anche l’anno scorso quando sono stato al Cairo ho visto
manifestazioni ma con poche persone. Ripensando alle folle del 1989,
ero sicuro che Mubarak se la sarebbe cavata. Invece è caduto. Ero
confuso: con così poca gente? Da noi c’erano milioni ma il governo era
tranquillo... Il fatto è che in Egitto il popolo non poteva più
sopportare lo stesso presidente da 40 anni, mentre nell’89 in Cina i
conflitti sociali non erano così sentiti: era l’undicesimo anno della
riforma di Deng Xiaoping, i contadini ne avevano beneficiato e la
chiusura delle fabbriche sarebbe arrivata solo negli anni Novanta. Tempi
non maturi per un movimento di rivolta”. E adesso? “Adesso sì che i
tempi sono maturi. Ma i comunisti non permettono a oltre 70 persone di
riunirsi”. Perché? “Quando i giovani si laureano, non trovano lavoro,
non riescono a comprare casa. Nel 63% delle famiglie sono i vecchi che
mantengono i giovani. La Cina ha solo due esiti: o più democrazia o una
rivoluzione. Ma servono comunque tempi lunghi”.
NICCHIA DI MERCATO Ecco dove il confine tra ciò che
si può dire e non si può dire si confonde. Il codice binario impazzisce
ad esempio quando Yu parla in un caffè di Pechino, il Bookworm, che
ospita un festival letterario frequentato da espatriati ma anche da
un’élite intellettuale cinese. Sorride: in America e in Europa il
lettori “temono che io possa avere problemi in Cina. Io sono convinto di
no. In America mi hanno chiesto se mi avrebbero incarcerato. Ho
risposto che se sto in prigione almeno non dovrò più cucinare da solo. E
in ogni caso fare lo scrittore è meglio che fare il dentista”,
professione esercitata da Yu ragazzo, senz’addestramento. Ecco la vena
irridente che fa ipotizzare, persino agli ammiratori più sconsiderati,
che le ‘Dieci parole’, nato per un’audience non cinese, abbia voluto
tener conto di una possibile nicchia di mercato occupata dai
quasi-dissidenti, gli intellettuali scomodi alla Ai Weiwei.
TIENANMEN Ma il dolore resta, e resta anche la
politica. “Il mio maggior dolore – ripete Yu, che pure riconosce a Deng
Xiaoping “meriti unici” – è la Tienanmen. Ne patiamo ancora le
conseguenze. Prima di allora la riforma politica e quella economica
andavano avanti insieme, ma i vertici hanno scoperto che la riforma
politica avrebbe potuto minacciare il loro potere ed è arrivata una
crescita economica senza trasparenza politica. Con disparità,
corruzione, guasti ambientali. Un’anomalia”. Tra i leader qualcuno parla
cauto e generico di riforme politiche: “In realtà tanti funzionari e
intellettuali hanno capito che erano gli aspetti politici a ostacolare
lo sviluppo della Cina, non le questioni economiche. Aver abbandonato le
riforme politiche dopo l’89 ci ha portato più problemi che vantaggi. In
realtà, ora è una buona occasione. Ma la priorità è la stabilità. Mao
Zedong sosteneva che la gente è come le bacchette. Isolate no, ma in
mazzo riescono a rovesciare le autorità. Ora il governo cerca di tenere
separate le bacchette. Io sono pessimista sulla riforma politica”.
Intanto un numero per quanto ristretto di attivisti subisce abusi, la
legislazione favorisce il controllo autoritario. “Siamo tutti bacchette
separate”, spiega Yu al Corriere. “E’ difficile, anzi quasi
impossibile che ci uniamo, soprattutto dopo le norme penali appena
approvate. Ma queste voci hanno dimostrato di essere utili per il
governo. Ci sono dirigenti che le accolgono. Vorrebbero anche loro
riforma e democrazia. Certamente vogliono che le cose vengano fatte pwr
gradi. Non possono parlare liberamente come noi, però almeno Wen Jiabao
si è espresso per le riforme più volte...”.
IL POLITBURO Quando gli chiedono dei modelli cui la
Cina dovrebbe guardare, la risposta è che “Germania o Usa sono troppo
lontani da noi. Possiamo imparare da Taiwan. Quando hanno abbracciato la
democrazia, temevo il caos. Invece a Taiwan ho visto una bella società.
Dimostra che i cinesi possono fare bene la democrazia”. Tutto si muove,
tutto va avanti, come spesso suggeriscono i romanzi di Yu Hua. Anche la
leadership muta. “La parola ‘Leader’ si è svalutata. Prima era
riservata solo a Mao. Adesso la usiamo dappertutto, anche
nell’ascensore. All’epoca solo Mao agitava la mano sulla Tienanmen. Gli
altri salutavano tenendo i libretti rossi a un’altezza inferiore. Adesso
invece i 9 membri del comitato permanente del Politburo agitano tutti
la mano, alla stessa altezza. Quindi la Cina ha fatto progressi: magari
nel futuro 90 persone agiteranno le mani alla stessa altezza. Mi auguro
che in futuro nel Politburo ci siano 9 mila membri”. Non ci sono più i
leader di una volta.
http://leviedellasia.corriere.it/2012/03/yu_hua_il_35_maggio_e_la_cina.html


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