Una raccolta di racconti dello scrittore coreano Kim Yung-Ha
Per la prima volta tradotti in Italia, questi racconti sono cinque
piccole perle nel panorama letterario coreano contemporaneo. Cinque
pezzi di bravura di Kim Young-ha, giovane scrittore dallo stile
schietto, graffiante, senza fronzoli ma di una efficacia disarmante.
I racconti sono ambientati a Seul, la città dell’ipertecnologia, una
città di luci, grandi complessi residenziali e centri commerciali. I
personaggi si muovono nella società urbana contemporanea, immersi in un
convulso fluire di eventi, in situazioni paradossali e bizzarre, vivendo
storie inquietanti con finali a sorpresa. Un filo comune unisce le
cinque storie. Tutte raccontano la vita di persone in qualche modo
“incastrate” in determinate situazioni, tutte lasciano avvolti nel
dubbio. È semplice riconoscersi in personaggi e situazioni così
sfacciatamente reali e trovare nel dubbio un quesito esistenziale.
L’ AUTORE
Kim Yung-ha
(1968) è considerato in Corea e all’estero il capofila della nuova
generazione letteraria coreana. Inizia a scrivere i suoi racconti su
Internet e nel 1995 pubblica il primo romanzo breve, con cui vince il
premio letterario come migliore “Giovane scrittore”. È il primo di una
lunga serie di premi. Intellettuale versatile, laureato in Economia e
Commercio all’Università di Yonsei a Seul, ha fatto il DJ e l’attore.
Attualmente è docente alla Korea National University of Arts (KUNA) di
Seul. Alcuni suoi libri sono stati portati con successo sul grande
schermo.
IL LIBRO
O Barra O Edizioni
pp.136,
€ 14,00 (12,5x20,5cm)
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Intervista a Kim Young-ha di Roberta Scorranese
Una certa fantasia nei titoli è indiscutibile.
Beh, in Italia è uscita la raccolta di racconti Che cosa ci fa un morto in ascensore?
Come vivono gli scrittori nella Corea dei Sud?
Ha
presente la vostra “generazione Mille euro”? Ecco, più o meno così. Ma
di certo non siamo un caso isolato. Come in molte altre nazioni,
facciamo i conti con la cosiddetta società “liquida”. Con la precarietà,
la disoccupazione, l’incertezza. Però penso che la Corea del Sud abbia
reagito benissi- mo all’ultima crisi, forse meglio di altre economie.
Lo dicono i dati finanziari. E’ esagerato parlare di “esempio coreano”?
Io
parlerei di una politica economica e sociale intelligente. Il governo
ha immesso liquidità sul mercato, ha investito risorse per far fronte ai
problemi. Non solo. Secondo me siamo stati più veloci, più reattivi. Le
crisi precedenti ci hanno insegnato molto.
Su che cosa si è puntato?
E’ questo il nodo. Si
punta sulla ricerca, sull’innovazione scientifica (Seul ha investito
circa il 3 per cento del Pil in scienza e tecnologia, ndr). Insomma, si è
guardato avanti. Se non si perde la fiducia nel progresso, ci si può
risollevare in fretta dalle difficoltà.
Ricchezza diffusa? Equilibrio sociale?
No,
purtroppo. Credo che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre
più poveri. Come in molti altri Paesi. La globalizzazione peggiora le
cose, così come le decisioni della Corea del Nord in materia di politica
nucleare. Ma credo che il problema maggiore sia il fatto che la
popolazione invecchia. E manca il giusto turnover. Però sono ottimista:
le difficoltà ci rendono più forti. E questo è un terreno fertile per
gli scrittori. Attingo a problemi reali, mi guardo intorno, mi calo
nelle situazioni vere.
Quanto la storia recente del vostro paese influenza la vostra cultura?
Moltissimo.
Ha influenzato anche la mia storia, per esempio. Da bambino facevo i
conti con una situazione politica tesissima, la sentivo, la avvertivo.
Crescendo se ne discuteva in famiglia. Una volta mi sono persino
scontrato con mio padre. Però io appartengo ad una generazione cresciuta
dopo la democratizzazione degli anni Ottanta. Siamo diversi,
assimiliamo le altre culture, la lingua inglese, le suggestioni europee e
americane. Guardi il nostro cinema. Mescola Oriente e Occidente.
Le sue storie, pubblicate in Italia dalla casa editrice O barra O, parlano di questa assimilazione.
Io
cito spesso una delle mie opere, forse la mia preferita, che purtroppo
non è stata ancora tradotta in italiano: “Empire of Lights”. La storia
di una spia nordcoreana che vive per anni nella Corea del Sud e impara
ad amare il cinema di Tarantino, la birra Heineken eccetera. Bene,
quando è il mo- mento di tornare, fa i conti con se stesso.
Com’è la nuova generazione di intellettuali corani?
Guardiamo
le cose più dal punto di vista individuale, personale, che politico. O,
meglio: è la stessa visione politica che si adatta al personale, al
soggettivo. Il cinema, la letteratura, l’arte coreana è incentrata
sull’io, con mille facce. A tratti questa tendenza ci fa raggiungere
delle punte surreali. Descrivere un’identità è difficile.
Come accade alla spia di “Empire of Lights?”
Esattamente.
Quella non è una spy story nel senso classico della definizione. E’
piuttosto l’esame di coscienza di un uomo che deve decidere “da che
parte stare” nell’arco di poche ore. E’ un guardarsi allo specchio e non
vedere una sola faccia. Non solo: deve superare una serie di ostacoli
apparente- mente inutili e inspiegabili.
Dalle atmosfere dei suoi racconti affiora la passione per Kafka. E’ vero?
Un
po’ come accade ne "Il Castello", dove K. viene convocato dal padrone
ma non sa come fare per essere ricevuto, anche qui ho voluto inserire
una metafora: l’uomo moderno non riesce ad avere un’identità precisa.
Non sappiamo esattamente dove stare, come sentirci, come leggerci. In
nessun posto del mondo. Io sono uno così.
Da Kim Ki-duk a Nam June Paik. La Corea ha dato molti al cinema e alle arti contemporanee.
Non
dimenticate che la Corea di oggi nasce dalle ceneri di una guerra
sanguinosa. Eravamo impazienti di ricostruire. Abbiamo inventato cose
nuove, forti di un’audience pronta alla sperimentazione. Ottimo per il
cinema. Per l’arte ho qualche dubbio.

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