di Costantino Ceoldo
Il panorama delle arti marziali è
molto vasto e sono moltissime le discipline che un appassionato può praticare.
C’è chi cerca una spiritualità che non riesce a trovare nelle religioni
tradizionali occidentali e chi invece cerca una controparte materiale ad un ego
ipertrofico e così super allena il proprio corpo. Altri vogliono solo stare
bene in salute unendo un po’ di attività fisica con la capacità, vera o
presunta, di difendersi da un aggressore. A molti altri ancora piace l’aspetto
sportivo di cui il mondo della marzialità si sta sempre più avvolgendo, perdendo
in questo modo la sua originale connotazione guerriera.
La via del guerriero consiste nella morte, scriveva il vecchio samurai
Tsunetomo sul finire della sua vita. Correva l’anno 1710 e la classe dei
guerrieri samurai iniziava ad essere pesantemente corrosa dalla decadenza del
tempo di pace, nel Giappone unificato da poco più di cento anni. Se già allora si
poneva il problema di che cosa fosse la marzialità guerriera, figuriamo ora nei
tempi pacifici ma tutt’altro che limpidi in cui viviamo.
Ho di recente conosciuto il mio
connazionale Lorenzo Tussardi ed ho scoperto che da molto tempo è un maestro di
arti marziali giapponesi. Sensei
Tussardi è un unicum nel panorama delle arti marziali giapponesi perché, come
leggerete, è stato allievo diretto di ben tre grandi maestri: il maestro Kase
Taiji, decimo dan di karate Shotokan, il maestro Minoru Mochizuki,
decimo dan di Aikijujutsu Yoseikan e il maestro Otake Risuke attuale caposcuola
della più antica scuola di scherma giapponese, la Katori Shinto Ryu. Due di essi, i maestri Kase ed Otake, sono stati
dichiarati Tesori Nazionali Viventi dal governo del Sol Levante.
Sensei
Tussardi ha 52 anni e da quasi 35 si dedica al mondo dei guerrieri nipponici. E
siccome l’arte marziale per lui non è un passatempo o un secondo lavoro ma, come
lui stesso riconosce, è piuttosto una ragione di vita diventata professione, mi
è sembrato naturale parlarci assieme e fargli alcune domande. Quella che segue
è la mia intervista ad un samurai italiano dei nostri giorni.
D) Può dire qualcosa di se ai nostri
lettori? A che età ha cominciato a praticare, perché, con quali insegnanti?
R) Sono nato nel 1963 ed ho quindi 52
anni. Ho iniziato a praticare a 18 anni. Stavo per intraprendere la carriera di
calciatore professionista per una squadra nazionale, la Juventus ma la mia
famiglia era contraria e non mi lasciò partire per Torino. Così mi interessai
di arti marziali assieme ad un mio amico, senza però essere molto convito della
cosa, almeno all’inizio. Girai per le palestre di Padova provando diverse
discipline: karate, judo, aikido. Gli anni tra la fine dei ’70 e gli ’80 erano
particolari: vi erano pochissimi maestri giapponesi in Italia e molti maestri
italiani erano solo degli improvvisati per cui era facile prendere degli
abbagli. Ricordo che una cosa che mi diede subito fastidio fu che molti
insegnanti si davano arie di santoni mentre io volevo discorsi concreti perché
venivo dal calcio agonistico. E’ stato grazie allo Yoseikan Budo di Hiroo Mochizuki che è iniziata la mia vera pratica
nelle arti marziali. Un anno più tardi il primo punto di svolta: ho conosciuto
il maestro Shoji Sugiyama che all’epoca era il primo assistente di Minoru
Mochizuki, padre di Hiroo. La bravura di Sugiyama era talmente evidente che
decisi di seguire prima i suoi insegnamenti e poi quelli del suo stesso maestro,
Minoru. Nella mia ricerca personale ho iniziato a praticare il karate Shotokan e
sono entrato nella JKA, la Japan Karate
Association. Qui incontrai il maestro Yahara che iniziai a seguire in giro
per l’Europa ed i risultati non si fecero attendere. Lui stesso, con mia grande
sorpresa, un giorno affermò pubblicamente che sarei diventato migliore di lui.
Fu un momento di grande soddisfazione personale! A 32 anni conclusi la mia
pratica agonistica con dei titoli nazionali ed europei. Contemporaneamente ebbi
però la sensazione di essere ad un punto morto per cui decisi di cercare
ancora: conobbi Kase Taiji che all’epoca era una vera e propria leggenda
vivente del karate. Ero convinto di essere bravo e di sapere che cosa fosse
il karate ma il maestro Kase mi dimostrò
il contrario fin dal primo istante in cui l’ho visto fare una tecnica. Fu così
che divenni suo allievo fino alla sua morte, avvenuta a Parigi nel 2004.
D) Che cosa pratica ora in
particolare? E che cosa insegna?
R) Continuo a praticare lo stile del
maestro Kase, che incontravo ogni tre mesi circa. E’ uno stile di Shotokan
molto duro, tradizionale, che non prevede alcuna forma di agonismo ma solo lo
studio del combattimento a mano vuota, per la difesa di se stessi e dei propri
cari. Per quanto riguarda la spada, il cui studio è strettamente collegato a
quello del karate, sto seguendo il maestro Otake in Giappone, della scuola Katori Shinto, a cui mi sono rivolto
dopo la morte del maestro Mochizuki. Nei
miei corsi insegno sia il karate del maestro Kase che la spada della scuola
Katori Shinto sotto la supervisione del maestro Otake.
D) Come è stato il suo rapporto
maestro-allievo con gli insegnanti che ha avuto o che ha ancora adesso? E con i
suoi allievi?
R) Ho sempre cercato un rapporto di
tipo particolare: restavo quando lo trovavo altrimenti me ne andavo. Quello con
i miei maestri, cioè, è sempre stato un rapporto che andava al di la del mero aspetto
tecnico, strettissimo dal punto di vista umano e come tra padre e figlio.
Sugiyama, Kase e ora Otake sono i maestri con cui ho instaurato questo rapporto
di benevolenza filiale, forse motivato anche dal fatto che loro hanno visto in
me il samurai veramente motivato ad
andare fino in fondo, oltre la fatica e l’impegno fisico. Si veniva così a
creare quello che è l’unico vero rapporto tra maestro ed allievo, quello in cui
la trasmissione del sapere avviene, come dicono i giapponesi, ishin denshin: da cuore a cuore. E’ una
cosa tutt’altro che frequente e non capita certo negli stage con centinaia di
partecipanti e quasi mai neanche nei dojo.
Spesso è successo che maestri giapponesi mi dicessero che ero più giapponese di
loro... Con i mei allievi cerco di stabilire un rapporto che vada al di là
dell’aspetto tecnico, un rapporto empatico più che stretto perché questa [dove siamo ora - NdA] non è
semplicemente una palestra o un luogo dove ci si allena e basta.
D) Proviamo a fare un po’ di Storia…
cosa intendevano per Arte Marziale nei tempi andati del vecchio Giappone?
R) Fino al diciassettesimo secolo il
Giappone era un gigantesco campo di battaglia che vedeva lunghi periodi di
guerra alternati a brevi periodi di pace. E’ in quel periodo che è nato il
prototipo del guerriero per eccellenza, il bushi
e non si è mai più raggiunto un simile livello di efficienza nelle tecniche di
combattimento a mani nude o con le armi. Non a caso si parlava di kakuto bugei: arti della guerra
autentiche, provate cioè sul campo di battaglia. In quegli anni i samurai erano
uomini molto duri, perfino rozzi, il cui codice d’onore era semplice e a volte tradito. Esistevano però dei capi militari con
qualità eccezionali e che erano veri e propri condottieri di uomini.
D) Ma ad un certo punto qualcosa è
cambiato…
R) Sì. Agli inizi del ‘600 termina la
fase combattente e il Giappone si ritrova unificato e sotto la guida della
famiglia Tokugawa che ottenne la vittoria finale impiegando in maniera
massiccia armi rifiutate dal nemico perché non conformi alla tradizione: moschetti
e cannoni! Ovviamente spade, archi e frecce, lance non poterono nulla contro
quelle armi. La pace sociale conseguente alla vittoria e le frontiere chiuse
impedirono al samurai di combattere guerre. Viene adottata ufficialmente la
dottrina confuciana e comincia ad imporsi il bunbu ryō dō, letteralmente “la Via della guerra e della letteratura”. I
samurai, fino a quel momento perfino analfabeti, presero a manifestare tratti
di raffinatezza ed eleganza sempre maggiori e perfino a portare spade come
ornamento, senza magari saperle usare.
D) … E si è cominciato a distinguere
tra Jutsu o dō?
R) Fu proprio dopo
l’unificazione anche se non certo immediatamente. Alla ricerca sull’efficacia
della tecnica (jutsu) venne
affiancata una pratica che portasse all’arricchimento spirituale e morale del
praticante mediante il linguaggio tipico delle arti marziali (dō) ma a prezzo di uno svuotamento delle qualità
guerriere. Questo processo subì un’accelerazione con l’apertura del Giappone al
resto del mondo, verso la fine del diciannovesimo secolo. Il suffisso dō ai nomi delle antiche discipline indica proprio la
trasformazione di qualcosa nato con una valenza guerriera in un qualcosa d’altro,
più spirituale: vennero tolte le tecniche più pericolose e ritualizzate quelle
che rimanevano. Non voglio dire che venne persa completamente l’efficacia in
combattimento, almeno contro un certo tipo di avversario, ma non si era più ai
livelli della tradizione antica. Questo stato di cose permane anche ai nostri
giorni.
D) Come ultima domanda vorrei
chiederle questo: perché praticare un’arte marziale oggi?
R) Vi è una contraddizione nel dō. Vengono prese in
prestito tecniche dalla tradizione guerriera, queste tecniche vengono ammantate
da un insegnamento morale e si crea una disciplina che promette al praticante un
miglioramento del corpo e dello spirito. Tuttavia, chi si avvicina all’arte
marziale lo fa generalmente per imparare a combattere, per diventare efficace
in uno scontro. Ma quello che gli viene in realtà proposto è diverso: una
specie di yoga avvolto dalla gestualità dell’arte marziale. Il maestro di dō non informa l’allievo di questo fatto e in
seguito questo induce in molti praticanti il disincanto verso la pratica delle
arti tradizionali. L’allievo non pratica il shugyō,
l’allenamento severo e non imparerà a combattere che è lo scopo
dell’insegnamento di un maestro di jutsu.
Io insegno il jutsu, cioè a
combattere. Non a difendersi: a combattere. Venendo alla domanda, chi pratica
presso di me viene posto in condizione di combattere, contro chiunque. Chi
pratica presso qualcun altro… beh… è un problema di qualcun altro… In generale
la risposta deve venire dal praticante stesso, in base a quello che vuole
realmente. Non è sbagliato praticare jutsu
o dō o un’arte marziale perfino di tipo sportivo
ma si deve aver chiaro che cosa si vuole e che si tratta di ambiti diversi, con
finalità diverse.
Ringraziamo il
maestro Tussardi per aver condiviso con noi parte della sua esperienza e per
aver risposto con pazienza alle nostre domande.
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