di Luciano Troisio
Edizioni Il Foglio
recensione di Marina Monego (Lankelot)
“Nuvole di drago” è il primo di una serie di volumi sui viaggi di Luciano Troisio e contiene otto reportage da paesi asiatici (Laos, Vietnam, Cambogia, Tailandia, Giappone, Cina) realizzati in periodi diversi, tra il 1991 e il 2008. Si tratta di lunghi anni di frequentazione di queste terre e di conoscenza approfondita dei luoghi e delle popolazioni.
recensione di Marina Monego (Lankelot)
“Nuvole di drago” è il primo di una serie di volumi sui viaggi di Luciano Troisio e contiene otto reportage da paesi asiatici (Laos, Vietnam, Cambogia, Tailandia, Giappone, Cina) realizzati in periodi diversi, tra il 1991 e il 2008. Si tratta di lunghi anni di frequentazione di queste terre e di conoscenza approfondita dei luoghi e delle popolazioni.
Luciano Troisio è un infaticabile globetrotter, ma è soprattutto uno scrittore e un letterato che ama coinvolgere i lettori nei suoi itinerari di viaggio.
L’Asia
costituisce per l’Autore la “cuna del mondo”, la madre di tutte le
Culture e delle Religioni, è luogo affascinante e importante al quale
rivolgere uno sguardo curioso e attento, rispettoso e critico dove è
necessario.
Il
viaggiare di Troisio è colto, intelligente, assolutamente incompatibile
con lo spostarsi organizzato – tutto compreso – che conduce orde di
turisti bifolchi, schiamazzanti e semianalfabeti a una visita fugace dei
luoghi più belli del pianeta. Contro queste torme si scatenano il
disprezzo e il sovrano distacco dell’Autore:
“…arriva
una corriera di urlanti buzzurri italiani del nord che naturalmente si
fanno riconoscere a miglia di distanza (quelli del sud sono ancora più
buzzurri, ma non hanno la grana per muoversi, ecco perché, almeno nei
siti turistici asiatici, la vera itala bifolcaggine per il momento si
esporta in redazione settentrionale). Tutto in me rovina” (p.128)
Troisio
non è neppure un viaggiatore freak stile anni Sessanta o Settanta:
questo tipo di personaggi vengono descritti come maleducati, rozzi,
fuori tempo, piuttosto sporchi, malvestiti e insopportabili. Persone che
sarebbe meglio non incontrare e soprattutto non avere vicino in autobus
o al ristorante.
L’Autore si sente invece spiritualmente affine a una ristretta schiera di letterati, che paiono accompagnarlo e approvarlo. “Sensazione improvvisa letteraria di essere Guido Gozzano; chissà perché noi dandy dobbiamo sempre avere a che fare col mondo volgare” (p.127)
È
un viaggiare interessato sia a musei, templi, gallerie d’arte, oggetti
d’antiquariato, libri (Troisio è un accanito bibliofilo, con intuizioni
da segugio, che ha scovato al Prato della Valle a Padova delle cartoline
postali scritte da Calvino), che ai tipi umani, studiati con interesse
quasi entomologico.
Troisio
è curioso dei luoghi, delle usanze, dei modi di vivere, della
gastronomia locale. In fondo anche la cucina appartiene alla cultura e
il modo in cui viene servito un piatto può indicare molto su chi lo
prepara. Se i topi fritti suscitano un’istintiva repulsione, le varietà
di frutta sono affascinanti e saporite.
Troisio
è un osservatore sempre attento e calmo: da questo punto di vista il
suo modo di viaggiare è ideale, perché, diluito nel tempo, non viene
viziato dalla fretta e da quella nevrotica ansia del “dover vedere
tutto” (senza capire niente) che caratterizza buona parte del turismo
contemporaneo, ormai diventato fenomeno di massa.
L’Autore
invece si sofferma, ascolta, parla con i locali, cerca di rendersi
conto del loro livello d’istruzione, del loro modo di vivere.
Viaggiare
diventa un esercizio per tenere desti tutti i sensi, non solo per
cogliere immagini di bellezza, ma per non cadere vittima di imbroglioni
sempre in agguato, specie nei confronti del turista occidentale.
Qualsiasi
tipo di servizio – dai passaggi in moto agli alloggi e ristoranti fino
alle prestazioni sessuali, anche con bambine –può venir offerto
naturalmente a pagamento e la contrattazione è d’obbligo.
Fida
compagna nei suoi spostamenti – oltre alla scrittura – è la macchina
fotografica (immaginiamo che il Nostro abbia un archivio fornitissimo),
quasi il corrispondente tecnologico della pittura. Troisio ha grande
sensibilità cromatica, è attento alle sfumature di luce e cita spesso
artisti come Canaletto o Giorgione.
La
macchina fotografica gli consente di catturare quegli attimi che non
sempre la sola scrittura riesce a cogliere e si rivela un ottimo mezzo
per allontanare quelle persone che s’avvicinano troppo e potrebbero
scatenargli un attacco di oclofobia. Presso i templi di Angkor viene
accostato da due monaci buddisti, curiosi di leggere la sua guida, lui
cerca di rispondere cortesemente, spiega in quale punto del tempio si
trovano e poi chiede loro di poterli fotografare, così si allontanano a
distanza di sicurezza.
Eppure l’interesse per il corpo umano è una costante: “Sto sempre più scoprendo il volto umano, il corpo umano, la sua indefinibile complessità di linguaggi, la sua bellezza instancabilmente sconosciuta che deve essere interpretata come preziosa latrice di messaggi specie involontari”.(reportage da Ubud del 15 luglio 2008, apparso lankelot.eu)
Viaggiare
comporta naturalmente non pochi disagi, oltre alle sistemazioni
talvolta spartane negli alberghi e al possibile ininterrotto
chiacchiericcio delle cameriere, al frastuono per lavori di prima
mattina, alla vicinanza occasionale di persone sgradite, ci sono gli
imprevisti sempre in agguato.
Angosciosa
è la nottata con diluvio tropicale all’isola di Ko Ciang (Tailandia).
Nel bungalow vicino alla foresta nel quale il Nostro è alloggiato
dapprima s’intrufolano roditori – decisi a demolirlo – poi, a generatore
di corrente spento, si scatena una terribile tempesta, le palme
minacciano di crollare sull’edificio, si sentono fortissimi colpi contro
le pareti, probabilmente noci di cocco sbattute dal vento, infine, in
piena notte, la porta si spalanca e il narratore è costretto ad uscire
per richiuderla, bagnandosi tutto.
Epico
il rientro nella civile e colorata Tailandia dopo la visita ad Angkor,
nella desolata e misera Cambogia: la strada risulta interrotta per il
crollo di un ponte e così il pulmino è costretto a un’allucinante
deviazione su strade semi-allagate e piene di buche. Saranno necessarie
nove ore per percorrere 130 Km.
Osservando
i periodi degli spostamenti si nota che si svolgono sempre in
corrispondenza dei nostri mesi invernali, che in Oriente coincidono con
la stagione più secca.
Questo
implica trascorrere all’estero il periodo natalizio. L’Autore non si
dimentica delle ricorrenze e scopre, con gradita sorpresa, in Vietnam “moltissimi
presepi nei cortili all’aperto, anche a grandezza naturale o quasi,
siamo in attesa del Natale e l’imprevista presenza ha un sapore di
nostrano che mette regressiva triste enorme felicità”. (p.183)
Come ben osserva Ruffato nella prefazione Troisio non rinuncerebbe mai al nostos,
al ritorno nell’Occidente, laddove si collocano le sue radici umane e
culturali. Nei suoi scritti, i richiami al Veneto, a Padova non mancano
mai.
Viaggiare
non significa disperdersi, né perdersi. Troisio, forte della compagnia
di illustri letterati come Gozzano, Comisso, Manganelli, rivendica e
ricorda la propria identità.
Quanto
ai contatti con gli amici, nei reportage più recenti compare la mail,
privilegiato e rapidissimo mezzo di comunicazione, riservato a una
ristretta cerchia di fidati, con i quali l’Autore condivide le sue
riflessioni in tempo reale.
Sempre
presente negli scritti di Troisio la sua caratteristica ironia, rivolta
agli asiatici come agli occidentali, alle “galline padovane” come agli
accademici, ai turisti bifolchi, bubulchi vocianti come agli orientali
stolidi e pigri. È un’ironia che a volte cela il tragico (si ride per
non piangere) ed è un modo per far partecipe il lettore delle sue
avventure, ammiccandogli. Chi scrive apprezza particolarmente certe
osservazioni sferzanti e rapide, di fulminea efficacia.
Non
è possibile esercitare ironia, ma solo rispettoso silenzio, riguardo
gli orrori dei regimi comunisti: in Cambogia i khmer rossi hanno
torturato e ucciso due milioni e mezzo di connazionali, il Laos, il
Vietnam sono ancora sotto dittatura. L’occhiuta sorveglianza del partito
traspare nei controlli dei voli, nella burocrazia noiosa, costosa,
intralciante, ottusa, nell’edilizia, nella povertà, nello scarso livello
d’istruzione degli abitanti. L’Autore ha visitato i campi di sterminio
cambogiani e il famigerato Liceo S21 a Phnom Pehn, ma ne accenna
soltanto. Scriverne è impossibile. “Affiorano strutture
profondissime, che fortunatamente ignoriamo di avere all’interno di noi
stessi. Sentimenti talmente inquietanti e contradditori che è molto
pericoloso analizzare”. (p.92)
Allo
stesso modo si accenna soltanto alla miseria, allo sfruttamento dei
bambini, alle malattie, agli storpi e deformi che erano comparsi anche
in “Strawberry- stop”.
Non
è nelle intenzioni dello scrittore realizzare un’inchiesta
giornalistica di denuncia, che richiederebbe altro approccio e altro
stile.
Per
Troisio viaggiare è creare, la sua scrittura non nasce dalla
stanzialità, ma dal movimento, viaggiare è scoprire idee per nuovi
racconti, non realizzare una cronaca di eventi.
“Voglio
girare ancora per Ko Kong, documentarmi, fotografare, fissare scenari
per un ipotetico racconto, che però non riesce ad assumere una trama.
Credo che il protagonista sia lo spazio vacuo, la larghezza che proviene
da lontano, che guarda o vede lontano, trasmette un fischio poco
decifrabile”. (p.79)
Le
immagini della bellezza - brevi, fuggenti – da sole ripagano e danno
senso alle fatiche del viaggio, è una bellezza riservata ai pochi in
grado di coglierla, come sempre. Emblematico e carico di suggestioni è
il pellegrinaggio ai templi di Angkor in Cambogia. L’Autore sottolinea i
vantaggi del viaggiare da solo, in libertà, senza esser costretto ai
ritmi grotteschi delle comitive schiamazzanti e percepisce una sublime
affinità con una solitaria ragazza francese, forse una scrittrice,
incontrata alla porta di Angkor Thom, da sola, mentre prende appunti.
Solo nel silenzio si può cogliere l’essenza dell’arte e il fascino
melanconico di queste gigantesche rovine.
Tanto quanto la penisola indocinese è colorata e giovane, così il Giappone risulta negativo. Tokio è una città “fredda, irrazionale, banale, insulsa, costosa”.
La
metropolitana è complicatissima, i cartelli sono solo in giapponese, le
scale mobili esistono solo in discesa, non ci sono indirizzi, in
compenso campeggiano centinaia di garitte con i vigili messi lì apposta
per aiutare i cittadini.
Il
senso di spaesamento è totale, i giapponesi appaiono pettegoli ed
eccessivamente cerimoniosi, l’unica bellezza si manifesta nei giardini.
Con un sospiro di sollievo l’Autore lascia queste grigie contrade.
Lo
stile, a volte rapido, secco, in genere è narrativo, apparentemente
colloquiale, in realtà è molto raffinato, elegante e contiene sprazzi di
versi e riferimenti dotti, probabilmente il testo può venir letto a
vari livelli a seconda del grado di cultura.
Tra
i reportage, costituisce un unicum il racconto Hong Kong- Doppio
Decollo, viatico per le pagine sulla Cina, eponime dell’intero libro.
Troisio
ci racconta dei suoi quattro, faticosi anni (1987-92) d’insegnamento
all’Università di Shangai, dell’ottusità del regime, delle aule
vergognosamente prive di riscaldamento durante l’inverno, della
sporcizia e maleducazione dei cinesi, delle censure culturali e
dell’ignoranza, evoca la positiva figura della scrittrice Edoarda Masi,
alla quale succedette nell’insegnamento. Gli anni cinesi furono
durissimi e importanti, tanto da spezzare in due la vita dell’Autore.
Ebbero anche aspetti e incontri positivi, ma alla fine il freddo, la
sinusite, la depressione, il disgusto ebbero il sopravvento e lo
spinsero a trasferirsi a Bratislava.
E dunque il seguito ai prossimi reportage.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Luciano Troisio
(Monfalcone, Go, 1938), ricercatore del Dipartimento di italianistica
dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino,
Shangai, Bratislava, Lubiana.
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