In seguito Ju Yi-ran ha pubblicato il
suo romanzo, con medesimo titolo e tanto di riferimento al caso in
copertina, ma per il momento il successo e le vendite hanno dato ragione
a Jo Kyung-ran. Sembra quasi l'episodio da cui è partito lo
sceneggiatore e regista Lee Jeong-ho per il suo Bestseller
(2010), poi virato in altre direzioni, ma non avendo letto il romanzo
incriminato dell'esordiente defraudata è meglio rimanere ancorati
all'analisi letteraria. La storia, appena accennata, in filigrana, segue
Chi-won, cuoca specializzata in cucina italiana, nel suo tentativo di
disintossicazione dalla fine della relazione con l'architetto Seok-ju,
che l'ha tradita con l'ex modella Se-yon. Chi-won torna a lavorare come
aiutante cuoca nel ristorante Nove, che aveva abbandonato per aprire una
sua scuola di cucina, ma si perde nei ricordi, aiutata dalla presenza
del cane che un tempo era di Seok-ju e che ora vive con lei. Lentamente
però la sua psiche pare deragliare, esattamente come quella di suo zio,
ora ricoverato in una clinica.
Tra minuziose ricostruzioni di sapori, ricette, anedotti sul cibo e una prima persona narrante piuttosto ingombrante, a farne le spese è soprattutto la caratterizzazione dei personaggi. Al di là di qualche singolo tratto ben definito, il resto è lasciato al non detto, tanto che è praticamente impossibile comprendere l'ossessione della protagonista per il suo ex, quasi invisibile nella sua inconsistenza. Non aiuta un finale macabro che si vorrebbe a effetto, ma che rimane scollegato dal resto e largamente pretestuoso. Al di là di questi difetti, comunque, Una dolce voluttà offre una scrittura attenta ai dettagli della psiche, scorrevole, tradotta con partecipazione dal coreano da Vincenza D'Urso.
Alcuni elementi fanno pensare al fenomeno chick-lit alla Sophie Kinsella, come le descrizioni metaforiche che uniscono cibo e sesso: «Quando mangiamo, tutto il sangue affluisce alle labbra, che di conseguenza diventano rosse e gonfie, come un pene quando fa l'amore. Labbra, peni e lingue sono tutte zone erogene speciali, riccamente servite da terminazioni nervose.» (p. 23). Jo Kyung-ran sceglie però una strada più intimista, che punta sulla ricostruzione di sensazioni piuttosto che sull'esasperazione dei patemi amorosi.
Tra minuziose ricostruzioni di sapori, ricette, anedotti sul cibo e una prima persona narrante piuttosto ingombrante, a farne le spese è soprattutto la caratterizzazione dei personaggi. Al di là di qualche singolo tratto ben definito, il resto è lasciato al non detto, tanto che è praticamente impossibile comprendere l'ossessione della protagonista per il suo ex, quasi invisibile nella sua inconsistenza. Non aiuta un finale macabro che si vorrebbe a effetto, ma che rimane scollegato dal resto e largamente pretestuoso. Al di là di questi difetti, comunque, Una dolce voluttà offre una scrittura attenta ai dettagli della psiche, scorrevole, tradotta con partecipazione dal coreano da Vincenza D'Urso.
Alcuni elementi fanno pensare al fenomeno chick-lit alla Sophie Kinsella, come le descrizioni metaforiche che uniscono cibo e sesso: «Quando mangiamo, tutto il sangue affluisce alle labbra, che di conseguenza diventano rosse e gonfie, come un pene quando fa l'amore. Labbra, peni e lingue sono tutte zone erogene speciali, riccamente servite da terminazioni nervose.» (p. 23). Jo Kyung-ran sceglie però una strada più intimista, che punta sulla ricostruzione di sensazioni piuttosto che sull'esasperazione dei patemi amorosi.
autore: Jo Kyung-ran
casa editrice: Piemme
anno: 2011
pagine: 247
prezzo: 15,50 euro
isbn: 978-88-566-1140-3
lingua: italiano

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