domenica 17 luglio 2016

La guardia, il poeta e l'investigatore

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di Jung-myung Lee

Nel 1944 la Corea è sotto l'occupazione giapponese, e nella prigione di Fukuoka non si permette ai detenuti coreani di usare la propria lingua. Un uomo, una guardia carceraria, viene trovato brutalmente assassinato, e un giovane collega dall'animo sensibile e letterario viene incaricato di condurre l'indagine e trovare il colpevole. La vittima era temuta e odiata per la sua brutalità, ma quando l'improvvisato investigatore avvia la sua inchiesta interrogando custodi e detenuti, ricostruendo poco a poco i movimenti degli ultimi mesi, un diverso e sorprendente scenario si impone alla sua attenzione.
Dall'inchiesta sull'uomo emerge il passato di un povero analfabeta orfano dei genitori, il faticoso riscatto attraverso il lavoro, la carriera nella prigione, la scoperta di una passione inaspettata, il ruolo di "censore" con l'incarico di controllare la corrispondenza in entrata e in uscita dal carcere. E soprattutto il legame con un detenuto particolare, un famoso poeta coreano, autore di scritti sovversivi. E proprio attorno al poeta ruota l'intera vicenda: nel corso dei suoi interrogatori il giovane si trova a parlare sempre di più con il prigioniero e, come prima di lui la guardia assassinata, a immergersi in un dialogo fatto di letteratura, d'arte, di libertà. Si scopre a desiderare la bellezza dei suoi versi clandestini, a subire il potere eccitante e al tempo stesso rasserenante della parola poetica...

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A distanza di ormai oltre settant’anni, le guerre del Novecento continuano a offrire lo spunto a un gran numero di scrittori, non solo nella nostra vecchia Europa. E’ il caso del coreano Jung-myung Lee, che pubblica ora in Italia il suo La guardia, il poeta e l’investigatore, ispirato dalla storia vera di un poeta suo connazionale, Yun Dong-ju, morto alla fine della Seconda Guerra Mondiale nel carcere di Fukuoka. Il romanzo si apre con una dichiarazione d’intenti: «La vita può non avere una ragione precisa ma la morte esige chiarezza, una ragione certa, non come prova di sé, ma a beneficio dei sopravvissuti».
A parlare è Yuichi Watanabe, ex soldato nipponico, che durante il conflitto conclusosi il 15 agosto 1945 con la sconfitta è comandato come guardia carceraria nella prigione situata nella parte meridionale del Giappone, lì dove ora con l’accusa di crimini di guerra è stato rinchiuso dai vincitori americani. Da parte sua, Watanabe non corrisponde esattamente agli standard richiesti ai combattenti dalla tradizione militare del suo Paese: al contrario di Hiroo Onoda non vede l’ora che la guerra finisca per togliersi l’uniforme e tornare a scuola per studiare Stendhal. Del resto è cresciuto a Kyoto nella libreria dell’usato della madre, e quel contenitore di storie raccolte in volumi destinati a passare di mano in mano lo ha nutrito più del manuale d’istruzione che ha dovuto leggere durante l’addestramento, o delle ambizioni espansionistiche dell’Impero del Sol Levante.
Comunque: un giorno, a guerra ancora in corso, tra le alte mura cinte di filo spinato della prigione e per la precisione nel terzo blocco, quello dove sono rinchiusi i dissidenti politici coreani e i condannati a morte, viene ritrovato il cadavere di uno dei secondini, Sugiyama Dozan, sguardo ferino e manganello, distintosi durante il servizio per la crudeltà nei confronti dei prigionieri. E al giovane Watanabe, che non è un sadico ma ammette di aver picchiato e maltrattato i detenuti e di avere chiuso occhi e orecchie per non vedere e non sentire ciò che accade all’interno della struttura, viene ordinato da Maeda, il capo delle guardie, di indagare sull’omicidio. Unici indizi, la bocca cucita della vittima, e un foglietto rinvenuto nella tasca interna della giubba marrone: si tratta, inspiegabilmente, di una poesia. Una poesia assai delicata e profonda, oltretutto, in cui l’autore affronta temi quali la disperazione, la sofferenza, l’amore.
Com’è possibile che un bruto come Sugiyama, reduce dal fronte mongolo-russo, abbia potuto scriverla? Che qualcuno gliel’abbia messa in tasca? E’ a partire da questo bizzarro ritrovamento che Watanabe arriva al prigioniero 645, ovvero a Yun Dong-ju, condannato a due anni di lavori forzati in quanto coreano – un crimine di per sé, nel Giappone dell’epoca – e perché nella sua lingua madre scrive poesie che le autorità nipponiche ritengono sovversive. L’aguzzino assassinato e il poeta detenuto, ricostruisce la giovane guardia, si conoscevano bene: il primo infatti era anche incaricato di censurare le lettere dei prigionieri, che il secondo vergava per conto di questi tenendo conto della cosa, ovvero usando metafore e formule apparentemente innocue ma capaci di far giungere ai destinatari il mondo interiore dei reclusi. Solo che Sugiyama a un certo punto si è reso conto dell’inganno. Ma la scoperta anziché incattivirlo ha messo in discussione le sue certezze: le parole del poeta han fatto risuonare dentro di lui qualcosa di sconosciuto, lo hanno contagiato. E tra i due si è instaurata una sorta di complicità. Il giapponese ha cominciato a prendersi cura, a modo suo, del corpo del coreano. Il coreano dell’anima del giapponese. Dire di più, o se preferite «spoilerare», non sarebbe corretto. Resta tuttavia da aggiungere che raccontando con questo romanzo la storia del poeta dissidente coreano l’autore ha scritto un libro notevole sulla forza delle parole e dell’immaginazione.


Giuseppe Culicchia, Tuttolibri - La Stampa

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