domenica 12 giugno 2016

La Via del Guerriero: l’eredità dell’Arhat




di Costantino Ceoldo
Arhat è un termine buddhista indiano che viene generalmente tradotto come il “risvegliato” e riferito ai seguaci del Buddha. E’ anche però il titolo onorifico che viene riservato ai più grandi tra i maestri di kung-fu Shaolin della Cina.
Chi pratica arti marziali sicuramente sa quanto il kung-fu sia diffuso non solo in Oriente ma anche in Occidente, complice la voglia di novità, il cinema, la curiosità per l’esotico.

Nel mio vagabondare erratico dal Giappone dei samurai alla Cina dei monaci guerrieri, ho conosciuto il maestro Pietro Biasucci, quasi mio compaesano. Nel suo primo libro, intitolato non a caso L’eredità dell’Arhat, Biasucci racconta di sé e del suo cammino nel mondo del kung-fu, dalle palestre italiane fino alle accademie cinesi, dure e spietate, di Dengfeng, non lontane dal celebre monastero di Shaolin. Parla, a volte con candore, parla e racconta anche dei suoi insegnanti alcuni dei quali sembrano perfino usciti da un passato cinematografico, incarnando essi l’ideale personaggio taoista del saggio, presente nel mondo e al contempo distaccato da esso.

D) Pietro Biasucci, sifu, ho letto che il monastero Shaolin è stato quasi quotato in Borsa. Come è possibile che un luogo sacro di così grande ed antica tradizione abbia rischiato di sperimentare una simile condizione?
R) Come scrivo anche nel libro, in epoca moderna il monastero Shaolin ha vissuto un cambio di passo, adattato ai tempi moderni. E’ diventato quindi un luogo di riferimento prima di tutto anche per le fantasie degli Occidentali e nel momento in cui c’è stato un recupero delle tradizioni da parte delle istituzioni ed il governo ha verificato che l’Occidente era molto interessato alle arti marziali cinesi, il monastero Shaolin, che era il luogo di riferimento, è stato volutamente fatto diventare un centro nel quale riversare tutte le aspirazioni del mondo Occidentale. Di pari passo, l’aspetto economico che sempre più andava incrementandosi, ha trovato fondamento nel monastero stesso. Il monastero è diventato quindi l’immagine, la proiezione, dell’idea del kung-fu sviluppando nel mondo una serie di esibizioni e di eventi nei quali l’aspetto economico ha sempre più dettato le sue regole.

D) Però il monastero non è ancora quotato in borsa, giusto?
R) Effettivamente no [risata]. Effettivamente no.

D) Lei è stato dichiarato dai suoi maestri “monaco laico Shaolin”. Può spiegarci cosa significa?
R) Ecco…  “monaco laico”, nell’evoluzione del kung-fu relativa ai tempi più moderni, quindi dagli anni ’50 in poi, è un titolo onorifico per quei praticanti di kung-fu che hanno seguito un certo percorso: la pratica marziale si scinde dalla pratica monastica ma naturalmente le due pratiche subiscono sconfinamenti reciproci, essendo state unite per secoli e l’idea “filosofica” del kung-fu viene mantenuta ancora oggi. Però, a tutti gli effetti, il titolo è onorifico ed identifica un percorso marziale e non di natura religiosa.

D) Quali sono i suoi doveri di monaco laico ma anche le sue passioni, le sue emozioni nel suo vivere quotidiano?
R) I miei doveri sono prima di tutto verso il mio Maestro. Quindi nel cercare di creare continuità rispetto il messaggio che lui ha tentato di portare avanti attraverso il suo operato e la sua vita. E’ stata una fortuna, per me, quella di averlo incontrato e che mi abbia reso partecipe di questo progetto. I miei doveri sono quindi principalmente rivolti verso le sue volontà, con un’idea di trasmissione, nella fattispecie qui in Italia. La pratica quotidiana è sicuramente un dovere, relativo anche a pratiche di natura più interiore ed attinenti alla respirazione: un allenamento che sia continuo e che mantenga un livello costante nel tempo, che permetta un aumento delle conoscenze e della consapevolezza di quello che si sta portando avanti. Una pratica regolare, che mi permetta di essere sufficientemente preparato a mano a mano che la realtà qui in Italia cambia, cambiando le persone con le quali vengo in contatto nell’ambito del kung-fu.

D) Spiritualità e tecniche di combattimento. Un occidentale potrebbe dire “il sacro e il profano”. Sbaglia chi trova una contraddizione fra le due cose?
R) Questi è un aspetto estremamente interessante e qui si arriva proprio all’origine di queste discipline. La cosa che mi ha sempre affascinato è che le arti marziali in Cina hanno raggiungo livelli di eccellenza a contatto con monasteri sia per quanto riguarda le discipline esterne che quelle interne. Questo connubio tra sacro e profano, che apparentemente stride, in realtà si regge su una connessione. Da sempre chi si è occupato del senso della vita, quindi del significato della morte, è stato il monaco ed il guerriero. Questo è anche il motivo per cui nella cultura tradizionale cinese si è sviluppata molto anche la medicina perché anche il medico si occupava della morte. Queste tre situazioni, messe assieme, identificavano chi interagiva con il significato della vita e quindi della morte.

D) E quindi perché Lei si è avvicinato alle arti marziali e, in particolar modo, a quelle cinesi?
R) Ho sempre sentito una fortissima attrazione nei confronti di queste discipline. Faccio fatica a trovare razionalmente una risposta. Fin da bambino ho sempre sentito questa forte, fortissima attrazione anche nei confronti dell’approccio filosofico e spirituale che hanno le arti marziali,  nella fattispecie quelle cinesi: questa idea di dare un significato al gesto di difendersi, capire come ottimizzare determinate emozioni, determinate forze, per ottenere un equilibrio che è collegato al combattimento ma è collegato poi anche alla vita.

D) Così alla fine è arrivato al celebre monastero e alle scuole di Dengfeng, così dure, aspre, perfino spietate nel loro essere selettive. Una lunga strada, non trova?
R) Sì. Sono entrato in contatto con vari maestri prima di arrivare in Cina, ho viaggiato molto e mi sono spostato molto e quando vi sono arrivato sono entrato in contatto con questa verità nella pratica, con un regime di vita molto duro. Ho sperimentato anche la difficoltà dell’integrazione all’interno di una realtà in cui si pratica arti marziali, si può dire, per mera sopravvivenza, in funzione proprio dell’estrazione economica di molti praticanti, degli sforzi che le famiglie fanno affinché il figlio possa apprendere il kung-fu anche per cambiare un po’ le sorti della famiglia stessa. Una condizione di vita estremamente dura, accompagnata da un allenamento altrettanto duro.

D) E’ per questo che nel libro lei ricorda che all’inizio si sentiva quasi un privilegiato ed aveva dei dubbi sulla sua permanenza a Dengfeng?
R) Si, proprio per questo. Prima di arrivare lì, la mia vita era quella di un perfetto Occidentale. Probabilmente, anzi: sicuramente!, non mi rendevo conto di quello a cui stavo andando incontro. Soprattutto lo facevo con un atteggiamento di un certo tipo: per me era una questione di crescita personale, di comprensione, mosso da una forma di arroganza che a volte spinge a determinate scelte, a determinati percorsi. Quindi con questa cosa, come dire, che dovesse essere un po’ scontato che ricevessi certi insegnamenti. Una volta arrivato lì, mi sono reso conto che ci sono bambini di dieci anni che vivono in un regime di vita estremamente duro, praticanti che son sottoposti veramente a difficoltà su tutti i fronti. Tutto questo mi ha fatto riflettere ed ha ridimensionato il mio atteggiamento verso le arti marziali e forse è stato l’insegnamento di vita più grande che ho avuto.
                       
D) E adesso come vede le arti marziali?
R) Adesso le vedo sicuramente in un modo diverso rispetto al passato. Generalizzare è sempre una cosa da prendere con le pinze ma vedo che il mondo delle arti marziali è costituito principalmente da persone che devono trovare uno sfogo, trovare un significato ad una vita che è già in qualche modo compiuta, piena ed è una ricerca relegata nell’ambito del tempo libero. L’atteggiamento invece di chi lo fa con un istinto proprio di sopravvivenza, è completamente diverso perché capovolge i valori: porta il significato dell’arte marziale in primis e quindi la vita viene vissuta in funzione del significato dell’arte marziale.

D) In certi ambienti si levano periodicamente voci su una presunta inefficacia delle arti marziali cinesi, inficiate dalla loro stessa attenzione a pratiche salutiste. Quale è la sua opinione al riguardo?
R) Partiamo dal presupposto che generalizzare, come ho già detto, è sempre un po’ difficile. Per come vengono praticate le arti marziali in Occidente, quando siamo già al di fuori del contesto originale, a mio avviso questa critica trova fondamento. Trova fondamento perché le arti marziali cinesi, per essere praticate con efficacia, mantenendo l’aspetto filosofico e salutista che le rappresenta, hanno bisogno di tante ore di lavoro quotidiano, hanno bisogno di una dedizione costante, hanno bisogno veramente di un grande impegno.  Vi sono aspetti che, se praticati con costanza, portano ad una metabolizzazione della disciplina e ad una sua comprensione da un piano più elevato e si capisce dove una cosa interagisce nell’altra per creare completezza. Ma questo ha bisogno di tempo quindi la parte salutista va sicuramente ad inficiare l’efficacia marziale se non c’è il tempo adatto di sviluppo. D’altro canto, se consideriamo alcuni maestri cinesi, chi di loro raggiunge l’eccellenza in questo tipo di discipline sviluppa veramente delle doti che trascendono sostanzialmente i limiti umani.

D) Un’ultima domanda: quali consigli si sente di dare a quei giovani che volessero seguire un percorso simile al Suo?
R) Per quanto possa sembrare banale, cercare sempre che l’impegno, il rigore, la disciplina, siano prima di tutto una forma mentale attraverso cui vivere la vita. Questo permette di affidarsi ad un maestro che possa in qualche modo aprire le porte di questa disciplina, o naturalmente anche di altre discipline. Coltivare lo spirito di sacrificio conduce, come dicono i saggi in Cina, ad abbandonare se stessi per apprendere gli insegnamenti di un maestro, insegnamenti che a volte possono essere duri ed altre volte non perfettamente collegati a quella che può essere l’dea dell’individuo preso singolarmente. Abbandonarsi quindi all’insegnamento attraverso una forte disciplina ed una convinzione che sfocia nella fiducia nel proprio maestro.


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Costantino Ceoldo – Pravda freelance

Sito del Maestro Pietro Biasucci: http://www.tigrebianca.it/

Nota: la trascrizione dell’intervista differisce leggermente dal parlato per motivi di semplicità di lettura.

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