giovedì 29 maggio 2014

Real world di Natsuo Kirino (recensione)

di Anna Maria Pelella

noir giapponese for dummies

Toshi, Yūzan, Terauchi e Kirarin studiano per prepararsi all'esame di ammissione all'università.
Una mattina il vicino di casa di Toshi uccide sua madre e ruba la bcicletta e il telefonino della ragazza. In seguito tutte le sue amiche riceveranno una telefonata dal Vermiciattolo, soprannome col quale Toshi chiama il suo vicino. E lentamente le quattro si faranno trascinare nel mondo di un assassino, lasciando il proprio come fosse un vestito di cui ci si è stancati.
Natsuo Kirino è un'esploratrice delle derive esistenziali. Le sue storie sono sempre racconti di un percorso a senso unico: da normale a straordinario. Solo che nel suo caso straordinario coincide con deviante. La devianza che affascina l'autrice, e spesso anche il lettore, è di quelle quotidiane, che tutti possono sperimentare. Spesso la porta viene aperta da un evento poco significativo, che sul momento poteva anche essere archiviato come una fase della vita e niente più. Ma nel caso di Kirino quasi mai le porte aperte vengono poi richiuse, e spesso portano lontano da tutto e da tutti.
In questo caso nel Real World.
Il mondo reale delle quattro studentesse è tutto quello che non è compreso nelle loro attuali vite di giovani alla scoperta del mondo. E' un luogo oscuro dove un ragazzino brufoloso assurge alle glorie della rete per aver ucciso sua madre. E dove quattro ragazze, con un futuro brillante che le aspetta, decidono di perdere la strada, per percorrere il sentiero deviante, e a senso unico indicato dal giovane.
La reazione delle quattro è personalissima. Ciascuna elabora un suo modo per definire la sua stessa condotta e per significare il gesto che ha aperto le danze, un omicidio. Anzi peggio: un matricidio.
Il delitto apre lo spiraglio che solitamente rimaneva socchiuso sul mondo di ipocrisia e di rimozione che la società giapponese chiama età adulta. E da quel momento in poi tutto quello che poteva essere un valore, o semplicemente una direzione, viene abbandonato a favore del fascino della devianza.
Non è soltanto il fatto di essersi macchiati di un delitto, un tipo di reato che magari poteva anche essere oggetto delle fantasie di ragazzine alle soglie dell'età adulta, percepita da tutte come la fine della libertà, ma qualcosa di più profondo. Il punto è quello di aver commesso un gesto irreparabile che chiude per sempre le porte della vita normale. E questo per chi non aspira davvero a farne parte è una tentazione fortissima.
Il gioco inizia per caso. Una delle ragazze viene contattata dal Vermiciattolo e non ne parla con la polizia. Da quel momento le altre faranno a gara per superare in ardimento la condotta della prima, imprimendo alla storia una direzione senza ritorno. Il Vermiciattolo è solo un ragazzino sperduto ma Toshi, che ha letto Battle Royale, ne fa un eroe semplicemente esaltando il significato ultimo del suo gesto. Le altre lo aiutano e seguono la sua fuga, e una di loro lo raggiungerà, per provare l'ebbrezza di incontrare un vero assassino, e magari istigarlo a finire il lavoro.
Ovviamente la mancanza di quasiasi controllo sulla faccenda è la causa stessa dell'ampliarsi della tragedia. E chiunque abbia letto Battle Royale sa perfettamente che i giovani giapponesi possono essere spietati e terribilmente pericolosi.
Natsuo Kirino regala ancora una volta al lettore un'occhiata privilegiata dietro il velo di buone maniere e di incredibile repressione che la società giapponese impone ai suoi membri.
E se un marito che ha perso la moglie si sente in dovere di andare a scusarsi con i vicini per il trambusto causato dalle indagini di polizia, è chiaro che l'accento in questa situazione è messo sull'apparenza, molto più che sulla realtà dei sentimenti di chi si trova coinvolto. Come è possibile che una persona che ha subito un lutto pensi di doversi scusare assumendosi la responsabilità del gesto di suo figlio? E come mai le ragazze decidono tutte di schierarsi con l'assassino?
Sono domande che ci si pone nel corso della lettura, ma non certo il cuore del racconto. Il vero cuore del romanzo sta nel desiderio smodato dell'autrice di richiamare l'attenzione su una società che spesso impone comportamenti devianti a chi, purtroppo, non condivide i suoi dettami.
Solo questo. E il modo che ciascuno troverà per uscire dalla costrizione di una rigida morale è talmente personale da farne di volta in volta oggetto di un libro. Un libro talmente vivo da risultare indimenticabile, anche a chi di quella società saprà sempre troppo poco.

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