mercoledì 16 ottobre 2013

Nuvole di drago, otto itinerari asiatici

di Luciano Troisio 
Edizioni Il Foglio

recensione di Marina Monego (Lankelot)

“Nuvole di drago” è il primo di una serie di volumi sui viaggi di Luciano Troisio e contiene otto reportage da paesi asiatici (Laos, Vietnam, Cambogia, Tailandia, Giappone, Cina) realizzati in periodi diversi, tra il 1991 e il 2008. Si tratta di lunghi anni di frequentazione di queste terre e di conoscenza approfondita dei luoghi e delle popolazioni.
Luciano Troisio è un infaticabile globetrotter, ma è soprattutto uno scrittore e un letterato che ama coinvolgere i lettori nei suoi itinerari di viaggio.

L’Asia costituisce per l’Autore la “cuna del mondo”, la madre di tutte le Culture e delle Religioni, è luogo affascinante e importante al quale rivolgere uno sguardo curioso e attento, rispettoso e critico dove è necessario.
Il viaggiare di Troisio è colto, intelligente, assolutamente incompatibile con lo spostarsi organizzato – tutto compreso – che conduce orde di turisti bifolchi, schiamazzanti e semianalfabeti a una visita fugace dei luoghi più belli del pianeta. Contro queste torme si scatenano il disprezzo e il sovrano distacco dell’Autore:
“…arriva una corriera di urlanti buzzurri italiani del nord che naturalmente si fanno riconoscere a miglia di distanza (quelli del sud sono ancora più buzzurri, ma non hanno la grana per muoversi, ecco perché, almeno nei siti turistici asiatici, la vera itala bifolcaggine per il momento si esporta in redazione settentrionale). Tutto in me rovina” (p.128)
Troisio non è neppure un viaggiatore freak stile anni Sessanta o Settanta: questo tipo di personaggi vengono descritti come maleducati, rozzi, fuori tempo, piuttosto sporchi, malvestiti e insopportabili. Persone che sarebbe meglio non incontrare e soprattutto non avere vicino in autobus o al ristorante.
L’Autore si sente invece spiritualmente affine a una ristretta schiera di letterati, che paiono accompagnarlo e approvarlo. “Sensazione improvvisa letteraria di essere Guido Gozzano; chissà perché noi dandy dobbiamo sempre avere a che fare col mondo volgare” (p.127)
È un viaggiare interessato sia a musei, templi, gallerie d’arte, oggetti d’antiquariato, libri (Troisio è un accanito bibliofilo, con intuizioni da segugio, che ha scovato al Prato della Valle a Padova delle cartoline postali scritte da Calvino), che ai tipi umani, studiati con interesse quasi entomologico.
Troisio è curioso dei luoghi, delle usanze, dei modi di vivere, della gastronomia locale. In fondo anche la cucina appartiene alla cultura e il modo in cui viene servito un piatto può indicare molto su chi lo prepara. Se i topi fritti suscitano un’istintiva repulsione, le varietà di frutta sono affascinanti e saporite.
Troisio è un osservatore sempre attento e calmo: da questo punto di vista il suo modo di viaggiare è ideale, perché, diluito nel tempo, non viene viziato dalla fretta e da quella nevrotica ansia del “dover vedere tutto” (senza capire niente) che caratterizza buona parte del turismo contemporaneo, ormai diventato fenomeno di massa.
L’Autore invece si sofferma, ascolta, parla con i locali, cerca di rendersi conto del loro livello d’istruzione, del loro modo di vivere.
Viaggiare diventa un esercizio per tenere desti tutti i sensi, non solo per cogliere immagini di bellezza, ma per non cadere vittima di imbroglioni sempre in agguato, specie nei confronti del turista occidentale.
Qualsiasi tipo di servizio – dai passaggi in moto agli alloggi e ristoranti fino alle prestazioni sessuali, anche con bambine –può venir offerto naturalmente a pagamento e la contrattazione è d’obbligo.
Fida compagna nei suoi spostamenti – oltre alla scrittura – è la macchina fotografica (immaginiamo che il Nostro abbia un archivio fornitissimo), quasi il corrispondente tecnologico della pittura. Troisio ha grande sensibilità cromatica, è attento alle sfumature di luce e cita spesso artisti come Canaletto o Giorgione.
La macchina fotografica gli consente di catturare quegli attimi che non sempre la sola scrittura riesce a cogliere e si rivela un ottimo mezzo per allontanare quelle persone che s’avvicinano troppo e potrebbero scatenargli un attacco di oclofobia. Presso i templi di Angkor viene accostato da due monaci buddisti, curiosi di leggere la sua guida, lui cerca di rispondere cortesemente, spiega in quale punto del tempio si trovano e poi chiede loro di poterli fotografare, così si allontanano a distanza di sicurezza.
Eppure l’interesse per il corpo umano è una costante: “Sto sempre più scoprendo il volto umano, il corpo umano, la sua indefinibile complessità di linguaggi, la sua bellezza instancabilmente sconosciuta che deve essere interpretata come preziosa latrice di messaggi specie involontari”.(reportage da Ubud del 15 luglio 2008, apparso lankelot.eu)
Viaggiare comporta naturalmente non pochi disagi, oltre alle sistemazioni talvolta spartane negli alberghi e al possibile ininterrotto chiacchiericcio delle cameriere, al frastuono per lavori di prima mattina, alla vicinanza occasionale di persone sgradite, ci sono gli imprevisti sempre in agguato.
Angosciosa è la nottata con diluvio tropicale all’isola di Ko Ciang (Tailandia). Nel bungalow vicino alla foresta nel quale il Nostro è alloggiato dapprima s’intrufolano roditori – decisi a demolirlo – poi, a generatore di corrente spento, si scatena una terribile tempesta, le palme minacciano di crollare sull’edificio, si sentono fortissimi colpi contro le pareti, probabilmente noci di cocco sbattute dal vento, infine, in piena notte, la porta si spalanca e il narratore è costretto ad uscire per richiuderla, bagnandosi tutto.
Epico il rientro nella civile e colorata Tailandia dopo la visita ad Angkor, nella desolata e misera Cambogia: la strada risulta interrotta per il crollo di un ponte e così il pulmino è costretto a un’allucinante deviazione su strade semi-allagate e piene di buche. Saranno necessarie nove ore per percorrere 130 Km.
Osservando i periodi degli spostamenti si nota che si svolgono sempre in corrispondenza dei nostri mesi invernali, che in Oriente coincidono con la stagione più secca.
Questo implica trascorrere all’estero il periodo natalizio. L’Autore non si dimentica delle ricorrenze e scopre, con gradita sorpresa, in Vietnam “moltissimi presepi nei cortili all’aperto, anche a grandezza naturale o quasi, siamo in attesa del Natale e l’imprevista presenza ha un sapore di nostrano che mette regressiva triste enorme felicità”. (p.183)
Come ben osserva Ruffato nella prefazione Troisio non rinuncerebbe mai al nostos, al ritorno nell’Occidente, laddove si collocano le sue radici umane e culturali. Nei suoi scritti, i richiami al Veneto, a Padova non mancano mai.
Viaggiare non significa disperdersi, né perdersi. Troisio, forte della compagnia di illustri letterati come Gozzano, Comisso, Manganelli, rivendica e ricorda la propria identità.
Quanto ai contatti con gli amici, nei reportage più recenti compare la mail, privilegiato e rapidissimo mezzo di comunicazione, riservato a una ristretta cerchia di fidati, con i quali l’Autore condivide le sue riflessioni in tempo reale.
Sempre presente negli scritti di Troisio la sua caratteristica ironia, rivolta agli asiatici come agli occidentali, alle “galline padovane” come agli accademici, ai turisti bifolchi, bubulchi vocianti come agli orientali stolidi e pigri. È un’ironia che a volte cela il tragico (si ride per non piangere) ed è un modo per far partecipe il lettore delle sue avventure, ammiccandogli. Chi scrive apprezza particolarmente certe osservazioni sferzanti e rapide, di fulminea efficacia.
Non è possibile esercitare ironia, ma solo rispettoso silenzio, riguardo gli orrori dei regimi comunisti: in Cambogia i khmer rossi hanno torturato e ucciso due milioni e mezzo di connazionali, il Laos, il Vietnam sono ancora sotto dittatura. L’occhiuta sorveglianza del partito traspare nei controlli dei voli, nella burocrazia noiosa, costosa, intralciante, ottusa, nell’edilizia, nella povertà, nello scarso livello d’istruzione degli abitanti. L’Autore ha visitato i campi di sterminio cambogiani e il famigerato Liceo S21 a Phnom Pehn, ma ne accenna soltanto. Scriverne è impossibile. “Affiorano strutture profondissime, che fortunatamente ignoriamo di avere all’interno di noi stessi. Sentimenti talmente inquietanti e contradditori che è molto pericoloso analizzare”. (p.92)
Allo stesso modo si accenna soltanto alla miseria, allo sfruttamento dei bambini, alle malattie, agli storpi e deformi che erano comparsi anche in “Strawberry- stop”.
Non è nelle intenzioni dello scrittore realizzare un’inchiesta giornalistica di denuncia, che richiederebbe altro approccio e altro stile.
Per Troisio viaggiare è creare, la sua scrittura non nasce dalla stanzialità, ma dal movimento, viaggiare è scoprire idee per nuovi racconti, non realizzare una cronaca di eventi.
“Voglio girare ancora per Ko Kong, documentarmi, fotografare, fissare scenari per un ipotetico racconto, che però non riesce ad assumere una trama. Credo che il protagonista sia lo spazio vacuo, la larghezza che proviene da lontano, che guarda o vede lontano, trasmette un fischio poco decifrabile”. (p.79)
Le immagini della bellezza - brevi, fuggenti – da sole ripagano e danno senso alle fatiche del viaggio, è una bellezza riservata ai pochi in grado di coglierla, come sempre. Emblematico e carico di suggestioni è il pellegrinaggio ai templi di Angkor in Cambogia. L’Autore sottolinea i vantaggi del viaggiare da solo, in libertà, senza esser costretto ai ritmi grotteschi delle comitive schiamazzanti e percepisce una sublime affinità con una solitaria ragazza francese, forse una scrittrice, incontrata alla porta di Angkor Thom, da sola, mentre prende appunti. Solo nel silenzio si può cogliere l’essenza dell’arte e il fascino melanconico di queste gigantesche rovine.
Tanto quanto la penisola indocinese è colorata e giovane, così il Giappone risulta negativo. Tokio è una città “fredda, irrazionale, banale, insulsa, costosa”.
La metropolitana è complicatissima, i cartelli sono solo in giapponese, le scale mobili esistono solo in discesa, non ci sono indirizzi, in compenso campeggiano centinaia di garitte con i vigili messi lì apposta per aiutare i cittadini.
Il senso di spaesamento è totale, i giapponesi appaiono pettegoli ed eccessivamente cerimoniosi, l’unica bellezza si manifesta nei giardini. Con un sospiro di sollievo l’Autore lascia queste grigie contrade.
Lo stile, a volte rapido, secco, in genere è narrativo, apparentemente colloquiale, in realtà è molto raffinato, elegante e contiene sprazzi di versi e riferimenti dotti, probabilmente il testo può venir letto a vari livelli a seconda del grado di cultura.
Tra i reportage, costituisce un unicum il racconto Hong Kong- Doppio Decollo, viatico per le pagine sulla Cina, eponime dell’intero libro.
Troisio ci racconta dei suoi quattro, faticosi anni (1987-92) d’insegnamento all’Università di Shangai, dell’ottusità del regime, delle aule vergognosamente prive di riscaldamento durante l’inverno, della sporcizia e maleducazione dei cinesi, delle censure culturali e dell’ignoranza, evoca la positiva figura della scrittrice Edoarda Masi, alla quale succedette nell’insegnamento. Gli anni cinesi furono durissimi e importanti, tanto da spezzare in due la vita dell’Autore. Ebbero anche aspetti e incontri positivi, ma alla fine il freddo, la sinusite, la depressione, il disgusto ebbero il sopravvento e lo spinsero a trasferirsi a Bratislava.
E dunque il seguito ai prossimi reportage.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Luciano Troisio (Monfalcone, Go, 1938), ricercatore del Dipartimento di italianistica dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino, Shangai, Bratislava, Lubiana.


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