sabato 29 giugno 2013

La casa dello spirito dorato

di Diane Wei Liang

Sullo sfondo della Pechino post-olimpica dei nostri giorni, una metropoli rumorosa e frenetica in cui ricchezza e povertà sembrano crescere a ritmo incalzante come le selve di grattacieli, il destino di Mei Wang, giovane detective privata, si incrocia con quello della potente famiglia Song, proprietaria della Casa dello Spirito Dorato, un’antica azienda farmaceutica che produce una pillola per guarire i cuori infranti. Ingaggiata dall’affascinante Wudan, avvocato del Sud che cura gli interessi della famiglia, e aiutata dal fidato collaboratore Gupin, Mei indaga sul complicato intreccio di interessi che sta erodendo la solidità finanziaria dell’azienda.

Mentre le sue ricerche sono ostacolate dall’onnipresente e corrotta burocrazia cinese e dai suoi ispettori, che minacciano di far chiudere la sua agenzia, Mei si trova coinvolta in un intrigo che si tinge pericolosamente di giallo. Intanto, il tormentato rapporto con la madre e l’inevitabile confronto con la sorella Jin, celebre star televisiva, la costringono a stilare un difficile bilancio personale, tra le ferite, le ombre e i segreti di un passato famigliare segnato dal regime maoista, e l’instabilità della propria vita sentimentale e della relazione a distanza col fidanzato Yaping. 


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Il telefono squillò svegliando Mei. Nel suo appartamento con le tende tirate, le lucine dello stereo segnavano le 7.28.
« Dormivi? » La voce della sorella Lu irruppe dalla cornetta non appena Mei la sollevò.
« Ho fatto le ore piccole. »
« Come mai? »
« Sto lavorando a un caso nella zona sud. »
« Chi vive nella zona sud? »
« Chi non può permettersi di vivere altrove. »
« Che cosa ci facevi lì? »
« Stavo seguendo il marito di una cliente con la sua amante. »
« Credevo avessi un assistente per questo genere di cose. »
« Gupin non sa guidare. Non ha la macchina. »
« Che incapace. »
« Non è un problema. Non era previsto che facessi molto tardi. Stavano andando a cena. »
« Nella zona sud? »
« Pare che dovessero vedere delle persone. Una era il commissario capo Liang Jabao. »
« Mei! »
« Dubito che mi abbia riconosciuta. » Mei l’aveva incontrato solo un paio di volte, anni prima, quando era una giovane agente al ministero della Pubblica sicurezza.
« Avrebbe potuto. Quando hai lasciato il ministero ti sei fatta un nome. Stai attenta. »
« Non preoccuparti. È tutto sotto controllo. Perché hai chiamato? »
« Dobbiamo parlare della mamma. »
« Sta bene? »
« Non è in ospedale, se pensavi a quello. »
« Allora che succede? »
« Vediamoci. Sto andando al Changping Golf Club, potrei passare a prenderti. »
« Lu, lo sai che non gioco a golf. »
« È venerdì, fino alla prossima settimana non succederà niente. Lascia un po’ di lavoro al tuo assistente, dovrà pur fare qualcosa. »
« Gupin ha già un sacco di cose da fare. »
« Sei troppo tenera. Mi faccio una doccia e passo da te fra tre quarti d’ora. »
« Ti sei appena alzata? »
Doveva essere andata all’ennesima festa chic, pensò Mei.
« Ho nuotato un’oretta » rispose Lu in tono trionfante.
Riattaccarono.

Mei aprì le tende e poi la finestra. La luce del sole si riversò nella stanza riscaldandole il viso. Di sotto, il Secondo anello era un fiume di traffico. Un ambulante che vendeva verdura, i pantaloni arrotolati fino alle ginocchia, guidava un carretto a pedali lungo la strada davanti allo xiao-qu di Mei, il complesso residenziale in cui viveva. Passando urlò: « Mais! Cetrioli ed erba cipollina, tutto di qualità jin! »
In fila dietro al carretto, impazienti di passare, i ciclisti suonavano il campanello.

Mei si sporse dalla finestra e guardò giù nel cortile davanti al l’edificio. Il solito gruppo di anziani, uomini e donne, faceva Tai Chi. Quello che Lu aveva detto del commissario Liang l’aveva scossa. E se l’aveva riconosciuta? Quando era rientrata la sera prima, l’auto bianca c’era? E quella nera? Si sforzò di ricordare. Da una finestra aperta sentì il giornale radio del mattino.

Era una magnifica giornata di primavera, si disse, e niente era diverso dal solito.
Chiuse la finestra e andò in salotto. La borsa era sul tavolo, la tracolla penzolante dal bordo. La giacca era abbandonata sulla spalliera di una sedia. La posta del giorno prima, che aveva lanciato sul tavolo rientrando, era un mucchietto disordinato. Mei passò le dita sulle buste: bollette, pubblicità, una cartolina. La prese e lesse:

Carissima Mei, il biglietto aereo per Pechino è arrivato. Ci siamo. Finalmente fra tre settimane saremo insieme. Sono a Banff per il matrimonio di Jeff. Qui è magnifico!
Con amore, Yaping


Mei girò la cartolina, ipnotizzata dalla sontuosa struttura che si ergeva dalla foresta con le vette dei monti alle spalle. Immaginò che fosse il luogo delle nozze. Chi era Jeff? Un socio dello studio di Yaping o un compagno della Business School? Non se lo ricordava. E dov’era Banff? Lesse la scritta in caratteri minuscoli: Banff Springs Hotel, Banff, Canada.

Posò la cartolina. Tre settimane e sarebbe cominciata l’estate.
I fiori nel vaso erano moribondi. Pensò che forse cambiando l’acqua li avrebbe salvati. Erano di Tang Jong, un investigatore privato di Shanghai. Si erano conosciuti al convegno annuale delle « Agenzie di consulenza », nome in codice che usavano per ovviare al problema che in Cina la professione di investigatore privato era vietata.

Qualche giorno prima, Tang Jong era venuto a Pechino per lavoro. Mei lo aveva incontrato nell’atrio del suo albergo. I fiori erano stati una sorpresa, e quel tocco di raffinatezza da Shanghai le aveva fatto piacere. Erano andati a cena in un ristorante thailandese che, pur non essendo affollato, serviva buon cibo. Avevano parlato di cosa era successo dal loro ultimo incontro, delle conoscenze comuni e del caso a cui stavano lavorando. Tra la zuppa Tom Yam e il branzino croccante la conversazione si era arenata. Tang Jong sembrava aver perso interesse. Mei si era sforzata di parlare di più, sperando di rimediare agli eventuali errori commessi e di ristabilire il contatto. Non aveva funzionato. Si erano salutati davanti al ristorante, lei con i fiori in mano. Nessuno dei due aveva espresso il desiderio di risentirsi.

Mei accese il fuoco sotto il bollitore. Che cosa era successo quella sera? Non riusciva proprio a capire. Aveva parlato troppo di sé, come Lu le aveva raccomandato di non fare? Le tornò in mente ciò che la sorella le aveva detto al telefono: qualunque cosa ti dica, un uomo è interessato solo a se stesso.
L’acqua bolliva. Mei la versò in una tazza col caffè solubile. In superficie salì una schiuma sottile. Guardò di nuovo i fiori moribondi. Continuava a non capire. Bevve il caffè e andò a farsi una doccia. L’acqua ci mise un po’ per riscaldarsi. Si lavò con l’acqua tiepida e uscì rabbrividendo. Il telefono squillò. Lu era di sotto.
« Non metterti i sandali o non ti fanno entrare » l’avvertì.

Mei cercò qualcosa di carino da indossare. Il golf club doveva essere pieno di ricconi come sua sorella. Frugò nell’armadio e scelse una giacca Burberry rossa, un tempo riservata all’esportazione ma ormai destinata anche al consumo interno, comprata al mercato della seta.
Uscendo dal portone, fece una rapida ricognizione. L’auto bianca non c’era più. In quella nera non c’era nessuno. Due ragazzine le passarono accanto ridacchiando e tenendosi sottobraccio. La Mercedes di Lu era in mezzo al cortile inondato di sole, splendida, color argento.

Mei prese posto sul sedile posteriore e salutò l’autista. La sorella stava parlando al cellulare. Le sorrise e fece un gesto di benvenuto. Era tutta vestita di bianco: polo, felpa, pantaloni e scarpe da golf. I capelli tinti di castano erano legati in una coda di cavallo. Sui lobi le brillavano due orecchini di diamanti.
L’autista uscì dallo xiao-qu. Attraversarono un mercato. La gente si avvicinava e fissava l’auto, cercando di vedere chi fosse seduto dietro i finestrini fumé. Procedevano lentamente. C’erano banchetti di verdura, ambulanti su tricicli e donne che portavano ceste. Dei ragazzi se ne stavano ingobbiti a fumare e a discutere in gruppo davanti a un emporio.

Sul Secondo anello la luce del sole era accecante. Il rivestimento di vetro dei grattacieli scintillava. Lu posò il cellulare. Stavano sfrecciando verso l’autostrada di Badaling.

« Che cosa volevi dirmi della mamma? » le chiese Mei.
« Dopo » rispose la sorella indicando l’autista.
Mei capì e annuì. Lu si regolò la cinghia del berretto.
« Pronta per il torneo? » le chiese Mei. Due settimane dopo la la sorella avrebbe partecipato al torneo di golf delle celebrità.
« No, oggi vedo il mio istruttore per fare un ripasso. »
« Chi gioca? »
« Tian Tian, Richard Liang di Hong Kong, Li Hui, Zhang Ming e Ma Yuan, la coppia dell’immobiliare SUHU… »
Il cellulare di Lu squillò. Lei rispose.
« Scusa, è il mio produttore » sussurrò.

Per mezz’ora parlò con lui delle nuove puntate del suo programma televisivo. Dal finestrino Mei guardò la città sfilarle davanti agli occhi.


Diane Wei Liang è nata a Pechino nel 1966 e ha vissuto parte della sua infanzia insieme ai genitori in un campo di lavoro. Tornata a Pechino con la madre, ha partecipato nel 1989 alle proteste di piazza Tiananmen, in seguito alle quali è stata costretta a terminare gli studi negli Stati Uniti. Vive a Londra con il marito e i due figli.

Autore Diane Wei Liang
Titolo La casa dello spirito dorato
Editore Guanda
Pagine 250
Prezzo 19,50 euro
Data di uscita 4 luglio 2013

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