sabato 4 maggio 2013

Speciale su Le rane di Mo Yan

– Bestiacce, – con uno sforzo cercai di scacciare dalla mia mente le immagini delle rane toro che affioravano insistenti, dopo aver visto il programma su mia zia avevo sviluppato una specie di fobia verso gli anfibi. – Vorresti metterti ad allevare quelle robe?
– Sul serio, non sto scherzando –. Represse il sorriso.
– Le rane non sono poi cosí spaventose, hanno anche degli antenati in comune con gli uomini, – mi rispose. – I girini somigliano agli spermatozoi e tra gli ovuli umani e le uova di rana non c’è alcuna differenza. Hai mai visto un feto di tre mesi mummificato? Ha la coda, come una rana al momento della metamorfosi.
La guardai sempre piú sconvolto.

Continuò la spiegazione come se recitasse a memoria: – Perché rana e neonato hanno lo stesso suono, «wa»? Perché il vagito di un bambino appena uscito dalla pancia della madre assomiglia moltissimo al gracidare di una rana? Perché molte figurine dei bambini di creta tengono una rana in braccio? Perché la progenitrice dell’umanità si chiama Nüwa? Hanno lo stesso suono, ciò significa che la nostra antenata era una rana, che gli uomini discendono dalle rane e che la teoria che veniamo dalle scimmie è totalmente sbagliata.
 
Mo Yan, «Le rane»
 
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Anche le rane hanno la voce di un premio Nobel. Perché un premio Nobel può scegliere le rane per dare voce a uno dei temi che spaccano il cuore del suo Paese. È così che Mo Yan, lo scrittore che l’anno scorso ha regalato alla Cina un riconoscimento d’importanza epocale, è sceso nel pantano avvelenato e doloroso della politica del figlio unico. E ha affrontato la contraddizione fra la gioia del mettere al mondo un figlio e l’obbrobrio degli aborti forzati, pratica che tuttora sopravvive là dove la solerzia criminale dei funzionari locali ha la meglio sulle direttive più moderate emanate a Pechino.

Marco Del Corona e Paolo Salom, «Corriere della Sera»
 
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Mo Yan è un mostro. Ha divorato tutto: il romanzo occidentale, la tradizione cinese, il teatro popolare, l'opera buffa...Per altri scrittori potrebbe essere un rischio, ma non per lui: l'Accademia svedese non si è sbagliata a premiarlo.

«Le Nouvel Observateur»
 
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Wan Xin ha fatto nascere migliaia di bambini: tutte le donne che hanno partorito negli ultimi cinquant’anni nella regione di Gaomi, l’hanno fatto con lei.
Venerata come abile custode dei misteri della vita, Wan Xin diventa membro del Partito comunista cinese nel 1955. Dieci anni dopo, il Partito le chiede di mettere il suo talento al servizio del Governo, e lei - per coerenza, per fedeltà, per debolezza forse - accetta: con il programma di controllo delle nascite, Wan Xin si trasforma, da colei che conduce alla vita, in colei che la vita la interrompe.
Da eroica dea della fertilità a boia inesorabile di migliaia di bambini non nati, si dedica a questa nuova mansione con lo stesso zelo che metteva nell’accogliere i primi vagiti dei neonati di Gaomi, e non smette neppure quando il «programma» diventa violenza disumana e indiscriminata.
Sarà il gracidare delle rane, in una notte spaventosa e rivelatoria di molti anni dopo, a farla vacillare: quando la stretta del regime si allenta Wan Xin vede crollare gli ideali con cui, per decenni, aveva messo a tacere la propria coscienza. Ed è costretta a fare i conti con le proprie colpe.

A raccontarci la storia di Wan Xin è suo nipote Wan Zu – meglio conosciuto come Girino. Affacciatosi al mondo con un piede, anziché con la testa, Wan Zu è vivo solo grazie al talento della zia. E quel legame che si annoda nel momento della sua nascita sembra destinato a segnare la sua vita intera...
 
Con Le rane Mo Yan, Premio Nobel per la Letteratura 2012, affronta – forse per la prima volta nella storia della letteratura cinese - la questione dolente e controversa della politica demografica portata avanti dal regime, e lo fa costruendo un personaggio memorabile, una donna la cui vita è insieme epica e tragedia.
Lo spunto è autobiografico: come Girino, Mo Yan ha avuto una zia che ha lavorato da ginecologa e ostetrica. «Tutti i miei romanzi, se mi guardo alle spalle, sono stati ispirati da determinate figure, da persone realmente esistite, - ha detto Mo Yan in un’intervista. - Persone di per sé particolarmente ricche, dal carattere estremamente complesso, che hanno vissuto esperienze affascinanti [...].Una persona come la mia vera zia, in grado di far passare per le sue mani diecimila bambini, dandogli il benvenuto al mondo, una persona come lei di per sé è già un libro ricchissimo. Scrivere di un chirurgo come lei significa naturalmente ripercorrere la storia delle nascite a partire dagli anni Sessanta, in particolare toccare le alterne vicende legate al controllo delle nascite. Tutto questo mia zia lo ha vissuto in prima persona. Contemporaneamente ha compiuto anche molti interventi di aborto. Ho semplicemente percepito che questa persona, una volta raggiunta la vecchiaia, deve aver provato senza dubbio molti dolori e molte contraddizioni».

Contraddizioni che Mo Yan mette in scena attraverso una complessa e perfetta struttura narrativa e un sovrapporsi raffinato di sottotrame, punti di vista, confessioni e omissioni. Il risultato è un romanzo densissimo e sofferto, che ha richiesto molti anni di lavoro e che rappresenta – ha confessato l’autore – anche una personalissima espiazione: lui stesso, senza la pianificazione delle nascite, sarebbe padre di due o tre figli.

Ma avverte: «Anche se io scrivo partendo da vicende mie personali in realtà racconto una generazione. Ho sempre pensato che la buona letteratura dovrebbe permettere al lettore di ritrovare se stesso nelle pagine che scorre, dovrebbe suscitare emozioni condivise. La buona letteratura consente allo scrittore di raccontare il proprio mondo emozionale e di esperienze. Allo stesso tempo, rappresentando le storie e l’universo interiore delle persone comuni, è in grado di fondere universalità e particolarità. Può darsi che lo scrittore non se ne renda conto quando prende la penna in mano, ma è qualcosa che accade comunque. Da sé», ha spiegato al Corriere.

Quel che è certo è che Mo Yan – che ha appena dato alle stampe il suo nuovo libro in cui racconta del suo viaggio a Stoccolma per il conferimento del Premio Nobel – si conferma portatore di uno sguardo complesso e obliquo sul suo Paese, capace di rompere un tabù dolorosissimo che ne ha segnato irrimediabilmente la storia.

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