sabato 18 maggio 2013

Le rane di Mo Yan - Recensione


Einaudi, 386 pagine, 20 euro


In cinese il suo pseudonimo significa “colui che tace”, espressione piuttosto strana se si pensa che Mo Yan è un autore particolarmente prolisso. La sua opera a tratti delirante usa in modo assai malizioso registri molteplici – la fiaba popolata da animali, il fantastico, la pantomima ubuesca, la satira mascherata da commedia – per affrontare il sesso e il potere, i due grandi tabù del suo paese, dove i suoi libri tuttavia non sono censurati.
Se il narratore di Le rane si chiama Girino, è senza dubbio perché il paese di cui fa la crudele caricatura somiglia a una palude. L’autore ci trascina in essa attaccandosi a un argomento molto doloroso della storia cinese: la politica della natalità, che ha costretto le donne alle peggiori umiliazioni, quando dovevano obbedire agli ordini di Pechino per sapere se gli era permesso avere dei bambini. Attraverso il ritratto della zia del narratore – un’“ostetrica titolare” del cantone di Gaomi – Mo Yan fa sfilare mezzo secolo di dittatura, dall’instaurazione della pianificazione familiare capillare alle campagne di aborto orchestrate da un regime che controllava tutto, anche la sessualità.

André Clavel, L’Express

Internazionale, numero 999, 10 maggio 2013

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