lunedì 4 marzo 2013

A sud del confine, a ovest del sole - La recensione

di Fabio Conte

A sud del confine, a ovest del sole di Murakami Haruki narra la storia di Hajime e Shimamoto, rispettivamente uomo e donna, dapprima adolescenti che frequentano gli stessi banchi di scuola per poi dividersi le proprie strade e rincontrarsi a distanza di anni. Hajime sembra sentirsi a disagio alcune volte di fronte a Shimamoto che invece è una ragazza attenta e più sveglia di lui; conserva in parte questa caratteristica anche da adulto. A differenza di Shimamoto che ha un ruolo più misterioso tanto che non si intuisce facilmente che vita abbia, Hajime gestisce due jazz bar a Tokyo, ottenuti grazie alla ottime risorse economiche del suocero. Il ragazzo colse la palla al balzo sposandosi a trent’anni una donna meravigliosa e ricca. Hajime è la tipica dimostrazione dell’essere umano che non prende sul serio la vita forse per le troppe volte che è riuscito a farla franca, ma ha un grande nemico che si trascina sulla propria schiena: l’illusione.

Più volte nel corso della narrazione mi sono domandato se Shimamoto non avesse capito la debolezza del suo amico per approfittarsene in parte. Romanzo scorrevole che tiene incollato il lettore soprattutto nella seconda parte, A sud del confine, a ovest del sole fa precipitare nell’abisso tipico e indiscusso di Murakami. L’elemento onnipresente in quasi tutti i libri di Murakami è la musica jazz, come se fosse un ingrediente indispensabile che dà quel tocco di classe per la buona riuscita di una ricetta narrativa. Pubblicato da Einaudi nel 2013, il nuovo romanzo di Murakami Haruki è delicato e infinitamente reale: a volte il destino si prende gioco di noi, ci avvicina e ci allontana con tanta rapidità da non darci il tempo di ottenere le giuste risposte, ma solo confronti. Non ho potuto fare a meno di notare la fragilità e la paura nell’affrontare alcune tematiche della vita trasmesse nella lettura (sembrerebbe la descrizione di un periodo difficile dell’autore stesso).
“Leggere è in parte anche guardarsi allo specchio”.
Credo sia uno dei concetti che Murakami vuole trasmetterci in questo romanzo. Se da una parte ci viene voglia di cedere alla provocazione e "sputare" sentenze sulla vita di Hajine, dall’altra sentiamo un freno inibitore che ci colloca in un punto riflessivo con noi stessi, rimanendo intrappolati nella fitta ragnatela dell’autore e finendo inesorabilmente per confrontare la propria esistenza con quella di Hajine.

(pubblicata su sololibri.net)

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