sabato 19 gennaio 2013

Quando l’imperatore era un dio, di Julie Otsuka


Il romanzo della settimana per la rivista Internazionale

Mentre vivono in un campo di internamento per giapponesi nello Utah, i componenti della famiglia protagonista del primo romanzo di Julie Otsuka sognano il momento in cui la guerra finirà e loro potranno tornare a casa. “Sì, avremo di nuovo il mondo nelle nostre mani: giorni assolati, cieli azzurri, il verde infinito dei prati, bicchieri ghiacciati di limonata, biciclette che slittano sul ghiaino, piccoli cani bianchi con il naso schiacciato a terra tenuti a guinzaglio lento”. È da questo mondo di piaceri ordinari che la famiglia senza nome si sente esiliata, ed è la precisa ma poetica evocazione del quotidiano che conferisce a questo esile romanzo un potere ipnotico.



Ogni capitolo è narrato da un componente di questa famiglia che nel 1942 è spedita, insieme a molti altri giapponesi della West coast, in un campo di concentramento chiamato Topaz, nel deserto dello Utah. Assistiamo alla partenza della famiglia da Berkeley, California, dal punto di vista della madre. Il lungo viaggio attraverso il deserto è visto con gli occhi della figlia di undici anni, mentre percepiamo gli anni trascorsi nel campo dalla prospettiva del figlio di otto. Un altro capitolo, in cui la voce narrante è un corale “noi”, guarda retrospettivamente al ritorno a casa dopo tre anni e cinque mesi passati a Topaz. Il capitolo finale, il meno riuscito, è invece raccontato attraverso le parole del padre, che è stato arrestato poco prima dell’internamento e mandato in un campo di detenzione per “nemici stranieri” in New Mexico.

Rifiutando di dare un nome a queste persone – sono “la donna”, “la ragazza”, “il bambino” – Otsuka vuole renderle rappresentative, ma riesce a compensare questa strategia narrativa fredda e cervellotica radicando le loro storie in una miriade di minuziosi ricordi individuali. Le dure condizioni a cui questi giapponesi americani furono sottoposti nel corso di quegli anni emergono obliquamente. Gli squarci sulla depressione e sui disturbi sofferti dagli internati, gli affronti subiti dopo il ritorno a casa, le vite spezzate e i sogni infranti: tutto è più potente perché raccontato senza enfasi, come se fosse la normale realtà quotidiana di una storia di famiglia.

Michiko Kakutani, The New York Times

Internazionale, numero 983, 18 gennaio 2013

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