lunedì 23 luglio 2012

L'incipit di Moshi moshi (Banana Yoshimoto)

Un regista ormai scomparso e che amavo molto, Ichikawa Jun, ha girato un film dal titolo Zawa zawa Shimokitazawa.
È un film che ho guardato non so quante volte a casa dei miei, sola e a notte fonda, quando cercavo il coraggio per trasferirmi a Shimokitazawa. Volevo che il mio corpo assorbisse Shimokitazawa: solo allora mi sarei sentita sicura.
Nel film c’è una scena in cui la pianista Fuzjko Hemming parla di quel quartiere. Il suo racconto comincia nel momento in cui la si vede camminare e fare spese al mercato di fronte alla stazione.
“Se alcune volte l’aspetto caotico di questo quartiere, costruito senza alcun criterio, al solo fine di guadagnare spazio, appare gradevole, è forse perché di fatto ricorda la parte bella dell’inconscio delle persone, la loro disordinata scompostezza.
Un po’ come quando gli uccelli mangiano i fiori, o un gatto salta dall’alto verso il basso con un movimento perfetto. Partiamo sempre dal torbido, quando cominciamo qualcosa di nuovo. Poi però arriva il momento in cui tutto inizia a scorrere limpido, e in tranquillità prende a seguire il suo corso naturale.”
Quando vidi quella scena per la prima volta ne fui toccata, pensai che avesse ragione, e mi scese una lacrima. Da allora l’ho rivista molte altre volte, l’ho imparata a memoria e ho raccolto tutto il coraggio di cui avevo bisogno.
Quindi è questo il senso di pace che si prova quando qualcuno dice con chiarezza ciò che avevamo capito solo vagamente? pensai.
Il peso enorme degli avvenimenti che sino ad allora aveva vissuto Fuzjko... grazie a loro le sue belle parole assumevano, nelle immagini filmate, un significato così intenso, riuscivano a scuotere l’animo delle persone, a infondere coraggio, ad aiutarle a restare in piedi.
Desiderai fortemente poter fare lo stesso, in modo diverso. Volevo esercitare quella splendida magia a vantaggio di qualcuno che non fossi io.
Nella notte, mentre pensavo a queste cose, il cuore si alleggeriva e riuscivo finalmente a respirare a fondo. Probabilmente fu proprio quello, alla fine, a sostenermi.
Lo stato di prostrazione che seguì la perdita di mio padre non fu per niente violento. Il dolore che provavo somigliava a un pugno che il mio corpo riceveva lentamente. Ogni volta mi accorgevo che penetrava un po’ più a fondo e cercavo in qualche modo di rialzare la testa. […]

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