martedì 10 luglio 2012

La “tribù dei topi” di Pechino


La vita sommersa nel mondo sotterraneo di Pechino: piccole tane, anche tre o quattro piani sotto terra, per le “Rat Tribes” nella metropoli. Ecco come vivono i migranti rurali e gli operai con basso salario che non possono pagare l’affitto di una stanza in superficie. Una vita senza tempo. Dove notte e giorno si alternano senza soluzione di continuità





UNA SERA come tante in città, la bruma crepuscolare color della malva riveste di buio le strade e i palazzi nei quartieri-dormitorio della periferia. Davanti a un condominio nella zona ovest di Pechino, d’improvviso un uomo rompe la simmetria della lunga marcia degli operai di ritorno nelle proprie abitazioni dopo una giornata di fatiche e lavoro. Anziché dirigersi verso l’entrata principale del grande palazzine dove rincasavano alcuni, imbocca un vicolo e varca l’ingresso di un ostello seminterrato.

“Povero me, anche oggi ho fatto tardi!”, racconta l’uomo guardando preoccupato l’orologio al polso. Senza riflettere si addentra in un cunicolo labirintico senza fondo e dalle pareti nude, illuminato da due o più lanterne cieche. Poi salta giù per una galleria snodata in una rampa di scale elicoidale e scende per uno, due, tre piani sotto la superficie per raggiungere la sua tana.
No, non è il protagonista di un film di fantasia e neppure l’interprete del Bianconiglio in una ipotetica rivisitazione cinese del celebre Paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Il suo nome è Wu Ying, ha 50 anni ed è un meccanico, e ogni sera precipita in quell’abisso sotterraneo di tunnel intrecciati per dormire nella sua camera di appena 12 metri quadrati che ha in affitto per 650 yuan al mese.
È un membro della “tribù dei topi”, così come viene chiamato in città in modo sprezzante il manipolo dei lavoratori con basso salario. Sono operai, cuochi, parrucchieri, camerieri, che supportano il settore dei servizi di Pechino senza però riuscire mai a sbarcare il lunario. Dieci, alle volte anche dodici ore di lavoro continuo remunerate pochissimo, tanto da costringerli al confine della clandestinità.


Con la bolla speculativa immobilare i prezzi delle abitazioni si sono impennati vertiginosamente e un terzo della popolazione è composto da “low-wage workers”. Di questi una considerevole minoranza della capitale cinese abita “sottoterra”. E ha dovuto abituarsi all’idea di sentire come propria “casa” un fazzoletto di cemento ammuffito ricavato tra i rifugi antiaerei, costruiti negli anni Sessanta e Settanta, e nei circa 6 mila tra rifugi antiaerei e cantine che formano il mondo sotterraneo di Pechino.
Una giovane estetista, Zhuang Qiuli, entrata da qualche anno ormai nella tribù, sente il bisogno di spiegare che “non c’è differenza tra noi e le persone che vivono sopra di noi nel condominio signorile. Indossiamo gli stessi vestiti e abbiamo le stesse acconciature. L’unica differenza è che noi non possiamo vedere il sole. Ma nel giro di pochi anni, quando avrò messo da parte i soldi, anch’io andrò a vivere al piano di sopra.”
Le gru che volteggiano senza pausa, notte e giorno, sono indicatori incontrovertibili della rapida e progressiva evoluzione urbanistica della città. In superficie. Tuttavia, in pochi sanno che un terzo del sottosuolo di Pechino è composto dalle “case” delle rat tribes. Pechino è una città-specchio, una città dal volto doppio.
Sim Chi Yin, una fotografa freelance, è piombata in quel Paese del nonsenso sotterraneo e ha immortalato alcuni frammenti della quotidianità della “tribù dei topi”, testimoniando le difficoltà di una vita senza luce, trascorsa tra le mura imputridite di cemento e fili di acciaio.
Racconta che i “topi di Pechino” pagano affitti mensili oscillanti dai 300 a 700 yuan (da 50 a 110 dollari) per le camere partizionate di sette o otto metri quadrati. A volte, se lo spazio è più ampio, vi è l’aggiunta fortunata di un armadio, oltre al solo letto singolo. Spesso cinquanta e anche cento abitanti condividono un unico bagno.


Le note ufficiali dei funzionari sottolineano che quei nidi di cemento sotto terra “non sono sicuri, sono sporchi e caotici, andrebbero sgomberati”. Cucinare è tendenzialmente proibito nella Pechino sotterranea, eppure la lunga muraglia cinese del sottosuolo, umida e verdastra, sembra trasudare gli odori della cucina tradizionale: cavoli e tofu cotti al vapore, carne in agrodolce, fritture di pasta e verdure miste saltate.
Lungo le pareti delle gallerie sono stati posti alcuni cartelli segnaletici per ammonire i sotto-abitanti di stare attenti alle coperte elettriche e all’utilizzo del gas. La probabilità di rischio per avvelenamenti, intossicazioni dell’aria e incendi è altissima, e la città nascosta sotterranea è una trappola mortale.
Secondo un’inchiesta di Global Times nei prossimi cinque anni sarà vietata la permanenza nei rifugi. “Se il governo ci dice di andare, dobbiamo andare”, assicurano quanti della tribù vivono in quel limbo invisibile dai primi anni Novanta.


Ma la strategia del governo di Pechino non è del tutto chiara. Dal 2004 il regime di accesso e affitto dei sotterranei è stato liberalizzato per agevolare la locazione dei milioni di migranti rurali giunti dalle remote province cinesi, pronti a cavalcare l’onda dell’industrializzazione e del nuovo miracolo economico della Cina.
Nella stanza-casa di Wu l’aria è lanosa, una piccola finestrella si affaccia in un corridoio chiuso, mentre la luce intermittente dei neon rischiara il buio cavernoso con fasci luminescenti psichedelici. L’uomo siede sul bordo del letto, guarda ancora una volta il suo orologio e spegne la luce artificiale.
“Povero me, anche oggi ho fatto tardi!”, bofonchia tra sè abbandonandosi al sonno della notte, pesante e calmo. Spera di precipitare in quell’altro mondo, quello a cielo aperto, con il sole diverso da una lampada fosforescente a incandescenza, dove il più profondo è la superficie.

di M. Dolores Cabras 

The Post Internazionale

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