lunedì 4 giugno 2012

Quello che le donne cinesi non dicono

di Marco Del Corona
da La Lettura (Corriere della Sera) 03/06/2012

Lo scrittore Su Tong: nelle campagne la condizione femminile resta molto pesante e in politica ci sono solo «quote rosa» per mascherare la discriminazione sessuale

La Cina non è femmina. La Cina è maschio, e tale resterà. «Lungo la costa orientale, nel Sud, nelle aree sviluppate, le donne non sono poi così diverse da quelle occidentali. Ma nell’entroterra profondo le cinesi restano le macchine da parto che sono sempre state». Legge del figlio unico o meno, deroghe incluse (e ce ne sono parecchie), nulla è cambiato.
«L’antropologia femminile rispecchia la geografia della Cina». Su Tong ha saputo costruirsi la fama di autore capace di insinuare la propria scrittura nell’animo delle donne, accreditandosi come narratore «femminile». Cipria, Vite di donne e soprattutto Mogli e concubine, trasformato in un film gelido e feroce da un magistrale Zhang Yimou che oggi non è più così esatto, hanno una cifra che tuttavia non appanna lo sguardo di Su. La seconda economia del mondo continua a restare un Paese per uomini: «È impensabile — dice alla “Lettura” — una leader femminile, in Cina. In Germania c’è Angela Merkel, in Brasile Dilma Rousseff. Da noi le donne sono soltanto una quota. Niente illusioni».
Non sarà al prossimo cambio di leadership e neppure al giro dopo che la Cina avvierà la sua rivoluzione di genere. «Non riesco a immaginare quando possa emergere una donna che segni una svolta». In vista del prossimo Politburo è stato fatto il nome di Liu Yandong, la donna più alta in grado nella gerarchia comunista, di cui qualcuno ipotizza l’ingresso nel comitato permanente. «Anche lei è una quota rosa. Nelle città, fra sette o otto vicesindaci c’è sempre una donna messa lì per non dare l’impressione che la discriminazione sessuale esista. Ma sulla scena della politica non siamo in grado di capire chi valga: mancano gli strumenti per farsi un’idea in questo campo. Non sappiamo giudicare il merito delle donne in politica, mentre invece ormai con cantanti e attrici siamo capaci. Ci vorrà tempo».

Su Tong, 48 anni e una figlia a Toronto, tiene la politica a distanza. La sua casa lo conferma: una villa in un compound costosissimo alla periferia di Nanchino, tutto vialetti in saliscendi, praticelli ben tosati e piante neanche fossero curate da acconciatori, una specie di sobborgo borghese statunitense ricreato in vitro. Su segue il tennis, «uno sport più lento rispetto al calcio», ma amava il football al punto da ricordare una spedizione «a San Siro con i miei amici scrittori Mo Yan, Yu Hua e Wang Shuo a vedere un Milan-Atalanta. Era il 1999».

Non lo scuote neppure la storia di Gu Kailai, moglie dell’alto dirigente comunista Bo Xilai caduto in disgrazia, accusata di aver fatto uccidere un businessman britannico molto intimo. «La storia è piena di donne rovinate. Di Bovary e affini. Ma gli scrittori hanno bisogno di metabolizzare le vicende della politica. Questa di Gu non è una vicenda su cui io scriverò. Lavoro a storie che solo io posso scrivere. E qui non è così. Però è un gran film. Mi colpisce che i cinesi ignorino la vita privata dei politici. Non sanno giudicarli. Bisogna essere capaci di filtrare le informazioni, di interpretarle. Non mi interessano i funzionari né sono invidioso di chi sta al potere: sono invidioso di chi scrive meglio di me. Naturalmente non è che si possa starsene completamente fuori, dalla politica. Ma qual è il tuo diritto di commentare? Il vantaggio di stare a Nanchino è che è lontana sia da Pechino, quindi dalla politica, sia da Shanghai, quindi dal materialismo. Una vita distaccata. Il mio piccolo mondo».

Su Tong non è iscritto al Partito comunista, «e nemmeno a uno degli otto partiti democratici»; è vicepresidente dell’Associazione degli scrittori. A che serve? «A nulla». La moglie corregge sorridendo: «Falso. Paga uno stipendio, fornisce la copertura sanitaria, qualche volta ci dà un autista». In autunno il Partito comunista rinnoverà la leadership. «Ogni tot di anni c’è un congresso. Una ripetizione. Il futuro? Non sono né ottimista né pessimista. I cinesi hanno una gran capacità di sopportare, chiedono pochissimo ai governanti. Una casa, un lavoro, un’auto. Vola l’economia, immobile la politica. Ma l’Occidente dev’essere paziente come siamo pazienti noi. Io stesso lo sono». Ubbidiente, si definiva in una nota autobiografica di vent’anni fa: «Lo sono ancora». Censurato? «Solo per una scena di sesso che poi hanno tolto da Riso».
Un autore cresciuto abbeverandosi al Sogno della camera rossa, al Jing Ping Mei, ai classici cinesi, ma conoscitore anche di Tolstoj e Flaubert, Kafka e Faulkner, e del nostro Italo Calvino, si stupisce di come accada in Cina «una cosa bizzarra» (dice così). «Tanti buoni libri hanno saputo descrivere i cambiamenti nelle campagne. Ma una visione d’insieme delle città non esiste. Molto strano. Manca un affresco sociale alla Guerra e pace della Cina urbana contemporanea, una Commedia umana alla Balzac. Vorrei provarci io, collegando i destini dei personaggi ai cambiamenti del Paese. Come nel libro che completerò in estate. Si svolge dalla fine degli anni Ottanta al 2000: tre personaggi legati da uno stupro, la ragazza vittima, il colpevole che vive libero e impunito, un innocente chiuso in galera per dieci anni, che uscendo trova una Cina trasformata. Diviso in tre parti, racconta la storia da tre punti di vista».

Freddo con la tecnologia («non che non mi piaccia, ma non capisco perché la gente impazzisca per Weibo», il Twitter cinese), a Su non restano che le donne. Che, nei suoi libri, sono capaci di ogni efferatezza: «Non mi era mai piaciuto come le donne venivano descritte nei libri. Prevalevano i protagonisti maschili perché gli scrittori ignoravano come fossero le donne. Io cerco di scoprire le loro debolezze perché le considero persone maiuscole, e per dare alle donne l’uguaglianza che spetta loro, parto dal contrario, dai difetti, dalle debolezze. Ne hanno come gli uomini. E sotto la mia penna sono tutti uguali».
Traduzione di Emanuela Guercetti

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