lunedì 30 aprile 2012

Far East Film Festival 2012: il film vincitore

Cala il sipario, anche quest'anno, sul Far East Film Festival, l'annuale manifestazione dedicata al cinema orientale svoltasi nella storica sede del Teatro Nuovo di Udine. Un'edizione, la quattordicesima, che ha visto trionfare il dramma sudcoreano Silenced, durissimo racconto, ispirato a fatti reali, delle violenze subite dai piccoli ospiti di una scuola per sordomuti. Il film di Hwang Dong Hyeuk, grande successo in patria, ha conquistato ben due dei tre premi assegnati annualmente, come da tradizione, dal pubblico del festival friulano: l'Audience Award, frutto del complesso dei voti del pubblico della manifestazione, e il Black Dragon Audience Award, assegnato da quegli spettatori che hanno optato per l'accredito speciale denominato, appunto, Black Dragon.


Titolo originale: Dokani
Regia: Hwang Dong-Hyuk
Cast: Gong Yoo, Jung Yu-Mi, Kim Hyun-Soo, Jung In-Seo, Baek Seung-Hwan, Kim Ji-Young
Tratto: dal romanzo "Dokani" di Kong Ji-Young
Nazione: Corea del sud
Anno: 2011
Durata: 125 minuti

TRAMA
Kang In-ho è un giovane insegnante d’arte che da Seoul si sposta a lavorare in una scuola per bambini con deficit dell’udito nella cittadina di Mujin. Dopo qualche tempo si accorge di alcuni casi di abuso ai danni dei bambini. Dapprima incredulo, decide di coinvolgere una giovane attivista per i diritti umani e con lei provare a indagare. Quello che scoprirà sarà solo l’inizio di una terribile battaglia per la verità.

RECENSIONE
Kang In-ho è una brava persona. Il lavoro lo porta in una sperduta scuola per disabili nella città di Mujin. Un giorno gli sembra di udire le urla di una ragazzina e da allora non riesce a darsi pace. In seguito scopre segni di percosse su alcuni bambini e vede un collega picchiare uno degli allievi. Cercando di fare luce scopre poi una sovrintendente che aggredisce una delle bambine, lui decide di portarla in ospedale e là, insieme a Yoo Jin, un’attivista per i diritti umani, riesce a farla parlare.
La bambina racconta una terribile storia di violenza e di abusi in cui sono coinvolti il preside e alcuni insegnanti. A Kang In-ho non resta altro da fare che denunciare i fatti. Ma la polizia è insensibile ai discorsi dei due che, messi alle strette, accettano di portare i bambini in televisione.
Tratto da una storia vera avvenuta in Corea nel 2005 a seguito della quale fu modificata la normativa vigente in tema di violenza sessuale sui minori, Silenced non fa nessuno sconto allo spettatore e mette direttamente l’attenzione sugli abusi perpetrati da chi si era assunto il compito di aiutare bambini isolati dal deficit, in una nazione già di per sé generalmente poco attenta al benessere delle fasce più deboli della popolazione.
Nessuno esce bene dall’impietosa analisi portata alla luce da questa storia: insegnanti, poliziotti, religiosi, familiari sono tutti, sia pure in misura diversa, colpevoli di aver taciuto, quanto non apertamente commesso, i gravissimi abusi ai danni di bambini incapaci di difendersi.
Il film si divide nettamente in due parti, nella prima assistiamo con sgomento alle violenze commesse sui bambini e alla loro scoperta da parte del giovane Kang e nella seconda parte al processo/farsa intentato per placare l’opinione pubblica sconvolta dalla messa in onda delle testimonianze dei bambini.
Il senso di scoramento, dato anche dalla consapevolezza di assistere a fatti realmente accaduti, è totale. La straordinaria performance dei bambini convince lo spettatore senza nessuno sforzo, mentre il contrasto tra il candore dell’attivista Yoo Jin e la disillusione del professor Kang fa da perfetto contraltare alla meschinità di tutta la cittadina che si unisce come un sol uomo nella difesa dei “pilastri della comunità”, uomini in vista, profondamente religiosi e molto potenti che, seppur riconosciuti colpevoli, non pagheranno mai per quello che hanno commesso.
La regia sobria sottolinea con onestà anche i passaggi più pesanti di una storia destinata a far riflettere. Risulta francamente insostenibile, in casi come questi, la bizzarra pratica di concedere il perdono ai malfattori, al fine di alleviarne la pena in senso giuridico, in uso in Corea e caldeggiata dalla comunità cristiana, inizialmente pensata nel tentativo di arginare il problema della pena di morte. Se è pur vero che è cristiano porgere l’altra guancia, questo non dovrebbe mai interferire con l’applicazione della legge che, in ogni caso, prevede pene per tutti i reati, indipendentemente dalla predisposizione al perdono da parte delle vittime o dei loro familiari.
Voto: 6,5
(Anna Maria Pelella)


Nessun commento:

Posta un commento