domenica 25 marzo 2012

Intervista esclusiva a Tsukamoto Shinya

Scritto da Anna Maria Pelella  

Asian Film Festival decima edizione
Intervista esclusiva a Tsukamoto Shinya

La retrospettiva di questa decima edizione dell’Asian Film Festival è stata dedicata a Shinya Tsukamoto, uno dei più importanti registi contemporanei, che in questa occasione è stato insignito di un Premio alla carriera.
Autore di numerosi capolavori, che spesso hanno goduto dell’attenzione internazionale all’interno dei  festival più importanti,Tsukamoto esplora con acume e coraggio il rapporto corpo-tecnologia, come nella trilogia di Tetsuo, le profondità della psiche umana, come in Vital e Gemini, l'erotismo conturbante, come in A Snake of June, o il concetto stesso di realtà, come nei due Nightmare Detective. Alla presenza del regista è stato presentato anche l'ultima sua fatica Kotoko.


Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il regista di cui proponiamo l’intervista


D: In Vital l’elemento ricorrente è il mare, in A Snake of June c’è la pioggia, in Kotoko sono presenti entrambi, come mai c’è questo ricorrere di un elemento in maniera così evidente?

R: il mare è l’elemento da cui tutti veniamo e io ho inteso sottolineare il carattere primordiale delle esperienze occorse ai protagonisti

D: l’altro elemento è quello della danza connesso direttamente alla pioggia, c’è un significato nella sua scelta?

R: una donna che danza, sotto la pioggia per di più, rappresenta la bellezza della natura, non c’è nulla di più piacevole da ammirare

D: anche in Nightmare detective, c’è la pioggia…

R: in Nigthmare?

D: Akumu Tantei…

R: (ride) ah…ma no quella era una grondaia che lasciava cadere l’acqua su di lei…

D: In Vital Hiroshi non ricorda e parte dal corpo per ritrovare la memoria, in Kotoko lei usa il dolore per sentire di essere viva, c’è un elemento comune tra i due o è solo casuale che in entrambi il corpo funga da tramite per la consapevolezza?

R: in effetti sono due aspetti dello stesso processo, non c’è contrapposizione, sono due persone che hanno bisogno di un tramite per trovare qualcosa che hanno perso

D: quanto di quello che vediamo in Kotoko è reale e quanto frutto della mente di lei?

R: Kotoko ha subito una violenza, per cui il suo problema è quello di uscire dal dualismo che le contrappone l’esperienza del male a ogni esperienza che potrebbe portarle qualcosa, quindi lei scinde in due tutto quello che incontra e molto è nella sua mente, come un meccanismo di difesa

D: scindere è quindi il suo modo di mantenere il contatto con la realtà?

R:
l’unica sua esperienza è stata di violenza, lei deve quindi conservare qualcosa separandolo da quello che ricorre nella sua esperienza: il dolore

D: curiosamente il dolore è anche il suo meccanismo di consapevolezza…

R: si, c’è una sovrapposizione, ma lei non ha altro modo per salvare qualcosa, poi il male prende il sopravvento e lei si perde…

D: tutte queste espressioni sono indice di un demone interiore o vengono da fuori?

R: nei film americani il demone viene sempre attaccato e muore, in questa mia visione invece c’è una comunione con il demone, che viene dall’interno e per questo coesiste con l’esperienza dei protagonisti

D: la paura di porsi in relazione con gli altri di Kotoko è un elemento ricorrente nel suo cinema, è qualcosa che le appartiene?

R:
si, io ho sempre la sensazione che ci sia qualcosa di cattivo che potrebbe turbare la mia serenità, per natura sono una persona serena, ma ho sempre la sensazione che potrebbe finire da un momento all’altro
con una semplice intromissione dall’esterno

D: una specie di stalker emozionale?

R:
si potrebbe dire così, o meglio che si tratta di un’altra parte di me che viene fuori quando sono rilassato

D: il suo rapporto con questo demone interiore è cambiato nel tempo o è sempre presente?

R: no, è sempre lo stesso, uso solo modi diversi per raccontarlo (ride)

D: qual è il suo incubo peggiore?

R: sono inseguito, nel buio e non vedo chi mi segue, ho paura ma nello stesso tempo provo piacere, come quando trattieni a lungo e poi lasci andare la vescica (ride)

D: una liberazione dalla tensione, insomma

R: si, come fosse una cosa fisiologica

D: è esatto dire allora che lei queste contrapposizioni le porta dentro e le espone allo sguardo per liberarsene?

R: non me ne libero, ma le metto fuori e poi tornano a perseguitarmi (sorride)

D: lo spazio nei suoi film è sempre soffocante, come mai?

R: la vita serena è solo un’apparenza, io ammonisco con le ombre che rappresento, a stare sempre in guardia e a stare attenti all’illusione della serenità

D: qual è il film che le ha fatto più paura?

R:
Ringu, in Europa però, mi ha detto Gaspar Noè, che non ha fatto poi tanta paura…

D: bè non tutti la pensano così, molti hanno ritenuto che l’originale Ringu fosse molto più ansiogeno del remake americano…lei quali registi ritiene che lei siano stati di ispirazione?

R: Kurosawa Akira, Imamura Shohei, Takeshi Kitano

D: Ozu?
R: no, da noi o ti piace Kurosawa o ami Ozu (sorride)

D: e registi europei?

R: Fellini, e Dario Argento

D: come giudica il J-horror?

R:
è stato molto importante, e credo sia ancora fonte di influenze e contaminazioni

D: c’è censura sui contenuti di un’opera da voi in Giappone?

R:
al cinema no, assolutamente, ma in televisione si, perché la guardano i bambini e si sta molto attenti a quel che si mostra

D: in Marebito lei è un videoamatore, è un caso o lei intende sottolineare che il regista vede più degli altri?

R: (ride) non era un mio film, è solo un caso che avessi la videocamera…

D: cose le piacerebbe girare adesso se ne avesse l’opportunità?

R: mi piacerebbe una cosa di animazione erotica, costa poco e se poi va bene posso farne una serie (sorride)

D: ha dei progetti al momento?

R: no, non ho finanziamenti, al momento mi limito a pensare…(sorride)

L'ultimo film di Tsukamoto Shinya: KOTOKO


Titolo originale: Kotoko
Giappone: 2011. Regia di: Tsukamoto Shin’ya Genere: Horror Durata: 91'
Interpreti: Cocco (Kotoko), Tsukamoto Shin’ya (Tanaka)
Nelle sale dal: Anteprima Nazionale Asian Film Festival
Voto: 7
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Tagliuzzato

“non lo faccio per morire
ma per sentire di essere viva”

Kotoko è una madre single che, con grossa difficoltà, cerca di allevare il suo bambino, Daijirō. Ma quando gli assistenti sociali la sospettano di abusare del figlio, il piccolo viene affidato a sua sorella. Kotoko inizia quindi una complicata relazione con Tanaka, uno scrittore famoso, che la segue per strada e le entra in casa per invitarla a uscire.
Quando la relazione sembra finalmente darle una certa stabilità, le verrà consentito di tenere di nuovo con sé Daijirō. Ma questo sarà solo l’inizio della parabola che finirà per compromettere del tutto l’equilibrio faticosamente guadagnato dalla donna.

Kotoko ha subito una violenza. Il figlio che lei cerca di crescere con grosse difficoltà è frutto di quel che le è accaduto, e la sua posizione nei confronti del bambino è di grossa ambivalenza. Se da una parte lei teme continuamente per la sua salute, dall’altra le sue fantasie sono incentrate sulla fragilità di quel piccolo essere che dipende totalmente da lei.
La sua inadeguatezza viene notata e il bimbo viene affidato a sua sorella.
Tanaka è uno scrittore famoso. Un giorno vede questa donna che oscilla pericolosamente sul cornicione di un palazzo e la avvicina, preoccupato. Ma Kotoko vede doppio e due uomini sembrano avvicinarsi a lei, uno le sorride, mentre l’altro la aggredisce.

Kotoko ha in sé tutti gli stilemi dell’arte più pura che Tsukamoto ha proposto sin dall’inizio ai suoi spettatori: il più evidente dei quali quello del corpo come territorio di conflitto. In questo caso un corpo violato dapprima, poi tagliuzzato, colpito e infine lasciato libero di esprimere ogni sentimento che non trova la via delle parole. Poi l’acqua, il mare come luogo di provenienza primordiale, che fa da cornice al suo nuovo lavoro. Un mare che sottolinea, con il suo placido incedere, la danza di una donna fragile e nel contempo eterea. Un mare che di colpo inghiotte e cancella ogni visuale.
Questo in apertura, a sottolineare una continuità con le tematiche care al regista, poi una pioggia ristoratrice e la stessa danza che concludono il tutto. In mezzo ancora una storia di dolore, di quelle che lasciano il segno e non solo metaforicamente.
A chi assisteva alla proiezione in sala il regista ha raccomandato di spostarsi dalle prime file perché “è un film forte” e come tale in effetti buca lo schermo. Kotoko in realtà non è soltanto un film, è piuttosto un’esperienza sensoriale. Viviamo lo sdoppiamento visuale della protagonista insieme a lei, rappresentazione questa più lampante della sua ambivalenza e della sua impossibilità di vivere nel mondo reale. Il tutto sottolineato da una colonna sonora devastante, a opera della stessa protagonista, che in più momenti canta creando i soli istanti di quiete in un universo continuamente in guerra.

Tanaka si innamora del suo canto e si sottomette alle sue paure. Ma questo non è che uno degli aspetti della storia. Altro è la continua riproposta di un ciclico infierire su un corpo sopravvissuto a discapito dell’equilibrio mentale. Un corpo che sanguina solo per provare a chi lo abita di essere ancora vivo. Infine la luce in fondo al tunnel è rappresentata da Daijirō, figlio di una violenza, ma non per questo meno amato. Il suo insistere nel perseguimento dei bisogni primari rappresenta la difficoltà a sopprimere la vita, anche quando la paura ne impedisce il corso normale.
Tutto questo è raccontato a sprazzi, per lo più sottolineando il senso di precarietà emotiva della protagonista, e le sue percezioni distorte, col semplice uso di una videocamera digitale. Le inquadrature oblique, movimentate dalla paura e dalla impossibilità a percepire di Kotoko fanno da sfondo a un contatto impossibile tra due solitudini.

Una Cocco in stato assoluto di grazia presta il suo volto e il suo potentissimo canto a Kotoko, mentre Tanaka, artefice di un cambiamento e per tanto regista dell’inizio dell’accettazione del sé della povera Kototo, è Tsukamoto stesso, che con il suo sguardo assai personale rende inquientanti tutti gli angoli in ombra di un claustrofobico palcoscenico, teatro per lo più di un conflitto irrisolvibile tra la vita, la inestinguibile spinta e restare nel mondo, e la paura che questo possa annullarci, soltanto con un attimo di disattenzione da parte nostra.
Kotoko è quindi una delle opere più compatte del regista giapponese e nello stesso momento più ottimiste.
Perché se è pur vero che Tanaka è passato come un’ombra nella vita di Kotoko, la sua eredità può solo essere quella di consentire alla donna di vedersi attravesro il suo canto, e per suo tramite guadagnarsi il diritto all’esistenza. 

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