mercoledì 22 febbraio 2012

Murakami parla coi gatti, Kirino ascolta il rancore

 Come spiegarsi il fatto che due donne agli antipodi per avvenenza e ingegno abbiano scelto di fare
le prostitute, andando incontro alla stessa fine violenta?



C’è un animale più giapponese del gatto? La silente eleganza, la ferina imperturbabilità, l’ambigua sensualità, l’agilità guerriera: tutte queste caratteristiche in una sola creatura non paiono forse il risultato di una perfetta unione tra una geisha e un samurai? Del resto, Soseki Natsume, il più grande scrittore giapponese del secolo scorso, maestro di Tanizaki, Kawabata e Mishima, esordì nel 1905 con Io sono un gatto dove dava voce a un felino filosofo, che all’alba del XX secolo osserva con distaccato scetticismo l’oscura follia aleggiante in un

paese che si sta occidentalizzando. Anche nel nuovo romanzo di Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia (Einaudi, trad. Giorgio Amitrano, pp. 522, euro 20) i gatti hanno un’importanza centrale. A dire il vero, questi animali dall’aria misteriosa popolano da sempre l’immaginario dello scrittore. È un’ossessione che viene da
lontano. Il jazz club che Murakami aprì insieme alla moglie nel 1974, poco prima di scoprire la sua
vocazione letteraria, si chiamava «Peter Cat» ed era tappezzato di foto di gatti.

Una realtà aperta al fantastico
Quasi a voler chiudere il cerchio, Kafka sulla spiaggia contiene anche un omaggio a Soseki, nella fattispecie
a un suo romanzo del 1908, Kofu, del quale discutono un bibliotecario e il giovane protagonista,
il Kakfa del titolo per l’appunto. Il bibliotecario sostiene che quel libro è molto diverso dai tipici
romanzi di formazione perché l’eroe non viene cambiato dalle esperienze che fa. Kafka spiega che è proprio per questo che quel libro gli piace, perché gli pare rispecchi la realtà della vita. A suo modo di vedere, infatti, i giovani non vanno in cerca di scelte formative che li conducano alla maturità, si limitano a osservare le cose e ad accettarle. Fa un certo effetto leggere un’affermazione del genere in bocca a un personaggio di Murakami. La realtà cui egli ci ha abituato è infatti piena di crepe che si aprono come abissi su mondi fantastici. Il premio Nobel Oe Kenzaburo rimprovera proprio questo al collega: confrontarsi poco con i problemi della vita di ogni giorno dei suoi compatrioti.
Non ha tutti i torti. Prendiamo Kafka: quando guarda il telegiornale le notizie gli sembrano insulse e noiose. Ha poi una sorta di amico immaginario chiamato Corvo, che è tra l’altro il significato della parola cèca «Kafka». Com’è facile intuire, Kafka non è il vero nome di questo ragazzo che affronta i suoi problemi quotidiani scappando di casa al compimento del quindicesimo compleanno. È soltanto un nome che si è dato, in quanto «non è semplice diventare un’altra persona. Ma cambiare nome è un gioco da ragazzi».

Sulle tracce di una profezia
Ciò da cui fugge è una versione allargata della maledizione di Edipo. Il suo destino, stando a quanto gli ha profetizzato suo padre, sarebbe quello di uccidere lui e unirsi carnalmente alla madre e alla sorella maggiore, che Kafka non vede da quando aveva quattro anni. Fatalmente, come mosso dall’inconscio desiderio di vedere realizzato il destino da cui fugge, ogni qualvolta incontra una donna che potrebbe avere l’età della madre o della sorella cerca di andarci a letto. Il che gli capita non di rado, in quanto i personaggi di Murakami hanno da sempre una invidiabile caratteristica: appena si mettono nei guai si imbattono in una sensuale creatura di sesso femminile che si prende cura di loro, vedi per esempio la signorina Saeki, direttrice della stupenda biblioteca dove Kafka troverà lavoro e rifugio. Dell’altra parte della profezia – l’uccisione del padre – si occuperà un anziano signore di nome Nakata il quale, in seguito a un misterioso incidente occorsogli da bambino, si è ritrovato con la testa completamente svuotata, come quando si toglie un tappo dalla vasca da bagno. Non sa leggere né scrivere né far di conto. In pratica, è rimasto un po’ ritardato. In compenso, ha acquisito una dote particolare, quella di parlare la lingua dei gatti. Sebbene
Nakata aiuti Kafka a compiere il suo destino, i due non si incontreranno mai. Il loro è un legame a distanza che nel romanzo viene raccontato seguendo una precisa cadenza, i capitoli dispari per le avventure del ragazzo in fuga, quelli pari per la storia del vecchio che parla coi gatti. E qui entra in gioco un motivo ricorrente della narrativa di Murakami: la coesistenza di due mondi paralleli. Le leggi che li governano e i
modi in cui interagiscono non sono del tutto chiari. Quel che pare certo è che i sogni e gli incubi sono fatti per prendere corpo nell’esistenza reale. Del resto, come veniva detto in un precedente romanzo dello scrittore, L’uccello che girava le Viti del Mondo: «il modo migliore di pensare la realtà è quello di allontanarsene quanto più possibile». La fuga di Kafka non è che un metafora di questo allontanarsi, in fondo. Il distacco dal reale mostra le cose per quello che sono: simboli e metafore che aprono le porte su una dimensione onirica e misteriosa della quale i gatti sono, da sempre e per antonomasia, gli ambasciatori. Murakami racconta tutto ciò con un linguaggio che rasenta l’opacità, senza trasalimenti visionari, confidando esclusivamente nella sua straordinaria abilità di inventare situazioni, intrecciare storie e creare suspense. Non tutto torna o trova necessariamente una spiegazione. Molte cose vengono lasciate in sospeso e il finale non è esattamente quel che di solito si intende per «fine». Non per questo il lettore rimane deluso. Anzi, per qualche sfuggente, impalpabile ragione le cinquecento e passa pagine di Kafka sulla spiaggia si divorano d’un fiato ma rimangono dentro a lungo, quasi contenessero un segreto di fondamentale importanza che non ci è dato conoscere.

Un altro romanzo di diversa realtà
Non tutto sembra tornare anche nel romanzo, di imminente uscita, scritto da Kirino Natsuo, Grotesque (Neri Pozza Bloom, trad. Gianluca Coci, pp. 924, euro 18), anch’esso di ragguardevole mole. Il piano è però completamente diverso, perché l’autrice in questione non ha alcunché di surreale o di fantastico. Seppur immaginaria, la storia che racconta è assolutamente calata nella cruda realtà della condizione della donna nella società giapponese. Essendo nata nel 1951, Kirino Natsuo appartiene alla stessa generazione di Murakami ed è, come lui, molto letta e apprezzata nel mondo anglosassone. Ha conquistato una certa notorietà con Le quattro casalinghe di Tokyo, epopea satirica e sanguinaria di un’operaia di una fabbrica di cibi che, colta da un raptus, uccide il marito e convince tre sue colleghe ad aiutarla nel problema di disfarsi del cadavere, mettendo in moto un’incredibile spirale criminale che porterà alla luce il lato più oscuro di ognuna di loro. Il libro si è visto assegnare il premio dell’Associazione giapponese degli autori polizieschi, ma circoscriverlo all’ambito della letteratura di genere sarebbe a dir poco riduttivo.
Per Kirino Natsuo il delitto non è che un preteso per far venire a galla ciò che di oscuro e malato si nasconde di una società profondamente gerarchica e sempre più disumanizzata. Ciò appare ancor più evidente in Grotesque dove il conturbante binomio «donne e morte» è anche stavolta il punto di partenza per un’inquietante indagine della psiche femminile.
La storia prende le mosse dal ritrovamento del corpo seminudo di una ragazza in uno squallido appartamento del famigerato quartiere di Shinjuku, cui fa seguito, un anno dopo, la scoperta di un altro cadavere di sesso femminile in un’altra zona di Tokyo. Tutte e due le ragazze erano dedite alla prostituzione e sono state uccise in modi analoghi, ma a parte ciò non avrebbero potuto essere più diverse una dall’altra. La prima, Yuriko, figlia di padre svizzero e madre giapponese, compensava la sua scarsa intelligenza con una
straordinaria bellezza e aveva appreso i rudimenti del mestiere più vecchio del mondo quando era a scuola, non appena si era resa conto che aveva i numeri giusti per fare impazzire gli uomini più anziani.
L’altra, Kazue, non era invece niente di che. Si faceva notare per il portamento rozzo e sgraziato, ed era così magra che si poteva contarle le ossa.
Sapendo di non essere uno schianto, si era buttata a capofitto nello studio e dopo essersi laureata in una prestigiosa università, aveva trovato un ottimo posto in una ditta di costruzioni. Ciò nonostante, a un certo punto anche lei si era messa a vendere il proprio corpo; alla donna in carriera che era di giorno, aveva così aggiunto la doppia vita notturna della puttana.


Dalla voce dell’odio
Come spiegarsi che due persone agli antipodi per avvenenza, ingegno e condizioni abbiano scelto di fare le prostitute, andando incontro alla stessa fine violenta? È questo l’enigma che il romanzo si propone di sviscerare, in quanto quello classicamente poliziesco, l’identità dell’assassino, viene dato per risolto fin dalle primissime pagine. A occuparsi dell’indagine psicologica è la voce narrante, una donna che conosceva entrambe le vittime, giacché Yuriko era sua sorella e Kazue sua compagna di classe al liceo. Com’è naturale che sia, è rimasta molto impressionata, così decide di dare sfogo a quanto si è tenuta dentro per lungo tempo. Vuole raccontare la terribile storia di Yuriko e Kazue, ma non per il bisogno di comprendere, non perché provi chissà quale dolore o compassione. La morte di Yuriko l’ha lasciata addirittura indifferente,
perché ritiene inevitabile che prima o poi la sfortuna bussi alla porta di una donna simile. Ciò che la spinge a raccontare è il suo profondo risentimento. Detestava la sorella per la sua «diabolica» bellezza e la sua voglia di distinguersi dagli altri.
Detestava la compagna di classe perché anche lei «voleva essere la numero uno in tutto ciò che faceva» e non perdeva mai occasione di «sciorinare la propria intelligenza». È chiaro che si tratta di una donna frustrata, rosa dal rancore per il suo essere troppo nella norma e dunque anonima. Fin dai primi capitoli la sensazione è che per lei i due omicidi rappresentino soltanto un’occasione per poter parlare di sé e conquistare finalmente il centro dell’attenzione.Ma una persona animata da simili sentimenti può essere una narratrice credibile? Quanto è contorta la sua psiche? Quanto può essere obiettiva? L’odio, la rabbia e l’amarezza di questa donna gettano una luce grottesca sulla storia che narra. Una luce che è lo specchio di una società come quella giapponese, ancora profondamente maschilista, dove l’unica via che le donne hanno a disposizione per sfuggire alla sottomissione e ottenere qualche briciola di potere e considerazione passa per il sesso. Nel dare voce a una narratrice così anarchica e antipatica, Natsuo Kirino ha scritto uno dei romanzi più originali e ferocemente femministi degli ultimi anni.

Tommaso Pincio, il manifesto, 22 marzo 2008
Tratto da "Oblique"

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