domenica 12 febbraio 2012

Intervista allo scrittore cinese Dai Sijie

Nato in Cina, Dai Sijie vive da molti anni a Parigi, dove ha realizzato tre lungometraggi. Con Balzac e la Piccola Sarta cinese, scritto in francese e apparso nella primavera del 2000, ha venduto in Francia oltre duecentomila copie. Lo stesso autore ne ha poi tratto un film che è stato presentato a Cannes nel 2002. 

L'intervista di Stradanove.net

Regista e scrittore: com’è la sua visione del mondo? Quando pensa a una storia, la pensa in immagini o in parole?
   Certamente per me viene prima l’immagine e penso di non essere l’unico a cui succede così: molti scrittori vedono un’immagine, non una scena, ma magari un ambiente. Non è necessario che sia la fine o l’inizio del libro, può essere la parte centrale, e si segue questa immagine per giorni e settimane finché ci si rende conto di averla afferrata.



Fino a che punto è autobiografico il suo primo libro “Balzac e la piccola sarta cinese”? è stato duro sopravvivere all’esperienza della rieducazione?
   E’ stata un’esperienza autobiografica, ma è stata romanzata. Sono stato testimone di questa vicenda: è stato il mio amico- non io- che ha letto i romanzi rubati e poi li ha raccontati ad una contadina, che nel libro è diventata “la piccola sarta”. Lei è veramente cambiata e se n’è andata, anche se non è stata una cosa improvvisa, ma lenta e sofferta: è andata e poi è ritornata ed è ripartita. La rieducazione? Sono sopravvissuto.
   E’ stato duro, però quella che io ho conosciuto è stata la fine della Rivoluzione Culturale: era iniziata nel 1966, quando avevo 12 anni e, quando sono stato mandato in montagna ne avevo 17, era il 1971. La rivoluzione era meno violenta, si era trasformata in qualcosa di assurdo. Abbiamo vissuto tre anni nelle montagne, ma era più assurdo che crudele.
   L’esperienza dei miei genitori è stata molto più dura, è una storia lunga, ma erano stati considerati “nemici del popolo”. Il 5% dei cinesi erano nemici del popolo e il 95% erano rivoluzionari- noi siamo stati sfortunati, eravamo in quel 5%.

Che ne è adesso della generazione che è stata travolta dalla rivoluzione culturale di Mao?
   E’ una generazione che è diventata, in un certo senso, speciale. Sono loro, quelli di questa generazione, che occupano i posti importanti al potere. Anche nel campo dell’arte, sono famosi o come scrittori, pittori, musicisti- tutti gli artisti famosi sono stati rieducati e non è un caso. Per quelli che avevano una carriera nel campo scientifico gli anni della rivoluzione sono stati anni persi, ma per gli altri è stato un vantaggio, è stata una scuola migliore dell’università.


Quanto sapevano di quanto era successo, i giovani interpreti del film, e come hanno reagito a sapere di quella esperienza?
   Sapevano molto poco perché è un argomento che i genitori non toccano. Sapevano che era stato un periodo difficile e tormentato ma non sapevano in concreto che cosa fosse successo. Questi giovani attori non facevano parte di un ambiente borghese, le loro famiglie erano tra il 95% che erano rivoluzionari. Erano tre ottimi attori ma i loro genitori, pur avendo la mia età, non avevano vissuto la stessa esperienza.

La letteratura può cambiare la vita? E perché la letteratura francese nel suo romanzo?
   Sì, per me la letteratura può cambiare la vita, la letteratura può cambiare la vita a chi la ama, a chi ama le parole, perché sono le parole che strutturano il nostro pensiero. Quanto alla letteratura francese, la storia della Cina è stata molto influenzata da due grandi letterature, quella russa e quella francese. E, quando i ragazzi del romanzo leggono dei libri proibiti, è logico che siano dei capolavori francesi perché erano quelli che erano stati tradotti.
   Le traduzioni di Tomasi di Lampedusa o di Calvino sono arrivate molto dopo, e la letteratura inglese- che peraltro io amo molto- non ha mai avuto grande influenza in Cina.

Il suo secondo romanzo è una gustosissima parodia del romanzo cavalleresco, Muo stesso cita Don Chisciotte: è una sorta di omaggio a Cervantes?
   Sì, anche se non direi che si tratti di un omaggio, piuttosto di una strizzata d’occhio a Cervantes. Adoro Cervantes, noi intellettuali cinesi gli assomigliamo. Anche noi abbiamo cercato di cambiare la Cina, ma è stato un sogno da don Chisciotte, non c’è stato nessun risultato.

Il romanzo è anche una satira politica: è l’ironia lo strumento migliore per indicare le colpe o le manchevolezze di un governo?
   In realtà devo dire che non era nelle mie intenzioni scrivere un libro con un messaggio politico, volevo parlare della Cina che ho visto e volevo far ridere: mi piace far ridere, nel libro e anche nella vita.

Il nome Muo ha solo una vocale di versa dal nome Mao- è intenzionale?
   No, in realtà pensavo ad un amico che si chiama Huo, mi piace inventare un personaggio partendo dal vero. Huo è veramente un grande psicanalista cinese, e poi era anche un gioco allusivo ai personaggi del mio primo romanzo, che si chiamavano Mo e Luo.

Perché ha fatto del personaggio principale uno psicanalista?

   Perché avevo bisogno del contrasto tra la psicanalisi e la realtà della Cina, mi dava la possibilità di metterci l’ironia. E in questa storia la psicanalisi cerca di penetrare nell’inconscio asiatico. 


Ha un preciso significato il fatto che Muo sia un interprete di sogni e la donna sia un’imbalsamatrice di cadaveri, cioè che nessuno dei due abbia a che fare con la vita reale attiva?
   Sì, Muo è un personaggio che all’inizio non fa parte della società cinese, è lontano dalla realtà in cui entra a poco a poco, lui vuole cambiare la Cina. Ma c’è anche il suo dramma personale: è uno psicanalista ma non ha nessuna conoscenza della vita sessuale e sarà l’Imbalsamatrice di cadaveri che lo inizia al sesso.

Nel romanzo la ricerca cavalleresca non è del Graal ma di una vergine in Cina…
   E’ il giudice corrotto che chiede una vergine e in Cina tutti troverebbero la cosa assolutamente normale. La ricerca ha anche un valore simbolico, è anche la ricerca dell’innocenza che non si trova: non c’è l’innocenza in Cina.


I LIBRI DI Dai Sijie 

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