sabato 14 gennaio 2012

Che cosa ci fa un morto nell'ascensore?

Una raccolta di racconti dello scrittore coreano Kim Yung-Ha

Per la prima volta tradotti in Italia, questi racconti sono cinque piccole perle nel panorama letterario coreano contemporaneo. Cinque pezzi di bravura di Kim Young-ha, giovane scrittore dallo stile schietto, graffiante, senza fronzoli ma di una efficacia disarmante.


I racconti sono ambientati a Seul, la città dell’ipertecnologia, una città di luci, grandi complessi residenziali e centri commerciali. I personaggi si muovono nella società urbana contemporanea, immersi in un convulso fluire di eventi, in situazioni paradossali e bizzarre, vivendo storie inquietanti con finali a sorpresa. Un filo comune unisce le cinque storie. Tutte raccontano la vita di persone in qualche modo “incastrate” in determinate situazioni, tutte lasciano avvolti nel dubbio. È semplice riconoscersi in personaggi e situazioni così sfacciatamente reali e trovare nel dubbio un quesito esistenziale.


L’ AUTORE
Kim Yung-ha
(1968) è considerato in Corea e all’estero il capofila della nuova generazione letteraria coreana. Inizia a scrivere i suoi racconti su Internet e nel 1995 pubblica il primo romanzo breve, con cui vince il premio letterario come migliore “Giovane scrittore”. È il primo di una lunga serie di premi. Intellettuale versatile, laureato in Economia e Commercio all’Università di Yonsei a Seul, ha fatto il DJ e l’attore. Attualmente è docente alla Korea National University of Arts (KUNA) di Seul. Alcuni suoi libri sono stati portati con successo sul grande schermo.

IL LIBRO
O Barra O Edizioni
pp.136,
€ 14,00 (12,5x20,5cm)
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Intervista a Kim Young-ha di Roberta Scorranese 


Una certa fantasia nei titoli è indiscutibile.

Beh, in Italia è uscita la raccolta di racconti Che cosa ci fa un morto in ascensore?
Come vivono gli scrittori nella Corea dei Sud?
Ha presente la vostra “generazione Mille euro”? Ecco, più o meno così. Ma di certo non siamo un caso isolato. Come in molte altre nazioni, facciamo i conti con la cosiddetta società “liquida”. Con la precarietà, la disoccupazione, l’incertezza. Però penso che la Corea del Sud abbia reagito benissi- mo all’ultima crisi, forse meglio di altre economie.
Lo dicono i dati finanziari. E’ esagerato parlare di “esempio coreano”?
Io parlerei di una politica economica e sociale intelligente. Il governo ha immesso liquidità sul mercato, ha investito risorse per far fronte ai problemi. Non solo. Secondo me siamo stati più veloci, più reattivi. Le crisi precedenti ci hanno insegnato molto.
Su che cosa si è puntato?
E’ questo il nodo. Si punta sulla ricerca, sull’innovazione scientifica (Seul ha investito circa il 3 per cento del Pil in scienza e tecnologia, ndr). Insomma, si è guardato avanti. Se non si perde la fiducia nel progresso, ci si può risollevare in fretta dalle difficoltà.
Ricchezza diffusa? Equilibrio sociale?
No, purtroppo. Credo che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Come in molti altri Paesi. La globalizzazione peggiora le cose, così come le decisioni della Corea del Nord in materia di politica nucleare. Ma credo che il problema maggiore sia il fatto che la popolazione invecchia. E manca il giusto turnover. Però sono ottimista: le difficoltà ci rendono più forti. E questo è un terreno fertile per gli scrittori. Attingo a problemi reali, mi guardo intorno, mi calo nelle situazioni vere.
Quanto la storia recente del vostro paese influenza la vostra cultura?
Moltissimo. Ha influenzato anche la mia storia, per esempio. Da bambino facevo i conti con una situazione politica tesissima, la sentivo, la avvertivo. Crescendo se ne discuteva in famiglia. Una volta mi sono persino scontrato con mio padre. Però io appartengo ad una generazione cresciuta dopo la democratizzazione degli anni Ottanta. Siamo diversi, assimiliamo le altre culture, la lingua inglese, le suggestioni europee e americane. Guardi il nostro cinema. Mescola Oriente e Occidente.
Le sue storie, pubblicate in Italia dalla casa editrice O barra O, parlano di questa assimilazione.
Io cito spesso una delle mie opere, forse la mia preferita, che purtroppo non è stata ancora tradotta in italiano: “Empire of Lights”. La storia di una spia nordcoreana che vive per anni nella Corea del Sud e impara ad amare il cinema di Tarantino, la birra Heineken eccetera. Bene, quando è il mo- mento di tornare, fa i conti con se stesso.
Com’è la nuova generazione di intellettuali corani?
Guardiamo le cose più dal punto di vista individuale, personale, che politico. O, meglio: è la stessa visione politica che si adatta al personale, al soggettivo. Il cinema, la letteratura, l’arte coreana è incentrata sull’io, con mille facce. A tratti questa tendenza ci fa raggiungere delle punte surreali. Descrivere un’identità è difficile.
Come accade alla spia di “Empire of Lights?”
Esattamente. Quella non è una spy story nel senso classico della definizione. E’ piuttosto l’esame di coscienza di un uomo che deve decidere “da che parte stare” nell’arco di poche ore. E’ un guardarsi allo specchio e non vedere una sola faccia. Non solo: deve superare una serie di ostacoli apparente- mente inutili e inspiegabili.
Dalle atmosfere dei suoi racconti affiora la passione per Kafka. E’ vero?
Un po’ come accade ne "Il Castello", dove K. viene convocato dal padrone ma non sa come fare per essere ricevuto, anche qui ho voluto inserire una metafora: l’uomo moderno non riesce ad avere un’identità precisa. Non sappiamo esattamente dove stare, come sentirci, come leggerci. In nessun posto del mondo. Io sono uno così.
Da Kim Ki-duk a Nam June Paik. La Corea ha dato molti al cinema e alle arti contemporanee.
Non dimenticate che la Corea di oggi nasce dalle ceneri di una guerra sanguinosa. Eravamo impazienti di ricostruire. Abbiamo inventato cose nuove, forti di un’audience pronta alla sperimentazione. Ottimo per il cinema. Per l’arte ho qualche  dubbio.

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