martedì 13 dicembre 2011

Più Holmes per tutti Cinico, geloso, gay e giapponese

Si moltiplicano le fantasiose riletture del detective più famoso del mondo e tutte lasciano nell’ombra la tradizione


In fondo, il detective non è che un «tecnico». Come l’idraulico, l’elettricista e il ministro, lo chiamano quando c’è qualcosa che non funziona. Ma lui, per quanto s’impegni, non può, diversamente da tutti gli altri tecnici (quasi tutti, in verità...) tornare ab ovo: si limita a spiegare chi, come, dove, quando e perché ha fatto la frittata.



Gli si richiedono freddezza, raziocinio e un pizzico di fantasia. E dunque, gira che ti rigira, il numero uno fra i detective resta Sherlock Holmes: la sua forza sta nel fregarsene delle persone, puntando alla ricostruzione dei fatti. E poiché i cinici hanno sempre successo, siamo ancora qui, 124 anni dopo l’esordio nello Studio in rosso, a pendere dalle sue meningi. Ovunque e comunque, dal cinema ai fumetti, dalle serie tv ai librogame e ai videogiochi, il «canone» di Conan Doyle composto da 4 romanzi e 56 racconti ha generato un mondo virtuale di cui l’inquilino del 221B di Baker Street è l’avatar e il logo, il genius loci e lo spirito guida.
Naturalmente, con le opportune concessioni ai vari mezzi espressivi e alle loro evoluzioni. Al cinema, per esempio, oggi non c’è più spazio per il tono e le movenze compassate dei Basil Rathbone e dei Peter Cushing. Tocca a Robert Downey jr aggiungere dinamismo, muscoli ed effetti speciali al metodo deduttivo. Ma, essendo i media destinati a incrociare le loro strade, ecco per esempio che nel romanzo Lo strano caso del falso Sherlock Holmes (UR Editore), Luca Martinelli ambienta una vicenda sherlockiana ai nostri giorni: Holmes vive ancora, s’è ritirato in campagna e, ricevuta la visita del fido Watson, indignato proprio dalle evoluzioni dell’attore hollywoodiano, è richiamato in servizio. In copertina, per metter subito le cose in chiaro, c’è proprio Downey, dietro la classica lente.
Dalla contaminazione con il grande schermo a quella da misurare in pollici il passo è breve, e se i telefilm con Nando Gazzolo datati 1968 dormono il sonno dei giusti nelle teche Rai, c’è un altro frequentatore dei nostri salotti a stimolare un fertile accostamento: il Dr. House. Nel saggio Holmes house (Sacco Editore) Alessia Martalò sottolinea come misantropia e razionalità siano caratteristiche comuni al medico statunitense e al segugio inglese. Segugio che è, fra l’altro, figlio di due medici: il suo autore e Joseph Bell, il docente all’Università di Edimburgo conosciuto in gioventù da sir Arthur, il quale gli rubò, per costruire il proprio campione, oltre all’acume alcuni tratti somatici. E chi chiude il cerchio dei dottori? Elementare: Watson. Dell’algido SH lui è biografo, spalla, segretario, guardia del corpo e... Ebbene sì, prima o poi qualcuno doveva spingersi oltre le battutine e gli ammiccamenti e imbastire un libro intero sulla presunta relazione omosessuale fra i due. L’ha fatto Rohase Piercy in Mio diletto Holmes (Tre Editori), usando il solito trucco: i taccuini ritrovati. Ne nasce il caso di una ricattatrice chiamata «Ape Regina», nel corso del quale Watson, non corrisposto, abbandona l’alcova-ufficio per cambiare vita e sposarsi. Ma poi, preparandosi allo «scontro finale» con il professor Moriarty, Holmes contatta di nuovo l’intimo, intimissimo amico. Il quale rompe gli indugi e si dichiara, proprio mentre tutta Londra è presa da un altro «caso», quello dello scandalo che porterà alla condanna di un gay senza se e senza ma: Oscar Wilde.
Del resto, la bibliografia degli apocrifi incentrati sul detective più famoso al mondo è lunga da qui al Big Ben. Il sito sherlockmagazine.it riporta quelli usciti in Italia, una valanga, fra romanzi e racconti. Ne aggiungiamo un paio, il primo recente, il secondo recentissimo, entrambi usciti da Gargoyle Books: Sherlock Holmes contro Dracula, di John H. Watson, trionfo del gotico in salsa vittoriana, e Un Natale in Holmes. Pubblicato nel ’98 da Berkley Trade, è composto da 14 racconti in cui 14 autori, ottenuto il «visto si stampi» da Jean Conan Doyle, seconda figlia di sir Arthur e sacerdotessa del culto dei suoi personaggi, si sbizzarriscono sul loro idolo. Nella fantasia di gustosi pastiche non manca un emulo italiano di SH, il conte Bruno Montesacco.
A dimostrare che il successo della letteratura sherlockiana non conosce confini, è una chicca proveniente dal Giappone. Detective Hanshichi. I misteri della città di Edo (ObarraO edizioni, da mercoledì prossimo in libreria) propone sette racconti di Okamoto Kido (1872-1939). Figlio di un samurai di basso rango, fu celebre in patria soprattutto come autore di teatro kabuki, ma, essendo un autentico fan di Conan Doyle, pensò bene di inventare uno Sherlock Holmes nipponico. Ambientate nelle seconda metà del XIX secolo a Edo, cioè nella Tokyo antecedente la «restaurazione» dell’epoca Meiji, queste narrazioni reggono bene il confronto con gli originali londinesi. Una piacevole patina di mistero orientale avvolge fantasmi, fanciulle rapite, giardini incantati e pericolosi ronin mercenari. E l’Hanshichi ormai anziano che torna con la memoria molti anni dopo, in compagnia di un giovane ammiratore, alle proprie avventure, se dal punto di vista metodologico è di scuola holmesiana, umanamente lo batte alla grande.

di Daniele Abbiati - 12 dicembre 2011
Il Giornale

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