domenica 4 dicembre 2011

L'interprete (Suki Kim)

Suzi Park ha 29 anni, origini coreane, e lavora come interprete per il tribunale di New York. Durante un processo viene a conoscenza di un dettaglio sulla sua famiglia che, ben presto, le cambierà per sempre la vita: cinque anni prima i genitori di Suzi erano stati brutalmente assassinati in un'apparente tentativo di rapina nel loro negozio di frutta e verdura, nel Queens. O almeno questo è quello che lei aveva sempre creduto. Ma ora un nuovo indizio la mette sulle tracce di un'altra sconvolgente verità, in cui è invischiata anche la sorella Grace, misteriosamente scomparsa: i genitori delle due ragazze, in realtà, sono stati uccisi per vendetta. Ma da chi?


L'INIZIO DEL LIBRO:

La sigaretta alle nove del mattino è un chiaro segno di disperazione. Non le accade spesso, tranne in mattine come questa. Novembre, pioggia, un McDonald's sovraffollato del South Bronx, appena scesa dal treno 6. Sembra una festa di quartiere, con tutti questi bambini di otto anni assonnati che dovrebbero essere a scuola, e le madri single stufe di urlare, e uomini annoiati a ogni tavolo che non sono ancora al lavoro. Qui di mattina è pieno. Sono tutti insieme, un'esperienza comunitaria questa giornata, questa vita. Non è la sua vita, però. Di questo non ha esperienza, e non la vuole avere. Guarda, invece, in alto a una gigantesca insegna con il menu del giorno che percorre tutta la vetrina. Non ci sono molti misteri, il cibo abbonda. Novantanove centesimi per frittelline di patate, muffin all'uovo cotti a microonde e una bottiglietta in miniatura di succo Tropicana. Troppo bello per essere vero, tanta abbondanza per neanche un dollaro. Questo è un quartiere generoso.
Ha ventinove anni ed è novembre. È troppo vestita, come al solito. Il cappotto nero di cashmere, che costa due volte il suo affitto, e i pantaloni gessati sono abbastanza lussuosi per una qualsiasi starlette di Hollywood. Sulla spalla ha una sporta blu marino che si abbina alla lucentezza metallica degli stivali di pelle. Sul viso nessuna traccia di trucco. Ha un'aria ombrosa in nero e blu. Sono colori possenti.
È novembre, e lei se ne sta davanti all'ingresso del McDonald's di Burnside Avenue. Nella mano sinistra ha un ombrello nero di vinile e nella destra una mezza sigaretta, che quasi non ha fumato. Le nove e cinque. È troppo presto. La metropolitana è stata veloce. Succede solo quando lei è in anticipo sull'orario: il locale all'improvviso si trasforma in espresso e la lascia alla fermata del Bronx nel giro di qualche minuto. Ancora cinquantacinque minuti a gironzolare fuori del McDonald's in questa zona della città, un altro universo rispetto al suo appartamento al centro di Manhattan. Cinquantaquattro minuti e qualcosa; imprigionata in questa desolazione, dà ancora un'occhiata all'orologio.
Però la salvezza è a portata di mano, una tazza di caffè appena fatto, un velo di burro su un muffin tostato. Non deve fare altro che varcare quella porta e agitare un dollaro. Un lungo tiro alla sigaretta, più lungo del necessario. Esita. Non è mai entrata in quel posto.
La pioggia continua a cadere senza entusiasmo, quasi incapace di bagnare. Lei è Cenerentola a mezzanotte e il suo completo chic una zucca da sogno pronta a scoppiare. Non ci sono scarpette di cristallo in questa zona della città, nessun principe azzurro in cerca di una principessa. La soglia è decisiva. Oltre quella porta c'è la strada sbagliata, il cui mattino inizia con un dollaro e un appetito stanco.
Guardare dentro è facile, si resta fuori nella pioggia facendo attenzione da lontano a quel che succede.
Invece lei ora è dentro. Ci sono diverse file, si allungano tutte verso parecchie facce che prendono gli ordini. La fila in cui si trova scorre abbastanza veloce, comunque ha tempo, tempo a sufficienza per restare in attesa. Ah, ma di tempo ce n'è tantissimo qui. La gente è seduta in ogni angolo. Nessuno deve correre in sede centrale a discutere di una fusione. Nessuno grida un espresso doppio con latte scremato. Nessuno trasporta goffamente il vassoio tenendo in equilibrio un Motorola all'orecchio destro. Non succede niente di tutto ciò. Questo è un luogo di ozio. Lei non ha alcuna fretta.
Cosa vuoi, dopotutto, vuoi che te lo dica? Damian le si era scagliato addosso nel suo ultimo messaggio, come per entrare dentro di lei un'altra volta.
"Desidera, signorina?"
La prima volta non l'ha sentito. Questi contrattempi le succedono in continuazione, ultimamente. Continua a perdere l'attimo. Mette la sveglia alle otto e salta fuori dal letto alle sette, o preme il "3" in ascensore e si ritrova al secondo piano, oppure corre a rispondere al telefono solo per accorgersi che non squilla. Ora è senza parole davanti a un uomo in uniforme marrone che scuote la testa ripetendo per la terza volta "Desidera, signorina?"
"Caffè, una tazza media di caffè, grazie." Pensava di averlo già detto. Pensava che lui sapesse già cosa desiderava. L'adolescente dalla gran chioma alle sue spalle fa palloncini con un chewing-gum rosa, visibilmente irritata. L'uomo in uniforme marrone le strappa di mano il dollaro, scuotendo di nuovo la testa. Il caffè costa settantanove centesimi. Altri venti centesimi e potrebbe fare una colazione completa; a che cosa sta pensando? Avverte la disapprovazione di quell'uomo. Puttana, penserà. Una tazza di caffè a settantacinque centesimi quando puoi avere un vassoio intero a un dollaro, signorina Nientesconto, signorina Belcappotto, signorina Nonsentouncazzo!
Sono puttane, queste nove del mattino. Stordita dalle Marlboro. Ha bisogno di sedersi, ma il locale è zeppo e nessuno se ne andrà molto presto. Ma ecco il miracolo. C'è uno che le fa cenno con la mano indicando la sedia vuota davanti a sé. Una volta che lei si lascia cadere sulla sedia e beve un sorso di caffè bollente, si accorge che quell'uomo è in realtà l'unico asiatico oltre a lei.
Sta leggendo il giornale. Hangukilbo - il quotidiano della Corea - riconosce il carattere grassetto. Sotto le spesse lenti da lettura Walgreens, i suoi occhi appaiono gonfi e arrossati. Gli ci vorrebbe una bella nottata di sonno, pensa lei. Farebbe bene a tutti questi uomini immigrati. Lui muove il naso, troppo piccolo per il viso spazioso, prima di lanciarle un'occhiata che dura un secondo. Lei sorride, grata per il posto. Lui non ricambia il sorriso ma continua a fissarla per un po' prima di tornare al giornale. Sa, pensa lei. Lo sanno sempre. È una cosa inevitabile, il tacito riconoscimento tra membri della stessa razza. Lei riesce a riconoscere un coreano a miglia di distanza. Naturalmente, in passato, anche se solo una manciata di volte, le è capitato di sbagliarsi scambiando un giapponese per un coreano. Non sa bene il perché, forse deve esserci qualcosa nella storia, un possibile effetto collaterale della disgustosa affinità tra colonizzatori e colonizzati - il Giappone aveva regnato sulla Corea per trentasei anni, suo padre non si scordava mai di ricordarglielo. O forse è semplicemente la forma delle ossa del viso, quelle di coreani e giapponesi sono più ovali, mentre quelle dei cinesi sembrano più piatte. Tutto quello che sa è che riesce sempre a capirlo, e anche lui: entrambi sanno di appartenere alla stessa razza, seduti l'uno così vicino all'altro in una sala gremita dal resto del mondo.
A lui non interessa conversare, e lei ne è felice. Non la incita con domande tipo "Sei nata negli Stati Uniti?", "Che lavoro fanno i tuoi genitori?" oppure "Come mai una bella ragazza coreana come te non si è ancora sposata?" - le domande indiscrete che spesso gli altri immigrati si sentono in diritto di fare. Sprofondato dietro il suo giornale, ora lei non lo vede neanche più. Un gesto quasi nobile da parte sua, pensa lei, offrirle un posto a sedere e lasciarla in pace.
Non si fa niente per niente, guarda meglio, e troverai sempre l'etichetta del prezzo, le aveva sussurrato all'orecchio Damian, slacciandole l'ultimo bottone del vestito. Poi aveva fatto cinque passi indietro ed era rimasto a fissare la sua prima nudità, quasi fosse un artista davanti a una musa. In quel momento, gli occhi di lui le erano parsi spaventosamente azzurri, più azzurri di quanto dovessero essere, quasi ciano, il colore dell'oceano, così diversi dai suoi occhi neri che aveva guardato altrove in un'improvvisa ondata di imbarazzo, pensando tutto il tempo: "Persino questo ha un prezzo, anche le sue labbra sulla mia pelle, anche i suoi occhi azzurrissimi su di me".
La pioggia stamattina è una complice. Perfino ai margini della città, attraverso una vetrina opaca sulla quale un'insegna promette colazioni a novantanove centesimi. Il caffè si sta raffreddando. L'attesa non è così brutta, dopotutto. Questa potrebbe essere la sua pausa. Nessuno la troverà più. Un nascondiglio perfetto.
Poi l'uomo di fronte a lei chiude il giornale. Prende il vassoio senza guardarla negli occhi. Lei lo osserva mentre si allontana. E il passo contratto di un uomo che un giorno è stato giovane ma non lo è più, di uno che non parla la propria lingua da più tempo di quanto riesca a sopportare, di un uomo convinto che non rivedrà più la propria patria. Lei riesce a sentire il peso di ogni passo. Vuole distogliere lo sguardo. Eppure poi è sollevata quando lui si ferma fuori e si accende una sigaretta sotto la tenda arancione.
Non se n'è andato. Non se n'è ancora andato da lei. È in piedi e dà la schiena alla vetrina di fronte a lei. Dietro la testa i capelli si stanno diradando. Forse è più vecchio dell'età che dimostra. Nota le cuciture raggrinzite dei pantaloni di gabardine e il cuoio luccicante delle sue scarpe eleganti, da tempo fuori moda. È impacciato in quei vestiti, pensa lei. Quelle non sono le scarpe che porta tutti i giorni. Quando è stata l'ultima volta che ha messo quelle scarpe, com'era lui allora, e com'è stato il resto della sua vita? Pessima abitudine, però, farsi domande sul passato, scavare nella storia di qualunque cosa, di chiunque, persino di uno sconosciuto di passaggio incontrato in un fast food in un quartiere che non è il suo. Una mancanza di riservatezza, o di limiti. Però lei non riesce ancora a distogliere lo sguardo. Conosce gli uomini come lui. Immagina come avrà frugato in fondo all'armadio per tirare fuori quelle scarpe di cuoio nere, che probabilmente saranno rimaste sepolte nella polvere del suo passato per un decennio, o forse anche più, dipende da quando è venuto a stare in questo Paese, poi le avrà lucidate tutta la mattina, con un pezzo di carta e un po' di cera, pensando tra sé: "Ah, sono sempre eleganti, mi stanno ancora bene, dopotutto non sono così vecchio, questo taciturno fattorino del Queens che nessuno guarda più, neppure mia moglie che non ha avuto più un giorno sereno da quando ha fatto il grave errore di seguirmi fin qui, in questa terra di McDonald's nel mezzo del nulla, in questa nazione, cattiva nel cibo e nei modi, dove non sono altro che un uomo vecchio e debole, che fuma l'ultimo mozzicone di Marlboro nella pioggia di novembre, come se la mia vita dipendesse da questo, come se l'avessi potuta conoscere io, la vita, l'ultima volta che ho messo queste scarpe".
Conosce gli uomini come lui. Lei sa come sono le sue giornate, la casa in cui probabilmente torna ogni sera, le figlie alle quali non parla più.
Poi guarda di nuovo l'orologio. Un quarto alle dieci, è quasi ora. Il tempo è passato veloce dopotutto. La staranno aspettando. La causa non si fa senza di lei. Alza lo sguardo e si accorge che là fuori l'uomo se ne è andato.

IL LIBRO


L'interprete di Suki Kim
Brossura: 333 pagine 
Editore:
Terre di Mezzo 
Collana: Narrativa 
Lingua: Italiano
In vendita su AMAZON

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