giovedì 15 dicembre 2011

INTERVISTA A MO YAN

INTERVISTA A MO YAN

“Una storiografia dal basso” – lo scrittore di “Sorgo Rosso”

 

Milano, 23 lug.- «Il problema più grande della Cina di oggi sono le differenze di ricchezza. Ai tempi di Mao eravamo tutti uguali. Dagli anni Ottanta in poi, invece, la distanza tra le persone è andata aumentando. Oggi ci sono cinesi che vanno in giro con orologi da decine di migliaia di dollari a bordo di auto di lusso e altri che sono invece poverissimi. Non c’è più equità e questo sta sollevando lo scontento delle persone. Su internet si leggono molti commenti contrari al governo».

Al destino dei più deboli Mo Yan, scrittore tra i più importanti della letteratura post maoista (tra i suoi capolavori “Sorgo rosso”, “Grande seno, fianchi larghi”, ma anche l’ultimo “Le sei reincarnazioni di Ximen Nao”, tutti editi da Einaudi), ha sempre dedicato grande attenzione. Sia dal vivo, parlando dei problemi della gioventù cinese davanti a una platea di italiani ma anche di studenti cinesi all’estero, durante la sua recente visita a Milano. Sia nelle sue opere. I suoi romanzi storici, ambientati in diversi periodi del XX secolo, hanno dato vita, secondo la critica, a un genere letterario nuovo: una storiografia “dal basso”, raccontata dagli individui, con i loro sentimenti e i loro pensieri. La Storia fatta dalle storie della gente comune.

Mo Yan, perché racconta la storia in questo modo? 
I critici hanno detto che con “Sorgo rosso” era nato un nuovo genere letterario legato alla storia perché il romanzo racconta la storia dal punto di vista della gente. In passato, chi scriveva romanzi storici si poneva in una posizione di classe. C’erano i buoni e c’erano i cattivi, la distinzione era netta. Per me invece la separazione non è così precisa. Io racconto la storia nel modo in cui l’ho imparata. La maggior parte delle persone la apprende studiando sui libri. Io invece, che sono cresciuto in campagna, l’ho assorbita con le orecchie, attraverso i racconti dei miei nonni e della gente del villaggio. Questa è stata la mia scuola. E con la penna voglio trasferire sulla pagina le storie che ho sentito narrare a voce. Il fatto che io racconti la storia dal punto di vista delle persone dipende dalla mia educazione e dalla mia esperienza personale.

Come ha conciliato la sua scrittura con l’appartenenza all’esercito?

Ho lavorato nell’esercito in Cina per un lungo periodo e solo nel 1997 l’ho lasciato per lavorare in una rivista. Per gli occidentali è un po’ difficile capire cosa ci faccia uno scrittore nell’esercito. Nell’esercito cinese ci sono molte sezioni culturali: teatro, musica, danza, arte, pittura e letteratura. Chi ne fa parte lavora come artista, ma dentro l’esercito. Il mio lavoro era scrivere, ma la mia scrittura non rispondeva per nulla ai canoni del genere: era previsto che si scrivesse della vita militare e che si facessero narrazioni positive di quel mondo. Io invece scrivo di storia e delle campagne: non rispondo certo ai loro requisiti. Così nel 1997 ho deciso di lasciare. Ora sono libero, posso scrivere come voglio e di quello che voglio.

Perché scelse di lavorare nell’esercito?
Sono tanti gli autori cinesi che sono cresciuti passando attraverso la carriera militare. Per un giovane delle campagne entrare nell’esercito era una prospettiva molto allettante negli anni Sessanta e Settanta. Voleva dire cambiare il proprio livello di vita, avere da vestire e da mangiare in abbondanza. Tutti i ragazzi nelle campagne volevano diventare soldati. E le ragazze più belle correvano dietro a quelli che dicevano di voler diventare soldati. La mia famiglia non era molto ricca e la prospettiva di poter mangiare a sazietà una volta entrato nell’esercito era molto attraente. In aggiunta da soldato potevo riposare la domenica. E poi nella biblioteca dell’esercito c’erano tantissimi libri da leggere, anche tradotti in cinese da lingue straniere. Frequentare quella biblioteca è stata una grande fortuna per me e far parte dell’esercito è stato molto importante per il mio sviluppo. Se fossi rimasto in campagna probabilmente non sarei diventato scrittore.

Cosa pensa dei giovani di oggi? Loro non hanno i problemi che ha sperimentato lei.
Ogni generazione ha i suoi dolori e il suo punto di vista particolare. La mia generazione ha un modo di vedere il mondo diversa da quella dei miei genitori e l’ottica di mia figlia e della sua generazione è ancora più lontana dalla mia. Le persone nate dagli anni Ottanta hanno vissuto in una Cina che ha sperimentato i più grandi cambiamenti da alcuni secoli a questa parte. Per questo sono una generazione particolare. I problemi della mia generazione non erano poi tanto diversi da quella della generazione di mio padre. Si trattava esclusivamente di problemi materiali: mangiare a sufficienza, trovare di che vestirsi. Il dolore più grande, allora, era dato dalla mancanza di beni materiali. Questa sofferenza della povertà e della privazione, mia figlia e la sua generazione non l’hanno proprio vissuta. Io spesso li critico: non avete il problema di pensare a mangiare o a vestirvi, di che cosa vi lamentate? Mia figlia però mi risponde: “Tu pensi che se ho lo stomaco pieno e i vestiti nell’armadio non posso soffrire?”. Le sofferenze dell’anima sono ancora peggiori di quelle materiali, e credo che davvero non sia semplice per la questa generazione.

Perché?

Perchè è costituita per lo più da figli unici, quindi i ragazzi di oggi non hanno delle mancanze da un punto di vista materiale. Tuttavia ciò li sottopone anche a una pressione fortissima che le generazioni precedenti non hanno mai vissuto. Ogni bambino si sente investito di tutte le aspettative che in passato erano suddivise tra più figli. Devono frequentare la scuola elementare migliore, per entrare nelle medie migliori, per accedere alle superiori migliori, per arrivare all’università migliore. Questa generazione non ha respiro. E quando si sono laureati devono anche sopportare la pressione per la ricerca del lavoro, unitamente a quella di dover accudire da soli gli anziani della famiglia. Dal punto di vista letterario, aver provato la fame e le guerre ha fornito agli scrittori della mia generazione un capitale a cui attingere per le nostre opere. I giovani di oggi hanno un altro capitale, quello delle sofferenze dell’anima, quindi scriveranno opere con caratteristiche diverse dalle nostre.

Anche questa generazione ha problemi pratici a cui pensare: la casa, ad esempio.
La casa, certo. E anche l’occupazione. Con la pressione che i giovani cinesi hanno non c’è neanche il tempo di fantasticare sul futuro. Non so come risolvere questi problemi. È una questione nazionale e il Paese deve imporsi di affrontarla. In quanto scrittore sono attento e sensibile a questi temi, ma purtroppo non ho una ricetta per risolverli. C’è un argomento su cui si stanno arrovellando molti intellettuali cinesi da molto tempo: quali prospettive spirituali dare ai giovani d’oggi, al di là di quelle materiali? Verso cosa dobbiamo instradare i giovani? Qual è il cibo per l’anima?

L’ideologia comunista?
In passato abbiamo provato a dare questa risposta, ma poi nel corso del tempo, questo ideale si è rivelato sempre più distante. Abbiamo sempre criticato il capitalismo, ma oggi tutti sono lanciati ad arricchirsi e a fare soldi. Ci sono tentativi di recupero della tradizione passata: Confucio, ad esempio, è ormai una superstar che sta animando dibattiti e spettacoli tv. I libri su di lui vanno a ruba, i programmi in televisione anche. Questo indica che i cinesi hanno fame di spiritualità. La tradizione cinese può in parte soddisfare questa fame ma la dottrina confuciana di per sé è molto semplice, non può soddisfare completamente questo bisogno. In Cina manca un nuovo pensiero adatto a questa epoca.

Con il suo lavoro crede di poter influenzare la società cinese?
Naturalmente i miei romanzi possono influenzare la società, tuttavia è difficile dire in quali aspetti o in che modo. Ogni mio libro viene letto da 500mila persone. Almeno in parte, queste persone faranno proprio il mio punto di vista e, in qualche misura, lo porteranno con sé nella società. Uno scrittore può influenzare le persone a livello individuale: questo può provocare piccoli cambiamenti a livello sociale, ma non credo che un libro possa cambiare l’intera società. Anche perché chi è in disaccordo rispetto al mio modo di pensare non finirà neanche di leggere i miei romanzi. Uno scrittore non può pretendere di riuscire a far leggere i propri libri a persone di ogni tipo ed età.

Chi sono secondo lei gli intellettuali della Cina di oggi?
In Cina si dibatte da lungo tempo su quali persone debbano essere definite intellettuali. Di solito si distingue tra gli intellettuali dentro il sistema e gli intellettuali fuori dal sistema, ma oggi è difficile separarli. A livello di principio, quelli che lavorano all’interno di una struttura, in una scuola per esempio, che hanno un lavoro e un salario, sono interni al sistema. Quelli che non hanno una professione precisa, che sono liberi professionisti, che non hanno una “unità di lavoro” di riferimento, sono da considerare fuori dal sistema. Ma è davvero così? No di certo. Perché è vero che, non dipendendo direttamente da una struttura, sono sottoposti a un controllo inferiore, tuttavia anche loro vivono in Cina e, perciò, anche loro devono fare i conti con i limiti che la nostra società impone. Di certo un intellettuale deve avere una personalità autonoma e la volontà di diffondere il proprio punto di vista con l’obiettivo di risolvere i problemi della società. Perciò non solo deve avere opinioni proprie, ma deve anche avere il coraggio di manifestarle. Credo sia su questa base che si possono distinguere gli intellettuali, secondo me. Oggi in Cina questo tipo di persone è difficile da trovare.

Si ritiene un intellettuale?

Stando a questa definizione, gli scrittori non possono essere definiti propriamente degli intellettuali. In Cina gli intellettuali devono parlare alle masse, devono diffondere le proprie idee. D’altra parte, la maggior parte degli scrittori cinesi punta a manifestare il proprio pensiero attraverso le proprie opere. Si possono considerare intellettuali, questo tipo di scrittori? Se sì, allora io sono un intellettuale. Perché nei miei romanzi metto in luce le ingiustizie della società. Anche se non parlo direttamente alle masse, chi mi legge può vedere chiaramente i miei pensieri manifestati nelle mie opere. È così che io esprimo i miei pensieri sulla società. Molte persone pensano che gli scrittori di questo tipo non si possano considerare intellettuali. Io invece ritengo di sì. Per questo credo di essere un intellettuale. Un intellettuale che non parla per bocca, ma attraverso le sue opere.

di Emma Lupano


Emma Lupano, sinologa e giornalista, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

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