martedì 27 dicembre 2011

Il transculturalismo di Murakami Haruki

di: Claudio Asciuti

Quando le attese (e le aspettative) sul nuovo romanzo di Murakami Haruki (foto), classe 1949 e possibile candidato al Nobel, si fecero più strette, si cominciò a parlare dell’opera come il suo capolavoro: il leggendario scrittore giapponese che fece scrivere a Oe Kenzaburo, Nobel nel 1994, parole di fuoco sulla sua scrittura da anni incrociava un successo editoriale di seguito all’altro, e non a discapito della qualità.
D’altronde Oe nella forma di intellettuale tutto d’un pezzo, che aveva traversato il dopoguerra e il Giappone della rinascita, sottolineava come la grande scrittura giapponese avesse concluso agli inizi del Settanta con la morte di Mishima, da “destra” e con la scuola del dopoguerra,
il Sengoha, da “sinistra” la grande epopea dei valori umanistici. Giovani come Yoshimoto Banana e Murakami Haruki non erano altro che scrittori che rinunciando alle forme tradizionali della scrittura giapponese internazionalizzavano la loro scrittura.

Oe, insomma, non poteva apprezzare la scrittura post moderna di Murakami, che mescolava e centrifugava tutto; una forma di transculturalismo che senza rinunciare alle radici nipponiche riusciva ad amalgamare la cultura locale con l’hard boiled americano, l’horror novecentesco, il nietzscheanesimo, la cultura pop, la musica moderna rock o jazz, la disillusione politica per le abortite rivoluzioni del dopo 68, e finanche l’amore per il nostro paese, dove Murakami scrisse parte di Norvegian Wood (1987) e di cui parlò in La ragazza dello Sputnik (1999). Un transculturalismo che invece piace ai lettori di tutto il mondo, esempio di internazionalizzazione sì, ma positiva, e che ha costruito attorno a 1Q84 un’attesa che via via è andata montando, evolvendosi di giorno in giorno.

Con il titolo di 1Q84. Libro 1 e 2. aprile-settembre si snoda una trilogia che abbraccia mesi di vita dei protagonisti, nella versione italiana edita invece nei primi due libri da Einaudi (2011, pag.722, euro 20,00), abituale editore di Murakami, e che ha visto, dopo le critiche dei quotidiani, cartacee e on-line, i gruppi di lettura e degli improvvisati critici del web pronti a costruire (o distruggere) il mito. Ma andando alla sostanza del testo: 1Q84 (il gioco del titolo è stato oramai svelato, ma vale la spesa di riportalo: è la pronuncia giapponese di 1984, annus horribilis per antonomasia nella letteratura mondiale, e anno in cui si svolge la narrazione) è costruito attorno alle vicende parallele di due individui che nella loro nascosta identità risultano essere eccezionali: Aomame è un’assassina a pagamento, assassina sui generis dal momento che giustizia stupratori e violenti contro le donne; Tengo un professore di matematica che ambirebbe a fare lo scrittore, incaricato di riscrivere Crisalide d’aria, il romanzo di Fukaeri, una giovane studentessa dislessica e problematica. Le due vicende si snodano con tutti gli interstizi del caso: Tengo incontra l’uomo che ha in adozione la ragazza; si tratta di un vecchio docente di antropologia, che fu amico del padre di Fukaeri, fondatore di un gruppo rivoluzionario di impronta marxista trasformatosi in una specie di setta religiosa (problema che Murakami aveva già affrontato in Underground, il saggio del 1997 sull’attacco con il gas nervino alla metropolitana di Tokio) e accetta l’incarico. E’ l’inizio di un pericoloso sentiero che lo porta a contatto, come sempre nei romanzi di Murakami, con un mondo fluttuante, sfaccettato, un mondo di illusioni che nascondono sempre qualcosa.

Aomame invece, in un poderoso incipit, mentre si sta recando a giustiziare un uomo, per evitare un ingorgo scende dal taxi e si inoltra a piedi giù dalla tangenziale; un evento casuale, uno scarto di ordine nell’ordine del mondo (che fu già di Borges, di Leiber, di Dick, e se vogliamo anche del conterraneo Abe Kobo, ma che probabilmente risale a Wilhelm Leibniz), una realtà parallela che si apre.
E’ la stessa struttura di La fine del mondo e il paese delle meraviglie (1985), della sua opera più ambiziosa, L’uccello che girava le viti del mondo (1995), di Kafka sulla spiaggia (2002) e anche i due protagonisti svolgono diegeticamente la medesima funzione, il costante avvicinarsi e ritirarsi entro i confini della propria narrazione; ma qui diventa lo snodo della vicenda che traghetta la ragazza al mondo reale in cui vive, a quello del 1Q84, così come lei lo definisce: una realtà ucronica in cui tutto è somigliante all’oggi ma con qualche differenza. Aomame comincia a riflettere su questa situazione. Al fondo il tema è quello della poetica di Murakami, la differenza esistente fra kotchi no sekai e atchi no sekai, il nostro mondo e l’altro mondo, un mondo reale e uno che potrebbe esserlo, qualcosa di somigliante al mundus imaginalis di cui parla Henri Corbin, uno spazio reale ma disgiunto dal nostro reale dalla forte evidenza simbolica; un’incursione nipponica in “realismo magico” che ebbe origine in Europa con Il mattino dei maghi (1960) da Louis Pauwels e Jacques Bergier, e narrativamente nell’ America latina con Cent’anni di solitudine (1967) di Gabriel Garcia Marquez.
Murakami evita però di cadere nella trappola del romanzo di fantascienza ucronico, che dispiega la descrittività contenutistica come mappa del mondo, ma anche come indice di una realtà credibile. Il 1984 di Tengo è simile al 1Q84 di Aomame se non per qualche scarna diversità e non sostanziale, ma proprio la scelta di non descrivere lo rende più vero.

Il passaggio fra il 1984 e il 1Q84 è, alla fine, il transito (quasi kierkegaardiano) fra la possibilità di un mondo che esiste e la sua negazione, così come lo spiega l’enigmatica figura del Leader, il capo della setta che la ragazza nel suo lavoro finisce con l’uccidere. Questa contraddizione è esplicata nel lavoro di Tengo, impegnato nella sua revisione e nella sua condanna di promettente scrittore, a cui mancano energia ed ispirazione, mentre il mercato editoriale ruota promettente attorno a lui e all’editor Komatsu, e i giornali sguinzagliano inviati a cercare la ragazza misteriosa, nel frattempo scomparsa; una contraddizione che diventa così una riflessione su come si scrive un romanzo, su come ci si attrezza a scriverlo, e, fatalmente, romanzo nel romanzo in cui il gioco fra artefice e fattizio si trasforma; e nel gioco dei diversi piani di realtà di cui si compone il romanzo, quello temporale è una parte preponderante; il passato, come spesso nei romanzi di Murakami, diventa la fucina del presente e del futuro, e incatena il ciò che è stato in quel che potrebbe esser stato: Tengo e Aomame, si viene a scoprire, si sono conosciuti da bambini; la loro relazione è una delle consuete e tragiche relazioni amorose dello scrittore nipponico; un amore viscerale e indimenticato, mai attuato, che alberga nel cuore dei due protagonisti, il medesimo di A sud del confine, a Ovest del sole (1992), due compagni di banco e di scuola, che vivono nello stesso quartiere, “estranei” al mondo in cui vivono.
La conclusione (momentanea: il terzo volume deve ancora uscire) di questa lunga peregrinazione nel passato e nella memoria, nel mondo quotidiano e in quello oltremondano, è come spesso accade con Murakami, la riaffermazione della propria individualità esistenziale, di un amor fati nietzscheano, accettazione di quel che sta avvenendo e quel che avverrà fino alle soglie inesorabili della morte e che ci fa comprendere, e questo in linea con la cultura nipponica, che il senso dell’esistenza è qui e ora e non altrove.

(21 Dicembre 2011)
Tratto da: RINASCITA

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