martedì 6 dicembre 2011

Come sono diventato Haruki Murakami

"Ho rischiato e sono sopravvissuto". I genitori lo volevano impiegato alla Mitsubishi. Lui si è sposato giovanissimo, ha aperto un bar jazz e si è messo a scrivere. Ora, in occasione del suo nuovo romanzo 1Q84, si racconta.
di Emma Brockes, 05/12/2011



Il nuovo romanzo di Haruki Murakami, 1Q84, è lungo mille pagine e diviso in tre volumi e due tomi (il primo, con i libri 1 e 2, appena pubblicato in italiano da Einaudi). All'autore sono occorsi tre anni per scriverlo, e durante un volo di 11 ore da New York a Honolulu è possibile leggerne quasi metà. Quando glielo comunico, Murakami sembra avvilito - il rapporto tra tempo di stesura e tempo di lettura non è mai troppo confortante, per uno scrittore. Nulla però mette alla prova la capacità che ha un romanzo di appassionare come leggerlo stipati in fondo alla classe turistica di un volo transoceanico strapieno.

Ci troviamo nella suite presidenziale dell’Hyatt di Waikiki, con vista su una spiaggia da cartolina incorniciata dalle montagne. Murakami, che a 63 anni sembra ancora uno skater adolescente, si divide tra la sua casa alle Hawaii, quella in Giappone e un terzo luogo che lui chiama semplicemente «laggiù». È dove ogni mattina scompare quando scrive i suoi romanzi, un posto popolato da personaggi come quelli che hanno definito lo stile di Murakami: enigmatici, impassibili, pieni di grandi emozioni schiacciate dalla repressione e tratteggiati con un distacco che, cosa insolita per uno scrittore da milioni di copie, hanno fatto di lui una figura di culto. Prima di partire per le Hawaii, un amico mi confessava che il suo entusiasmo per Murakami deriva in parte dal desiderio di essere il genere di persona a cui Murakami piace.

«Non mi considero un artista», ripete più volte lo scrittore durante il nostro incontro. «Sono solo uno che sa scrivere, questo sì».Tanto pragmatico distacco gli deriva dai suoi trascorsi, lontani anni luce da quelli del topo di biblioteca (a vent’anni gestiva un locale jazz), cosa che vale anche per la sua tabella di marcia da uomo d’acciaio. Come recentemente ha raccontato nell’autobiografico L’arte di correre, Murakami si sveglia quasi tutte le mattine alle 4, scrive fino a mezzogiorno, passa il pomeriggio ad allenarsi per le maratone e a rovistare nei negozi di dischi usati, per poi andare a letto, insieme alla moglie, alle 9 di sera. Come regime, è famoso quasi quanto i suoi romanzi, e nel suo rigore un po’ fanatico ha tutta l’aria di voler correggere il casino che sono stati i suoi vent’anni. Ma è anche il genere di disciplina necessario per sfornare mille complesse pagine in tre anni. Per Murakami, che ha la corporatura di un torello, è tutta questione di forza. «È una cosa fisica. Se per tre anni continui a scrivere ogni giorno, devi essere forte. Anche mentalmente, certo. Ma innanzitutto fisicamente. È molto importante. Sia il fisico che la mente devono essere forti ».

La sua abitudine alla ripetizione, che si tratti di un tic stilistico o di un effetto collaterale della traduzione dal giapponese, ha come effetto quello di far sembrare ogni cosa che dice infinitamente profonda. Ha scritto dell’importanza della corsa come metafora. Di come il fatto di portare a compimento ogni giorno una certa azione stabilisca una sorta di esempio karmico per la scrittura. «Esatto», dice, «Mmmmm». Emette un lungo suono meditativo. «La forza mi serve per aprire la porta». Mima il gesto. «Ogni giorno vado nel mio studio, mi siedo alla scrivania e accendo il computer. A quel punto devo aprire la porta. È una porta grande, pesante. Devi entrare nell’Altra Stanza. Metaforicamente, è ovvio. E poi devi tornare da questa parte. Per cui è letteralmente di forza fisica che hai bisogno, per aprire e chiudere la porta. Se io perdo questa forza, non posso più scrivere un altro romanzo. Posso scrivere qualche racconto, ma non un romanzo».

Compiere quelle azioni ogni mattina ha per caso a che fare con il superamento di una qualche paura? «È solo routine», risponde lui con una sonora risata. «È un po’ noioso. È routine. Ma la routine è molto importante». Perché dentro di noi c’è il caos? «Sì. Io entro nel mio subconscio. Devo entrare in quel caos. Ma l’atto di entrare e uscire è una specie di routine. Bisogna essere pratici. Quando io dico “se vuoi scrivere un romanzo, devi essere pratico”, la gente si annoia. Rimane delusa». Ride di nuovo. «Si aspettano che dica qualcosa di più dinamico, creativo, artistico. Ma quello che voglio dire io è: bisogna essere pratici».

Una persona che si alza così presto è quasi come se vivesse una doppia vita. Un tema ricorrente, in Murakami, quello della vita divisa in due, o dal mutamento radicale delle circostanze o dal divario tra esistenza esteriore e interiore di una personalità scissa. Il suo nuovo romanzo si apre in modo piuttosto realistico, con l’eroina Aomame – in giapponese vuol dire «Fagioli verdi» - bloccata su un taxi nel traffico di una tangenziale sopraelevata di Tokyo.

È il 1984, un piccolo omaggio a George Orwell. Per non fare tardi, Aomame scende dal taxi e prende una scala di manutenzione dismessa che porta al livello del suolo, ritrovandosi così in un mondo parallelo che finirà per chiamare 1Q84. Come gran parte dei romanzi di Murakami, anche questo unisce una narrazione avvincente e realistica con elementi di surreale follia – orologi che levitano, cani che esplodono, un’entità chiamata «i Little People » che affiora dalla bocca di una capra morta – fatte apposta per spiazzare il lettore e instillargli il dubbio che non esista un senso, dubbio che lo scrittore incorpora nel romanzo.

«La gente si perde in un mare di punti interrogativi », dice in 1Q84 un editor al suo autore di punta. «Ed è probabile che i lettori prendano una simile assenza di spiegazioni come un segno di “sciatteria” da parte dello scrittore». Al che lo scrittore di fantasia replica: «Se uno scrittore riesce a scrivere una storia “concepita in modo straordinariamente interessante” e che “appassiona il lettore dalla prima all’ultima pagina”, chi mai potrebbe accusarlo di “sciatteria”? ». A un mese dalla pubblicazione in Giappone, 1Q84 aveva venduto un milione di copie.

Alcuni elementi del passato di Murakami sono misteriosi persino per lui. Non sa dire per esempio perché abbia deciso di fare lo scrittore. L’idea gli è venuta così, un bel giorno, mentre guardava una partita di baseball, e senza che prima avesse mai mostrato la minima inclinazione in tal senso. Si avviava verso i 30 anni, gestiva ancora il suo locale jazz, che aveva battezzato Peter Cat, dal nome del suo gatto. Era il 1978. Il suo periodo di ribellione si era più o meno concluso. Era cresciuto negli anni Sessanta, figlio unico di un docente universitario e della moglie casalinga, e come tutta la sua generazione si era rifiutato di imboccare la strada che gli altri si aspettavano da lui. Si sposò fresco di laurea e anziché proseguire gli studi chiese un prestito per aprire il locale jazz e dare sfogo alla sua passione per la musica.

Anche gli amici che aveva intorno si ribellarono. Alcuni si uccisero, cosa di cui Murakami scrive spesso. «Non ci sono più», dice. «Fu un periodo assai caotico, e ancora adesso mi mancano. A volte mi sembra così strano essere arrivato a 63 anni. Mi sento un po’ un sopravvissuto. Ogni volta che penso a loro, ho la sensazione fortissima di dover assolutamente vivere. Perché non voglio passare anni interi della mia vita... lo scopo dovrebbe essere semplicemente quello, vivere. Essendo sopravvissuto, ho l’obbligo di dare tutto. E così, quando scrivo un romanzo, a volte ripenso ai defunti. Agli amici».

Guardandosi indietro, si rende conto che all’epoca viveva nella precarietà. Era pieno di debiti, lavorava come un matto al locale con la moglie e il futuro era un’incognita. «Nel 1968, nel 1969, poteva succedere qualunque cosa. Era entusiasmante, ma anche rischioso. La posta in gioco era alta. Se vincevi, potevi vincere forte, ma se perdevi eri perduto».

Il locale è stato un azzardo? «Aaaaargh!» esclama Murakami. «L’azzardo è stato sposarsi! Avevo 20 o 21 anni. Non avevo idea di come funzionasse il mondo. Ero stupido. Innocente. È una scommessa anche quella. Con la vita. Ma in ogni caso sono sopravvissuto ».

La moglie Yoko Takahashi è anche la sua prima lettrice. Il romanzo che nacque da quell’illuminazione durante la partita di baseball si intitolava Ascolta la canzone del vento, e in Giappone vinse un premio destinato agli scrittori esordienti. Per un certo periodo Murakami continuò a gestire il bar, scrivendo nei ritagli di tempo. Questo, come racconta, fu di fondamentale importanza per migliorare: «Avevo il mio locale e soldi a sufficienza, non dovevo mantenermi con la scrittura. Anche questo è molto importante». Quando il suo romanzo Norwegian Wood vendette oltre tre milioni di copie solo in Giappone, del bar non ebbe più bisogno, anche se ancora adesso ogni tanto ha delle visioni di un’esistenza parallela in cui ha continuato a fare quella vita. Non è così sicuro che sarebbe stato meno felice.

«Se ho una percezione delle mie possibili vite alternative? Ummm. Sì. E ancora adesso mi sembra tutto così strano. A volte mi domando perché io sia diventato uno scrittore.
È successo qualcosa, e lo sono diventato. E adesso sono uno scrittore di successo. Quando vado negli Stati Uniti o in Europa, molte persone mi conoscono. È davvero strano. Qualche anno fa sono andato a Barcellona e ho firmato dei libri, e si sono presentate, che so, mille persone. Ragazze che mi baciavano. Sono rimasto così sorpreso. Che cosa mi è successo?».

Murakami scrive d'istinto, senza programmare. L'idea per l'ultimo romanzo gli è venuta mentre era bloccato nel traffico di Tokyo. E se avesse abbandonato quella strada intasata e fosse sceso dall'uscita di emergenza? Il corso della sua vita sarebbe cambiato? «Quello è stato il punto di partenza. Ho avuto una specie di premonizione: sarebbe stato un grosso libro. Molto ambizioso. Era tutto ciò che sapevo. Avevo scritto il romanzo Kafka sulla spiaggia cinque o sei anni prima ed ero in attesa che il nuovo libro arrivasse. È arrivato. Eccolo. Sapevo che sarebbe stato un grosso progetto. Sono sensazioni».

Che un romanzo lungo come 1Q84 possa al tempo stesso sembrare ellittico è conseguenza della bravura di Murakami, anche se nel lettore questo può lasciare uno strano senso di insoddisfazione. Capita che certe artificiosità del romanzo vengano giustificate dall'autore come una riflessione sulla natura stessa dell'artificiosità, e il tono impassibile può risultare a tratti esasperante. «Da quando Tengo aveva visto due lune in cielo e una crisalide d'aria materializzarsi sul letto d'ospedale di suo padre, nulla riusciva più a stupirlo».

Come nei romanzi precedenti, alcune delle scene più tenere sono tangenziali rispetto alla trama principale. In Norwegian Wood, per il quale Murakami aveva adottato uno stile di scrittura il più convenzionale possibile nella speranza che fosse un successo commerciale, erano quelle tra il protagonista e il padre morente della sua fidanzata. In 1Q84 sono le scene fra Tengo, di cui Aomame è innamorata, e suo padre, anche lui in punto di morte, e al quale non è mai riuscito a volere troppo bene.

I personaggi di Murakami hanno spesso alle spalle infanzie infelici, e a sentire lui non è un caso. Non che da piccolo gli sia successo niente di drammatico. Eppure, dice, «sento di aver subito una sorta di violenza. Questo perché i miei genitori speravano che fossi fatto in un certo modo, e io non lo ero». Ride. «Si aspettavano che a scuola prendessi dei bei voti, ma io non li prendevo. Non mi piaceva passare troppo tempo a studiare. Volevo fare solo quello che mi andava. Sono molto coerente. Loro volevano che ricevessi una buona istruzione e andassi a lavorare alla Mitsubishi o qualcosa del genere. Ma io non lo feci. Volevo essere indipendente. E così ho aperto un locale e mi sono sposato quand'ero ancora all'università. Non ne sono stati molto felici».

E in che modo lo esprimevano? «Erano semplicemente delusi. Per un bambino, quel genere di delusione può essere pesante. Li considero delle brave persone, eppure... Per me è stata una ferita. Me la ricordo ancora, quella sensazione. Volevo essere un bravo figlio, ma non ci riuscivo. Io di figli non ne ho. A volte mi chiedo come sarebbe stato, se li avessi avuti. Non riesco a immaginarlo. Non sono stato un bambino molto felice, e non so se sarei stato felice come padre. Non ne ho idea».

Ma allora dove ha trovato la sicurezza per fare ciò che voleva? «Da adolescente? Sapevo che cosa mi piaceva. Amavo leggere. Amavo ascoltare musica. E amo i gatti. Queste tre cose. Pur essendo figlio unico, riuscivo a essere felice perché sapevo che cosa mi piaceva. Queste tre cose dall'infanzia non sono mai cambiate. So ancora che cosa mi piace. Questo ti dà sicurezza. Se non sai cosa ti piace, sei perduto ».

In Giappone, dove Murakami è l'intellettuale nazionale più prestigioso, la sua opinione viene richiesta quasi su tutto. Lui non ama apparire in pubblico, perché è timido e modesto, ma partecipa al dibattito nazionale attraverso i suoi libri. All'indomani dell'attentato con il sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995 scrisse Underground, una raccolta di saggi giornalistici sul tema. Si sente in dovere di rappresentare il Giappone in qualità di romanziere, e all'estero accetta gli impegni promozionali che pure non si sobbarca in patria. E nonostante abbia tradotto in giapponese molti romanzi occidentali – tra cui le opere del suo autore preferito, Raymond Chandler – tradurre nella direzione opposta è troppo difficile, dice. Non tradurrebbe mai personalmente i suoi romanzi, e così si limita a contestare qualche parola qua e là ai suoi traduttori abituali.

Si trovava a Honolulu quando la scorsa primavera il Giappone è stato colpito dal terremoto e dallo tsunami. Un evento che a suo dire ha cambiato il paese: «La gente ha perso la fiducia nel futuro. Avevamo lavorato così duramente, dopo la fine della guerra. Per sessant'anni. Più fossimo diventati ricchi, più saremmo diventati felici. Ma alla fine felici non lo siamo diventati, malgrado il tanto lavoro. È arrivato il terremoto e tutte quelle persone sono state evacuate, hanno dovuto abbandonare le loro case e la loro terra. È una tragedia. Eravamo così fieri della nostra tecnologia, eppure il nostro impianto nucleare si è trasformato in un incubo. E così la gente ha cominciato a pensare: dobbiamo cambiare drasticamente stile di vita. Credo che per il Giappone sia stato un grande punto di svolta».

Lui lo paragona all'11 settembre, che, dice, ha cambiato il corso della storia mondiale. Dal punto di vista di uno scrittore è un «evento miracoloso», troppo improbabile per essere vero. «Quando vedo i video di quei due aerei che si schiantano contro le torri, a me sembra un miracolo. Non è politicamente corretto dire che è stato bellissimo, ma trovo che abbia avuto una sua bellezza. È orribile, è una tragedia, eppure c'è della bellezza. Sembra troppo perfetto. Non riesco a credere che sia successo davvero. A volte mi domando come sarebbe stato se quei due aerei non si fossero schiantati. Il mondo sarebbe così diverso da com'è ora».

Il cambiamento che stanno vivendo i giapponesi, sostiene Murakami, ha in parte a che vedere con il fatto di aver perso così tanto, e di doversi interrogare su cosa conti davvero. Lui ha priorità semplici, dice. Per esempio, non sa quanti soldi ha. «Quando possiedi una certa ricchezza, la cosa più bella è che non devi pensare ai soldi. Il miglior acquisto che si possa fare con i soldi è la libertà, il tempo. Io non so quanto guadagno all'anno. Non ne ho idea. Non so quanto pago di tasse. Alle tasse non voglio pensare». Segue un lungo silenzio. «È avvilente. Di quello si occupano il mio commercialista e mia moglie. A me non dicono nulla. Io lavoro e basta». Deve fidarsi parecchio, di sua moglie! «Siamo sposati da 40 anni o giù di lì, e siamo ancora amici. Tra noi c'è conversazione, una conversazione permanente. Mi aiuta molto. Mi dà consigli sui libri che scrivo. Rispetto il suo parere. A volte litighiamo. Le sue opinioni possono essere molto dure». Forse è di questo che ha bisogno. «Credo di sì. Se lo facesse il mio editor, mi arrabbierei». Si stringe nelle spalle. «L'editor posso lasciarlo, mia moglie no».

Suo padre è morto due anni fa, la madre è ancora viva. Murakami spera che siano contenti del suo successo letterario, anche se continua a dubitarne. Ma ha di che consolarsi. Alle Hawaii fa parte di un club di podisti, racconta, nel quale è di gran lunga il più vecchio. Va a correre proprio come scrive, ogni giorno. La coerenza è tutto. «Mi piace leggere. Mi piace ascoltare musica. Colleziono dischi. E mi piacciono i gatti. Al momento non ne ho. Ma se mentre passeggio vedo un gatto sono felice».
©Copyright Guardian News & Media Ltd 2011. Traduzione di Matteo Colombo.



Mille buone ragioni per dichiararsi suoi fan
di Michele Neri

Viaggio nei desideri e nelle emozioni di chi si perde e si ritrova nei libri dell'autore che più di tutti dà dipendenza ai letttori. Invitandoli nel suo mondo.

Un alibi meraviglioso. Un lasciapassare per territori straordinari appena fuori del mondo quotidiano e dove siamo più nudi, spaesati, docilmente prigionieri. Come in un gioco che capiamo solo noi e lui, e che continuiamo a fare perché è garanzia di quello che siamo. Lui è il romanziere giapponese Haruki Murakami, ama stirare, ama di più correre, e la sua vita sembra quella di un detective silenzioso di Chandler o una versione sobria del Montale di Jean-Claude Izzo. Oggetto di venerazione più di ogni altro scrittore, autore globale contagioso e pervasivo come la Rete, sempre lì dove sono i lati oscuri, i gatti, oppure i luoghi dove ci si nasconde per studiare meglio il mondo, le superfici vibranti vicino ma non troppo ai corpi. Sfugge alla geografia reale e ne crea una immaginaria, che da Tokyo a Siviglia assorbe emozioni come carta moschicida.

1Q84, la sua Recherche (5 milioni di copie in Giappone, poco meno in Corea, tradotto in 28 Paesi fuori l'Asia, 90mila copie stampate da Einaudi) è stato atteso come una cura miracolosa. Viaggi ispirati a Kafka sulla spiaggia nell'ovest del Giappone, guide polacche della Tokyo di 1Q84; happening, veglie. I gesti d'amore, gli artisti influenzati (dai Radiohead a Wong Kar Wai a Isaac Mizrahi), i gruppi, passioni nate immedesimandosi nei vari Naoko, Toru, Sumire, o da suoi romanzi appoggiati sul tavolo di un albergo e raccolti da chi cercava chi lo abbandonasse. Nessuno, più di Murakami, suscita protezione, quasi fosse un compagno segreto. Perché? Abbiamo cercato risposte fra le parole dell'autore e le ragioni dei suoi cultori. A colpire, si dice in un sito a lui dedicato, è il fatto che leggerlo è come passeggiare in compagnia della nostra naturale capacità di essere ciò che siamo, senza particolari attrazione per il divenire. Forse, come scrive Emma Brockes che nelle pagine precedenti lo ha intervistato, per i murakamiani l'entusiasmo è in parte basato sul desiderio di essere una persona che ama Murakami. O dipende dal fatto che tutti sappiamo che "le cose sono diverse da come appaiono", ma solo lui ce lo ripete senza sosta.

Come un uovo contro il muro
"Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di lui, starò sempre dalla parte dell'uovo. Non importa quanto sia giusto il muro e sbagliato l'uovo, starò con l'uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato", ha detto di sé Murakami in occasione del conferimento del Premio Jerusalem. È uno scrittore che mette a suo agio il lettore soprattutto una volta finito di leggerlo. Resta un invito a perdonarsi, senza egoismi. Aiuta il fatto che lui speri sempre di restare lontano dalle conclusioni? Che la sua vita quadrata, a letto alle 9, sveglia alle 4, dieci chilometri di corsa ogni pomeriggio, musica jazz, sia dedita soltanto alla scrittura? Di certo aumenta il volume delle nostre percezioni perché è come se si mettesse a guardare quello che abbiamo davanti (o dentro) sedendosi di fianco a noi. Una coscienza allargata che crea dipendenza e identificazione. Di questa, e del piacere di essere murakamiani, abbiamo parlato con alcuni cultori dello scrittore di Kobe.

Il piacere di non avere il bisogno di capirlo
"Ho letto molti dei romanzi di Murakami. Forse tutti. Anzi no, quello sul jogging l'ho evitato. Per me è inconcepibile che Murakami corra in pantaloncini e maglietta per le stradine di qualche parco di Tokio, come un qualsiasi impiegato alle prese con la pancia da far scendere. Io Murakami me lo immagino come il protagonista dell'Uccello che girava le viti del mondo: fermo, immobile in fondo al pozzo dove l'oscurità diventa un blocco unico e dove la scissione fra lui e il resto del mondo è totale. È sempre il protagonista di quel bellissimo romanzo a indicare la strada da percorrere: "È una specie di confessione di fede. Intendo mostrare loro che sto cercando di accettare l'oscurità così com'è, intera". Ecco, qui sta la magia dei libri di Murakami, accettare di privarsi degli occhi e lasciarsi condurre nel flusso incontenibile del suo viaggio onirico. Mi piace perché non lo capisco e non sento il bisogno di capirlo. Mi regala la dolce illusione che la mia pigrizia e il mio approccio contemplativo alla vita saranno un giorno sconvolti da incredibili vicende che mi faranno diventare un eroe capace di muoversi in situazioni inimmaginabili, senza neanche dover scendere dal mio comodissimo divano rosso. È questo il patto fra me e lui. Basta e avanza". (Paolo Reposo, 40 anni, foundraiser e dj).

Chiedere al lettore un coinvolgimento totale
"Mi cattura la sua capacità di rendere surreale ogni cosa che racconta, senza che ti venga voglia di abbandonare il libro, il suo parlare di cose strane senza scendere nello stravagante. Mi identifico e mi riconosco nella sua indecisione di lasciare che le cose vadano per il loro conto, è un luogo confortevole dove mettersi. Crea identificazione: l'ho trovato assurdo, ma quando ho finito L'arte di correre, io che sono una da divano, mi è venuta una voglia pazza di correre! Murakami è uno scrittore che sembra chiedere un coinvolgimento in prima persona di chi legge". (Ilaria Fava, esperta di comunicazione scientifica 27 anni).

Nostalgia per qualcosa che di sconosciuto
La passione per Murakami corre per siti, comunità, forum. Quello italiano si chiama "Noruwei No Mori" (titolo originale di Norwegian Wood-Tokyo Blues). Scrive Kees Popinga (nickname preso dal protagonista di L'uomo che guardava passare i treni di Simenon): "Ho conosciuto HM dal solito vecchio amico che ti regala un libro. Ovviamente era Tokyo Blues. E vivo da allora nella più totale nostalgia. Che è insieme incertezza e silenzio. Tendo a confondere la nostalgia dei suoi libri già letti con la nostalgia pura e semplice. Quindi vi prego di scusarmi se non sono molto chiaro. Il fatto è che sento nostagia per qualcosa che non ho mai avuto. Come per un posto in cui non si è mai stati. O una casa che non si è mai abitato. Fondamentalmente: non vi è motivo, ma provo nostalgia!".

Lasciarsi traghettare fra descrizioni minuziose
"Il primo libro di Murakami che ho letto è stato Tokyo Blues: mi colpì innanzitutto il titolo originale, Noruwei no mori ovvero Norwegian Wood che è una canzone dei Beatles. Mi ha affascinato perchè è uno struggente ritratto della società giapponese. Poi notai, nella libreria della mia città, una copia di Sotto il segno della pecora che stava per essere reso al fornitore perchè invenduta, lo comprai e con questo libro (oggi è stato ristampato da Einaudi con il titolo Nel segno della pecora) mi appassionai definitivamente a Murakami. Di lui mi ha sempre colpito il ritmo della narrazione, di solito nei primi capitoli non capisco dove vuole andare a parare ma proseguo lasciandomi traghettare, assaporando le descrizioni minuziose di gesti semplici che per me sono l'essenza della sua opera; piegare una camicia, preparare il tè, arrotolare una sigaretta, preparare la cena".
(Giulio Ravazzolo, 36 anni, programmatore).

Nei suoi libri I gatti hanno un nome, i luoghi no
"I gatti dei romanzi di Murakami hanno quasi sempre un nome (certi personaggi umani, no), e di certo hanno una forte personalità. Al contrario del tipico protagonista murakamiano, che si lascia trascinare dagli eventi, i gatti entrano ed escono a piacere dai mondi fantastici e terribili che stanno in attesa dietro una porta o nell'ombra di un muro. Forse appartengono ad altri mondi, forse a un luogo di mezzo: comunque ne sanno più di noi. È uno dei molti misteri che affollano le pagine dei suoi romanzi: c'è un uomo che parla con i gatti, c'è un gatto che sparisce nel nulla: perché? Non lo sapremo mai, ma a me Murakami piace anche, e proprio, perché non spiega mai niente. Philip Gabriel, uno dei suoi traduttori Usa, racconta che quando il New Yorker pubblicò la sua traduzione di un suo racconto, l'editor della rivista decise di inserire una specificazione di luogo in una della frasi iniziali, "l'avevo conosciuta a una festa qui a Tokyo", perché altrimenti i lettori avrebbero potuto non capire che il racconto si svolge in Giappone. Sarà perché Murakami è anche traduttore, ma è vero che spesso le sue storie sembrano vivere in un mondo a metà tra oriente e occidente, dove i protagonisti (indubbiamente giapponesi) cucinano spaghetti e ascoltano musica occidentale". (Dafne Calgaro, 29 anni, traduttrice).

Pace e confusione in una tela di ragno
Proviamo a chiedere di nuovo: perché lui? a un gruppo di frequentatori di Anobii, il Facebook dei lettori. Sintesi di alcune risposte. "Perchè riesce ad infondere nel lettore un senso di pace e di tranquillità interiore notevole; molto spesso le storie di cui narra non seguono nemmeno un filo logico, ma nonostante ciò per quanto mi riguarda riesce a calmarmi, a darmi un senso di pace" (Shura). "Perché a me fa questo effetto: leggo e mi sento avulsa dalla realtà. Non sento più rumori, odori; sono sospesa e quasi non mi serve respirare; è come se entrassi nelle pagine del libro, mi commuovo" (Elishebaez). "Rende invisibile il confine fra reale e irreale. Invisibile è proprio la parola adatta: non riesci a comprendere dove il vero finisce e dove il sogno inizia" (Dmc Anto). "Lo leggo, resto intrappolata nella tela di ragno che ha costruito, è impossibile liberarsi e questo mi piace" (Gracy).

Ci conosce, ci spoglia e ci porta nudi alla meta
"È come se il tempo si fosse diviso, spezzato da un'epifania, da un avvento, Tokyo mi ha svelato il proprio ordine verso la fine del 2006. Un'ordine fisico, olfattivo, fatto di simboli, di strade che portano ad altre strade ed altre strade ancora e cariche di erotismo. Ho vissuto a Tokyo molti mesi dal 2004 al 2010 in un pre-Murakami e un post-Murakami, quasi fosse il pugno che ricordi a svolta dell'adolescenza. La Tokyo dei paesaggi disegnati sul cemento ha lasciato il passo a corpi silenziosi di ragazze dalle doppie, triple vite, immaginate nel gesto di farsi amare. Le luci degli appartamenti minuscoli accese solo nella notte si sono caricate di fantasie, di studenti che amano fuggendo, di persone che assomigliano così tanto a quell'uguale che esiste in ognuno di noi da farmi dimenticare che fotografavo con un romanzo in testa. Murakami ci conosce e ci spoglia mentre corriamo da un posto all'altro portandoci nudi alla prossima tappa, riuscendo nel capolavoro di farci sentire vivi e appassionati nel freddo di quei paessaggi disegnati sul cemento" (Alessandro Rizzi, fotografo, 36 anni).

Smarrirsi è bello negli universi paralleli
"Murakami è entrato nella mia vita per caso. Qualche anno fa, cercando su internet qualche nuovo autore da leggere mi ritrovai davanti Norwegian Wood. La storia mi catturò al punto tale da immedesimarmi nel personaggio e sentirmi parte di quel mondo. I suoi personaggi spesso si trovano in mezzo a situazioni più grandi di loro, irreali, eppure la calma, quasi una pacifica rassegnazione, riesce a trasportare il lettore in un universo parallelo dove tutto sembra possibile e le piccole cose assumono un'importanza fondamentale. Ed è questa rassegnazione consapevole che rende i protagonisti capaci di imprese fuori del comune, assurde e inverosimili ma tremendamente concrete, tanto da risultare credibili". (Antonio Basile, 26 anni, studente universitario).

Mentre milioni di lettori avanzano diligenti nelle pagine ordinariamente straordinarie di 1Q84, la ricerca del perché iniziale prosegue. Sappiamo che un uomo dal fisico compatto che corrisponde al suo nome c'è, scrive disciplinatamente per noi, le sue assistenti si aggirano in calze bianche per il suo ufficio di Tokyo, lui continua a ricordarci che il mondo non è quello che sembra, crea alibi per le nostre esitazioni e per altro: "L'errore... l'errore in fin dei conti sono le nostre speranze che vanno all'incontrario". Ci capita qualcosa, per esempio scompare un elefante (da un racconto) o qualcosa d'altro che abbiamo amato e allora: "Mi viene il desiderio di fare qualcosa, ma non riesco a capire che differenza ci sarebbe tra l'agire e il non agire". Non amiamo più o non amiamo ancora: "Ok, le cose stanno così. Voglio andare a letto con lei. Però se non lo faccio è uguale. Insomma nella misura del possibile desidero stare in una posizione equa nei suoi confronti. Non voglio spingere nessuno a fare niente, né essere spinto. Mi basta sentire la sua presenza vicino a me, la sua punteggiatura volteggiare intorno a me". Forse la risposta è qui. (Dal racconto Il messaggio del canguro).

D. Donne - Scrittori cult

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