domenica 9 ottobre 2011

Tokyo Vice, l'anima nera del Sol Levante

Incontro con Jake Adelstein, il giornalista americano che si è immerso nel mondo della yakuza, la mafia giapponese, e ora la svela in un libro

ILARIA MARIA SALA
TOKYO

L’ entusiasmo con cui Jake Adelstein, l’autore di Tokio Vice (da poco tradotto per Einaudi), parla di yakuza , la mafia giapponese, è quasi contagioso. La prima cosa che fa accogliendo un visitatore in casa, a Tokyo, è di mostrare gli scaffali della libreria traboccanti di volumi sull’argomento: «Questi sono manga sulla yakuza», spiega, sfogliando libri di fumetti in bianco e nero che raccontano storie spesso semi-vere. «Qui ci sono i libri di diritto e criminologia, qui i romanzi yakuza e le autobiografie di gangster, piuttosto romanzate. Qui invece ci sono le riviste e le fanzine sulla yakuza», dice, aggiungendo che queste ultime sono acquistabili «da qualunque rivenditore di giornali, non sono pubblicazioni di nicchia».
Le etichette sugli scaffali lo aiutano a orientarsi fra i sottogruppi del suo interesse monotematico, e il resto delle sue letture sembra consistere solo di una manciata di romanzi (per metà polizieschi), alcuni libri erotici e manuali di fitness.

Adelstein, 42 anni, nato in una famiglia ebraica del Missouri e arrivato in Giappone a 19 anni per un forte interesse verso il buddismo, dopo aver imparato il giapponese iniziò a lavorare al quotidiano Yomiui Shimbun seguendo la cronaca criminale, e dunque occupandosi di mafia fin dal principio. Essere americano lo ha reso insensibile ad alcuni dei tabù giapponesi nel parlare di crimine organizzato (il che costituisce uno degli elementi più divertenti di Tokio Vice ), e infatti «il mio libro non è ancora tradotto in giapponese: gli editori continuano a chiedere eccessive censure, così ho lasciato perdere». Stessa cosa per la stampa giapponese: «La mafia controlla molti divi dello spettacolo, li ha praticamente creati tramite le sue agenzie di talent scout e di pubblicità, per cui denunciando la yakuza si rischia di non avere più accesso ad attori e cantanti, e questo avrebbe un tale impatto sulle vendite che nessuno è disposto a rischiare», spiega, fumando in continuazione: sulle prime, una «sigaretta» alla vitamina C che emette vapore. Poi passa senz’altro alle Gudang Garam, quelle sigarette indonesiane alla cannella, profumate, che nascondono, sotto l’aroma delizioso, un alto contenuto di nicotina.

Parla così in fretta che stargli dietro non è facile, in particolare quando cita gangster famosi, attori e altre celebrità che hanno relazioni con la mafia, snocciolando nomi, fatti, leggi e avvenimenti importanti a una rapidità mozzafiato. La yakuza, dopo dieci minuti passati a parlare con lui, sembra d’un tratto onnipresente. Dopo un paio d’ore di conversazione, si ha l’impressione di aver vissuto fino a quel momento quasi ignorando una delle forze più significative del Paese, con profonde ramificazioni internazionali.

«La yakuza non è mai stata messa fuorilegge, dato che la libertà di associazione è presa molto sul serio qui. Così è regolata, ma non illegale, anche se la legge entrata in vigore il 1˚ ottobre, che criminalizza i pagamenti alla mafia, potrebbe modificare le cose», dice, spiegando per quale motivo manga, film e romanzi sul tema non si facciano scrupolo di creare un’aura romantica intorno a questi gruppi.

Le statistiche, spiega, parlano di «ottantamila membri ufficiali di cui metà sono parte del gruppo più grosso, la Yamaguchi Gumi. Ci sono anche i gangster non ufficiali, il che porta il totale a centomila persone circa che fanno parte di organizzazioni mafiose».

Per lo più, i crimini a cui si dedica la yakuza riguardano il traffico di persone, il racket della prostituzione, il gioco d’azzardo, la speculazione e il riciclaggio di denaro sporco, i prestiti a usura e la riduzione in semi-schiavitù di chi si indebita con loro, lo spaccio e l’intimidazione. «Oggi, in modo simile a quanto avvenne con la mafia ebraica negli Usa, molti hanno semplicemente preso i soldi fatti in modo illegale per investire in business legittimi. Ma l’evoluzione riguarda anche l’ingresso della yakuza in campi nuovi: frode azionaria o bancaria, venture capital … Per questo, a volte, viene chiamata “una Goldman Sachs con le pistole”», racconta. E questo lo porta a un curioso parallelo: «Mi rendo conto che fare il gangster e fare il giornalista investigativo sono mestieri molto più simili di quanto non si penserebbe. Ma i gangster utilizzano le informazioni che ottengono per ricattare le persone, mentre i giornalisti le utilizzano per rivelare scandali e informare la gente». Un senso dell’umorismo un po’ hard boiled , che contraddistingue anche il suo modo di scrivere, lo aiuta a coltivare una certa aria da personaggio da romanzo poliziesco.

Del resto, il suo lavoro lo ha portato a scoprire connessioni che gli hanno creato nemici dai due lati del Pacifico, quando ha scoperto come Goto Tadamasa, ex boss del Goto-gumi (un importante sottogruppo della Yamaguchi Gumi), ha ottenuto un trapianto di fegato negli Usa malgrado fosse noto all’Immigrazione americana. Il suo passaggio negli Stati Uniti è stato possibile dopo uno scambio di informazioni con l’Fbi e una donazione all’ospedale dell’Università della California, secondo le rivelazioni di Adelstein (pubblicate sia in Giappone sia in America, ed esplorate in dettaglio in Tokio Vice ). Proprio mentre parla delle conseguenze dello scoop, entra in casa Mochizuki, la sua guardia del corpo, un ex yakuza con 25 anni da gangster, che apparteneva a un sottogruppo ostile a Goto, e che sarà il protagonista del secondo libro di Adelstein, in preparazione. Poi, sarà la volta di un volume sull’economia della yakuza.

«Per questi volumi non avrò bisogno di mettermi così a nudo come per Tokio Vice , dove invece sono stato costretto a scrivere un libro molto personale. La yakuza è così. Se li attacchi in pubblico, scandagliano tutto il tuo passato per trovare anche un solo punto debole, alla ricerca di scheletri nell’armadio. Per cui io ho rivelato tutto, anche aspetti di me che avrei preferito tacere, in modo da disarmarli e non essere ricattabile su nulla».

Tratto da:
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/423055/

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