domenica 30 ottobre 2011

Pronto soccorso yakuza

Gli uomini della mafia giapponese sono stati i primi ad aiutare la popolazione colpita dallo tsunami. Mettendo le mani sul business della ricostruzione. 


Di Jake Adelstein, Asia Literary Review


Il terremoto e lo tsunami che l’11 marzo hanno devastato la regione del Tohoku, nel Giappone nordorientale, hanno scosso il paese a tutti i livelli: politico, economico e sociale. Ma la lenta reazione del governo e l’incapacità dimostrata dall’azienda elettrica Tepco nel gestire l’emergenza nucleare all’impianto di Fukushima hanno fatto tremare il paese anche di rabbia.

Mentre il governo del primo ministro Naoto Kan tentennava, chiedeva aiuto agli Stati Uniti e non si decideva a mobilitare le forze di autodifesa (l’esercito giapponese), qualcun altro ha reagito all’emergenza in modo rapido ed efficiente: la yakuza, la mafia giapponese.
Secondo i dati dell’agenzia nazionale di polizia, in Giappone ci sono 78mila affiliati che possiedono migliaia di società di facciata, industrie e altre attività, e formano quasi un secondo esercito. Per quanto strano possa sembrare, sono stati proprio loro i primi a intervenire subito dopo il disastro.

La sera del terremoto, davanti al municipio della città di Hitachinaka, nella prefettura di Ibaraki, sono arrivati venticinque camion che trasportavano 50 tonnellate di provviste. Un centinaio di uomini è sceso e ha cominciato a scaricare le casse. Non erano della Croce rossa. Erano uomini della Inagawa-kai, che per numero di affiliati è la terza organizzazione criminale del paese. Indossavano camicie a maniche lunghe e giacche per coprire i tatuaggi sulle braccia e tenevano nascosti i distintivi con il simbolo dell’organizzazione: chicchi di riso con il monte Fuji sullo sfondo.

Quelli a cui mancava qualche dito indossavano i guanti. Sono arrivati di notte per evitare che le autorità rifiutassero le provviste e i beni di soccorso che avevano portato. Dal 30 settembre 2009, infatti, quando il capo dell’agenzia nazionale di polizia Takaharu Ando in una conferenza stampa ha dichiarato guerra alla criminalità organizzata, la vita dei gruppi criminali giapponesi è diventata più difficile. Anche se le organizzazioni a cui fanno capo ufficialmente non sono illegali, nessuno vuole essere pubblicamente associato a loro e la Inagawa-kai sapeva che un’operazione troppo vistosa, anche se fatta per beneficenza, avrebbe potuto provocare la reazione della polizia.

I dipendenti del comune di Hitachinaka hanno capito di chi si trattava, e uno di loro mi ha perfino mostrato il video che ha girato con il cellulare quella notte. Ma, come mi ha spiegato, non era il momento di rifiutare gli aiuti, dato che nessun altro sembrava pronto a intervenire. Gli uomini della Inagawa-kai hanno scaricato casse di coperte, acqua, buste di ramen (una zuppa istantanea), germogli di soia, torce, batterie, pannolini e carta igienica. Anche se rumorosi, sono stati rapidi ed efficienti. Quando hanno finito hanno salutato con un cenno del capo i funzionari che li stavano sorvegliando e se ne sono andati. Il giorno dopo, altri duecento uomini dell’organizzazione sono arrivati con trenta camion, cento tonnellate di cibo e altre provviste, e il doppio delle coperte. Hanno scaricato tutto in due ore e se ne sono andati.

Gangster e filantropi
Ho passato settimane a cercare di capire che ruolo aveva svolto la yakuza subito dopo la catastrofe e, anche se mi occupo da molto tempo del crimine organizzato giapponese, sono rimasto sorpreso da quello che ho scoperto. Dal 1993 al 2005 ho lavorato per lo Yomiuri Shimbun seguendo il reparto della polizia di Tokyo che si occupava del controllo della criminalità organizzata. Negli anni ho fatto amicizia sia con i poliziotti sia con alcuni yakuza. Anche se è piuttosto difficile avere a che fare con i criminali, alcuni di loro rispettano un codice d’onore e lavorano semplicemente come guardie del corpo o vendono da mangiare alle bancarelle durante le sagre. Non tutti gli yakuza sono criminali. Ma la maggior parte di loro si guadagna da vivere in modo illegale e spesso violento.

A volte i momenti difficili tirano fuori il meglio dalle persone peggiori ed è quello che è successo con il terremoto, anche se gli osservatori più cinici hanno sollevato molti dubbi sulle motivazioni che si nascondono dietro l’intervento umanitario della yakuza. Per capire perché la criminalità organizzata è intervenuta in questa situazione di emergenza svolgendo un ruolo importante nelle operazioni di soccorso e nel mantenimento dell’ordine pubblico, bisogna prima capire che ruolo svolge normalmente la yakuza nella società giapponese.
Anche se le autorità definiscono i gruppi affiliati alla yakuza “forze antisociali” e “gruppi violenti”, non si tratta di società segrete. Lo stato giapponese riconosce tacitamente la loro esistenza: sono registrate, hanno un nome, sono regolamentate e appartenervi non è illegale. Questi gruppi, naturalmente, non si considerano criminali. Si definiscono ninkyodantai, organizzazioni umanitarie, ispirate alla filosofia ninkyodo, nata in Cina nel cosiddetto “periodo delle primavere e degli autunni” (dal 770 al 476 aC ), una dottrina che insegna a proteggere i deboli e gli oppressi, aiutare i bisognosi e sacrificarsi per il bene comune.

A Tokyo la sede dell’Inagawa-kai, che conta diecimila affiliati, è di fronte all’hotel Ritz-Carlton, nel quartiere centrale di Roppongi. Il secondo gruppo più numeroso del paese, la Sumiyoshi-kai (dodicimila affiliati), occupa un edificio a Ginza, un lussuoso quartiere della capitale, sotto il nome di Hama Enterprises. La Yamaguchi-gumi, il gigante della criminalità organizzata (quarantamila affiliati), occupa un intero isolato della città di Kobe.

Gli impiegati della yakuza lavorano in ufficio. Per conoscere gli indirizzi delle sedi delle ventidue maggiori organizzazioni criminali giapponesi basta consultare il sito dell’agenzia nazionale di polizia. Gli affiliati guadagnano con l’estorsione, il ricatto, l’edilizia, le proprietà immobiliari, la riscossione dei debiti, la manipolazione dei mercati finanziari, il racket, la frode e un labirinto di società di facciata, tra cui agenzie di collocamento, centri di elaborazione e agenzie investigative. Solo a Tokyo ce ne sono più di ottocento. La polizia sa chi sono gli affiliati e dove vivono. E lo sanno anche molte persone comuni. I nomi dei grandi boss appaiono nelle riviste dedicate alla yakuza che si possono trovare nelle librerie più fornite. Oltre a tre settimanali e tre mensili, esistono molte biografie a fumetti dei boss di oggi e di quelli del passato.

La mano perdente
Le origini della yakuza sono piuttosto oscure. Il nome deriva dai tre numeri che costituivano il punteggio più basso in un gioco dove si usa un mazzo di carte tradizionali chiamate hanafuda. La mano perdente era otto (ya), nove (ku) e tre (za) che, secondo le regole del gioco, era la peggiore combinazione possibile. Il nome è quindi un riferimento alla provenienza dei gruppi criminali, molti dei quali in origine erano composti da giocatori d’azzardo.

Alcuni gruppi yakuza, come la Aizukotetsu-kai, fondata a Kyoto intorno al 1868, all’inizio del periodo Meiji, esistono da più di un secolo. Gli affiliati all’Aizukotetsu-kai erano in origine i principali clienti del colosso dei giochi Nintendo, che ha cominciato la sua attività producendo carte hanafuda. Alcuni affiliati sostengono addirittura che il nome Nintendo sia stato scelto per evocare i princìpi della loro filosofia. Il primo carattere di ninkyo è infatti lo stesso di Nintendo. Ancora negli anni sessanta, i dipendenti dell’azienda dovevano controllare le macchine che distribuivano i mazzi di carte hanafuda e ritirare quelli difettosi. Se avessero avuto anche il minimo difetto, la yakuza avrebbe protestato.

La parola yakuza si riferisce a due tipi di organizzazioni. Oltre alle federazioni di giocatori d’azzardo note come bakuto, c’erano gruppi di mercanti e ambulanti chiamati tekiya. I tekiya vendevano i loro prodotti alle sagre, e a volte organizzavano giochi e vendevano merce rubata.

Gli anni del boom
La yakuza acquisì gran parte del suo potere durante gli anni caotici che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. In quel periodo, a essere attratti dall’organizzazione erano soprattutto gli emarginati: i reduci di guerra, i burakumin (i fuoricasta), gli orfani e i coreani che erano stati portati in Giappone come schiavi e che erano la minoranza più numerosa del paese.

Nel periodo immediatamente successivo alla sconfitta del 1945, i coreani-giapponesi entrarono nel mondo del crimine. Le forze di occupazione statunitensi, che guidarono il paese fino al 1952, li definirono “cittadini terzi” e concessero loro un trattamento di favore rispetto ai giapponesi sconfitti. Questo gli consentì di accedere agli approvvigionamenti militari statunitensi e di venderli al mercato nero. In un certo senso, la rinascita della yakuza nel novecento fu la risposta al predominio dei coreani nel mercato nero. A causa del decentramento delle forze di polizia deciso dal generale Douglas Mac­Arthur, capo delle forze di occupazione, era difficile tenere sotto controllo questo tipo di criminalità.

A Kobe, nel febbraio del 1946, alcuni stranieri picchiarono a morte un alto funzionario di polizia. Nell’aprile dello stesso anno, sempre a Kobe, spararono a un capitano. La polizia chiese aiuto alla Yamaguchi-gumi per mantenere l’ordine e svolgere alcune delle sue funzioni. A partire da quel momento, per diversi decenni i rapporti tra la yakuza e le forze di polizia furono quasi amichevoli.

In alcuni casi la polizia appoggiava esplicitamente la yakuza nei suoi sforzi per mantenere l’ordine e limitare il potere delle bande coreane. Nel dopoguerra, i gruppi criminali giapponesi che contendevano il mercato nero ai coreani cominciarono a rimettere in piedi la vecchia struttura della yakuza e fecero entrare molti coreani nei loro ranghi. Invece di scatenare una guerra, scelsero una politica di assimilazione.

Alla fine degli anni cinquanta, la Yamaguchi-gumi aveva assorbito la più violenta delle bande coreane, la Yanagawa-gumi, e guadagnato rapidamente potere e prestigio. La Yanagawa-gumi gestiva varie attività illegali, controllava i prezzi dei prodotti alimentari e gestiva perfino un’agenzia di nuovi talenti e una società di facciata per legittimare le sue attività. La Yamaguchi-gumi aveva imparato dalla sua alleata corea­na e aveva creato società di copertura che controllavano i porti di Kobe e l’industria dell’intrattenimento, gestendo le carriere delle popstar dell’epoca.

Nella Tokyo del dopoguerra, la Kyokuto-kai, una federazione yakuza di commercianti e contrabbandieri, usò i coreani giapponesi per reclutare i suoi uomini e alla fine prese il parziale controllo della città. Nella zona occidentale del paese la Yamaguchi-gumi faceva il doppio gioco, promettendo di mantenere l’ordine e di eliminare le bande coreane. Mentre l’organizzazione consolidava il suo potere a Tokyo, il leggendario gangster coreano Hisayuki Machii, dichiaratamente anticomunista e per questo appoggiato dalle forze di occupazione, sfruttava la situazione per mettere in piedi la sua organizzazione criminale. Una parte della sua storia è raccontata nell’interessante libro di Robert Whiting Tokyo Underworld.

Nel 1948 Machii creò la Tosei-kai a Ginza, che all’epoca era il più grande quartiere di locali notturni del paese. Il gruppo prese il controllo delle sale da gioco, dei bar, dei cabaret e del mercato del sesso. Crebbe rapidamente e riuscì a entrare nel giro di affari della ricostruzione. Ancora oggi, il centro nazionale per l’eliminazione dei boryokudan, o gruppi violenti, calcola che nel campo dell’edilizia dal tre al cinque per cento dei profitti finiscono nelle tasche della yakuza. La Tosei-kai diventò ancora più ricca e potente dopo la messa al bando delle metanfetamine nel 1951. Il Giappone era stato uno dei primi paesi a produrre anfetamine su vasta scala, vendendole con il marchio Hiropon (hiro significa affaticamento e pon è il suono di qualcosa che salta via, come un tappo). Verso la fine della guerra le anfetamine erano distribuite ai soldati per compensare la carenza di cibo. Quando furono vietate, la domanda di Hiropon non diminuì e la yakuza andò a riempire il vuoto lasciato dallo stato.

La capacità di mantenere le dispute al suo interno e la scelta di non colpire direttamente i cittadini comuni ha sempre protetto l’organizzazione dal risentimento popolare e dall’attenzione della polizia. Uno dei motivi per cui è tollerata è che i suoi affiliati, anche se sono dei criminali, osservano un codice di comportamento condiviso. Chi non rispetta le regole viene espulso. In teoria gli affiliati non possono rubare né saccheggiare, rapinare, usare o vendere droga, violentare o fare qualsiasi altra cosa che non sia in sintonia con l’etica del ninkyodo. E anche se non è scritta da nessuna parte, la regola principale della yakuza è katagi ni meiwaku wo kakenai: non creare problemi ai cittadini comuni. I suoi affiliati non possono commettere crimini di strada come scippi, furti, aggressioni a scopo di rapina e qualsiasi altra cosa possa danneggiare le persone. Ma nel loro territorio gli yakuza usano la forza per mantenere l’ordine. Ovviamente lo fanno nel loro interesse: se la gente non si sente sicura quando va nei quartieri dove ci sono i sex shop, le sale da gioco clandestine e i locali di striptease, la yakuza perde soldi.

Gara di solidarietà
La notte dell’11 marzo a Tokyo, Fukushima, Miyagi, Chiba e in altre città i “soldati” della yakuza pattugliavano le strade tenendo alla larga saccheggiatori, ladri e sciacalli. Nelle piccole città delle prefetture di Miyagi e Ibaraki, la presenza della yakuza era ancora più visibile. Molti affiliati avevano amici e parenti nelle zone colpite. “Ho dei familiari a Miyagi che hanno perso la casa, alcuni sono dispersi. Anche noi siamo esseri umani e amiamo le città dove siamo nati. Non potevamo restarcene senza fare niente, soprattutto perché il governo stava reagendo troppo lentamente”, mi ha spiegato uno di loro. Quando dai rifugi sono cominciate ad arrivare le voci di aggressioni e violenze sessuali, le autorità hanno inviato trenta donne poliziotto.
La Yamaguchi-gumi, invece, ha mandato 960 dei suoi uomini provenienti da tutto il paese per mantenere l’ordine nei rifugi e nelle zone devastate, in particolare nelle prefetture di Iwate, Miyagi e Fukushima. Li hanno chiamati “truppe di pace della Yamaguchi-gumi” e avevano l’ordine di girare per i rifugi con i tatuaggi in mostra, sapendo che questo sarebbe stato un deterrente per i malintenzionati. “I nostri tatuaggi fanno più paura dei distintivi dei poliziotti. Loro non possono punirti senza un processo, noi sì, e lo faremo”, ha spiegato uno dei “soldati”.

Fino al 21 marzo, la presenza della Yamaguchi-gumi nei rifugi è stata superiore a quella delle forze dell’ordine. Gli agenti di polizia di Tokyo e di altre città sono stati spediti nella zona del disastro solo all’inizio di aprile. È paradossale che anche in questo caso il primo compito della yazuka sia stato quello di garantire la sicurezza. La risposta della Sumiyoshi-kai di Tokyo è stata rapidissima. Il gruppo ha aperto i suoi uffici a chi era rimasto a piedi a causa del blocco dei trasporti pubblici. Alcuni hanno aiutato anche gli stranieri, offrendo un tetto e un futon a cinesi e americani. Tradizionalmente la yakuza ha sempre difeso il suo diritto a esistere sostenendo che, se fosse stata eliminata dalla società, gli stranieri avrebbero preso il sopravvento. Una delle loro riviste ha una rubrica dedicata ai crimini commessi dagli stranieri, in cui si cerca di dimostrare che i delinquenti locali sono meglio degli altri.

Nella prefettura di Saitama, la Sumiyoshi-kai ha caricato i suoi camion di cibo e altre provviste subito dopo il terremoto e lo tsunami e li ha mandati nella prefettura di Ibaraki. Nel giro di una settimana, il gruppo aveva mobilitato più di cento autisti per guidare sessanta veicoli, tra automobili e camion, e portare generi di prima necessità nelle aree devastate. A Sendai un centinaio di uomini pattugliava le strade e i rifugi. Anche la Matsuba-kai, che ha una forte presenza nelle zone colpite, ha raccolto un centinaio di camion e altrettanti autisti per portare acqua e coperte agli sfollati.

La risposta della Kyokuto-kai è stata quella che ci si poteva aspettare da un gruppo che discende dai tekiya. Gli ex ambulanti e venditori di generi alimentari hanno mandato cibo nei posti in cui serviva, e alcuni di loro hanno organizzato anche la distribuzione di pasti caldi. Il 14 aprile avevano già spedito due tonnellate di zucchero, 15mila bottiglie di acqua, 700 casse di olio per cucinare, 80 generatori portatili, 600 lampadine, mille torce, 400 casse di batterie, 250 casse di miso per le zuppe, 30 tonnellate di generi alimentari e 80 cucine mobili. Per farlo hanno usato 110 veicoli tra camion, minibus e automobili. Dove le strade non erano più percorribili hanno trovato il modo di proseguire passando attraverso i campi o trasportando a mano i rifornimenti. Hanno preparato da mangiare in alcuni rifugi e lasciato provviste nei municipi, poi sono tornati nella regione di Kanto, da dove erano arrivati.

A proposito delle regole dell’organizzazione, il presidente della Kyokuto-kai, Shinichi Matsuyama una volta ha detto: “La cosa più importante è aiutare i deboli. La seconda è rispettare i nostri obblighi ed essere sinceri nei sentimenti. L’ultima è non tradire nessuno”. Un affiliato alla Kyokuto-kai che ha partecipato a tre viaggi nelle zone colpite dal terremoto ha fatto eco alle sue parole: “Possiamo fare solo quello che sappiamo fare. Siamo quelli che preparano gli spaghetti saltati alle fiere. C’è qualcosa di tragico nell’essere costretti a portare cose che di solito mangiamo in occasioni allegre come le sagre e cucinare per quelli che piangono la perdita dei loro cari e delle loro case. Non è un’occasione gioiosa… Se dovessimo lanciare il nostro grido di benvenuto come si fa in un izakaya (osteria) sarebbe molto strano. Ma anche il silenzio è strano”.

I precedenti
Naturalmente il gruppo più efficiente e veloce nel portare i soccorsi è stato lo Yamaguchi-gumi, che è il più grande e ha una lunga storia di interventi umanitari. Nel 1964, dopo lo spaventoso terremoto di Nii­gata, sembra che Kazuo Taoka, il leader dell’epoca, avesse mobilitato un terzo dell’organizzazione per portare cibo, acqua, radioline e medicinali nella zona.
Dopo il terremoto di Kobe del 1995, la Yamaguchi-gumi, il cui quartier generale in città somiglia a una fortezza, raccolse provviste in tutto il paese e le portò a chi ne aveva bisogno, distribuendo da mangiare nei suoi uffici e pattugliando le strade per limitare i saccheggi. L’organizzazione fu elogiata per essersi dimostrata più veloce ed efficiente dello stato nel portare gli aiuti. I suoi uonmini organizzarono la distribuzione di pasti caldi e di generi di prima necessità. Una delle sue iniziative più bizzarre fu quella di scavare un pozzo nel giardino della sede per trovare acqua potabile. Fu un gesto di grande generosità e la popolazione di Kobe applaudì. Ovviamente fu anche un’ottima trovata pubblicitaria.

Dopo aver affrontato le emergenze per decenni, i gruppi di yakuza sono diventati molto esperti nel portare i primi soccorsi. A differenza di molte agenzie governative dove la frequente rotazione del personale impedisce la continuità, la Yamaguchi-gumi ha fatto esperienza.
Uno dei suoi capi, che ha guidato fino alla prefettura di Ibaraki un convoglio di camion con due tonnellate di bottiglie d’acqua e generi alimentari sufficienti per sfamare 800 persone per una settimana, mi mostra con orgoglio le fotografie che lo ritraggono mentre cucina spaghetti saltati per gli sfollati davanti a un rifugio. “Bisogna sapere cosa serve alla gente”, racconta. “Le cose che mancavano erano soprattutto il latte in polvere, i pannolini e i pannoloni. Ci sono molti anziani nella zona”. Basandosi sull’esperienza, gli uomini della yakuza hanno stilato subito una lista delle cose essenziali che avrebbero dovuto portare: cibo, acqua, indumenti pesanti, assorbenti, il latte in polvere normale e quello speciale per i bambini allergici. Dato che nella regione del Tohoku fa molto freddo, hanno raccolto anche impermeabili, piumini e stufe a cherosene con il combustibile per farle funzionare.

Per evitare il controllo della polizia, la Yamaguchi-gumi ha fatto quasi tutto il lavoro nelle zone del disastro servendosi di collaboratori esterni, che nel gergo della polizia si chiamano kyoseisha (cooperative). Il capo in carica all’epoca del terremoto, Tadashi Irie della fazione Takumi-gumi, ha organizzato quasi tutti i soccorsi. Il capo dell’Okuura-gumi, un’altra fazione della Yamaguchi-gumi, con sede a Osaka, ha affittato diversi camion e mandato i suoi 200 uomini nelle zone del disastro con le provviste.

Il loro lavoro ha colpito un alto funzionario di polizia della prefettura di Ibaraki che preferisce rimanere anonimo. “Devo riconoscerglielo”, mi confida. “Sono stati presenti fin dal primo giorno e hanno portato aiuto dove gli altri non andavano o non potevano andare. Agire nella legalità a volte rallenta le operazioni di soccorso. In alcuni casi i fuorilegge sono più veloci”. L’azione del governo, in effetti, è stata rallentata dalla burocrazia, dalla necessità di rendere conto di tutto quello che veniva distribuito e di ispezionare il materiale. Ma alcuni poliziotti hanno sottolineato anche un altro aspetto della vicenda: la questione del girikake, della raccolta di fondi.

Un detective della sezione addetta al controllo della criminalità organizzata di Osaka spiega: “In occasione di funerali e altri avvenimenti importanti le famiglie della yakuza organizzano un girikake, una raccolta fondi. Chiedono agli affiliati di dare un contributo e in questo modo raccolgono grosse quantità di denaro. Lo hanno fatto anche questa volta. È una buona scusa per raccogliere soldi sotto il nostro naso. Non credo che tutto il denaro sia stato speso per gli aiuti. Almeno il dieci per cento è rimasto nella tasche di qualche boss”. Alcuni affiliati di medio livello confermano questa versione, anche se nessuno è disposto a criticare apertamente i capi.

Tomohiko Suzuki, che ha scritto diversi libri sulla yakuza, osserva che “dopo il terremoto di Kobe, la Yamaguchi-gumi è entrata subito nel business della ricostruzione. Per gli affari è utile avere una buona immagine pubblica. Guadagnandosi la riconoscenza della gente, gli uomini della yakuza sanno che le autorità chiuderanno un occhio quando si aggiudicheranno una fetta dei fondi per la ricostruzione”.
Anche gli alti funzionari della polizia metropolitana di Tokyo sono d’accordo. “Abbiamo cercato di estromettere la yakuza dal business della ricostruzione, ma loro sanno che nella fretta di ridare una casa alla popolazione colpita la polizia locale non sarà in grado di controllare tutte le imprese coinvolte, o forse non vorrà farlo”.

Senza dubbio c’è una parte di verità in questo, ma è innegabile che ci sia stato un impegno reale. Un pezzo grosso della Sumiyoshi-kai, un noto taglieggiatore, mi spiega: “In momenti come questi, le consuete divisioni sociali non hanno alcun senso. Non esistono più yakuza e cittadini comuni, o stranieri e giapponesi. Viviamo tutti qui. Alla fine, certamente ci sarà da guadagnare qualcosa, ma in questo momento si tratta di aiutarsi a vicenda. Il 95 per cento della yakuza è composto da rifiuti umani. Forse un 5 per cento rispetta veramente le regole. Ma questa è una delle poche volte in cui riusciamo a essere migliori del solito”.

Traduzione di Bruna Tortorella.
Internazionale, numero 915, 16 settembre 2011
Jake Adelstein è un giornalista statunitense esperto di yakuza che vive tra l’America e il Giappone. In Italia è appena uscito il suo libro Tokyo vice.

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